Cosa successe al G8 di Genova

La storia (e le foto) di quei tre violentissimi giorni del 2001, del contesto che li precedette e dei processi che li seguirono

di Stefano Nazzi

Scontri tra manifestanti e polizia, 21 luglio 2001 (ANSA-EPA)
Scontri tra manifestanti e polizia, 21 luglio 2001 (ANSA-EPA)
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Sono passati vent’anni dal G8 di Genova, che tra il 19 e il 22 luglio 2001 ospitò gli incontri dei leader delle principali potenze economiche mondiali, le grandi manifestazioni dei movimenti no global, contrari al modello di sviluppo economico dietro alla globalizzazione, e soprattutto alcuni degli episodi più violenti e importanti della storia italiana recente, quelli di piazza Alimonda, della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto.

Questi toponimi – associati rispettivamente alla morte del manifestante Carlo Giuliani, ai violentissimi pestaggi nella scuola dove dormivano gli attivisti del Genoa Social Forum, e alle torture nella caserma in cui vennero portati molti arrestati – sono centrali per la storia recente del paese e sono ricordati e discussi ciclicamente e con grande partecipazione soprattutto dalla sinistra movimentista italiana. Periodicamente queste discussioni provocano tensioni e scontri politici, ad anni di distanza. Ma con il passare del tempo quei fatti, e forse ancora di più il contesto che li rese possibili da una parte e così rilevanti dall’altra, sono sempre meno noti a tutta una generazione che nel 2001 era nata da poco, o che addirittura ancora non c’era.

Il G8, a Genova
In quelle giornate torride del 2001 si scontrarono e incontrarono volontà opposte e convergenti: quella di un’ala molto minoritaria del movimento no global di esercitare violenza e distruggere tutto ciò che poteva essere distrutto; e quella di una parte del potere politico di schiacciare e punire quel movimento che anche in Italia aveva preso consistenza e forza. Il G8 di Genova fu un disastro scaturito da sottovalutazioni colpevoli e da volontà criminali. Ma anche da errori macroscopici, a iniziare dalla scelta della città dove tenere il vertice: Genova, appunto, giudicata, ma solo a posteriori, «topograficamente inadatta alla gestione dell’ordine pubblico», come ammise poi l’allora ministro dell’Interno Claudio Scajola.

Fu Massimo D’Alema, presidente del Consiglio dal 1998 al 2000, a indicare la città come sede per il G8 del 2001 ma fu poi Silvio Berlusconi, divenuto presidente del Consiglio l’11 giugno 2001, a gestire la sicurezza dell’evento e l’arrivo dei leader internazionali: oltre a lui c’erano George W. Bush, presidente degli Stati Uniti; Jean Chretien, primo ministro del Canada; Jun ‘Ichiro Koizumi, primo ministro giapponese; Tony Blair, primo ministro britannico; Jacques Chirac, presidente francese; Gerhard Schröder, cancelliere tedesco; e Vladimir Putin, presidente russo.

Una foto di gruppo dei leader del G8 (Getty Images)

Prima dell’evento Berlusconi, accompagnato dal ministro dell’Interno, fece tre sopralluoghi in città, sorvolandola a lungo in elicottero. Visitò la nave European Vision che poi ospitò quasi tutte le delegazioni straniere. Si occupò prevalentemente dell’aspetto estetico: ordinò per esempio che venissero tolti i panni stesi alle finestre e fece dipingere la facciata di un edificio di fronte a Palazzo Ducale, dove si sarebbero tenuti i vertici. Analizzò i campioni delle tende poste in piazzale Matteotti, e scelse le piante che dovevano coprire quelli che giudicò «orribili inestetismi». Niente doveva sembrare fuori posto nella “Fortezza Genova”, come fu soprannominata la “zona rossa” entro la quale si sarebbero svolti gli eventi del G8.

L’obiettivo dichiarato del summit degli otto leader era “sconfiggere la povertà”. E cioè, era scritto nei comunicati ufficiali, «individuare misure atte a sostenere l’economia dei paesi più fragili secondo una strategia integrata, specie per quanto riguarda commercio e investimenti sociali».

Mentre all’interno di Palazzo Ducale capi di stato e di governo discutevano di questo obiettivo, fuori, per le strade di Genova, nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, il livello di violenza cresceva di ora in ora. Per tre giorni lo stato di diritto venne meno in molte delle situazioni che si crearono. Chi doveva vigilare non lo fece o fece finta di non vedere, e in molti casi incoraggiò le forze dell’ordine ad agire senza alcuna regola, facendo dell’uso della forza, della prevaricazione e dell’umiliazione fisica e psicologica la propria norma di comportamento. Amnesty International sostenne in seguito che quella che ebbe luogo a Genova in quei giorni fu la «più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale».

Il movimento no global
La stampa internazionale si accorse tra fine novembre e inizio dicembre del 1999 dell’esistenza di un movimento internazionale formato da centinaia di organizzazioni e associazioni diverse che si battevano contro le politiche economiche e sociali occidentali considerate liberiste, responsabili di ingiustizie e insopportabili diseguaglianze tra Nord e Sud del mondo. In quei giorni a Seattle si tenne la conferenza dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). In città per protestare arrivarono 50.000 manifestanti appartenenti a movimenti di cittadini, organizzazioni non governative, movimenti giovanili e ambientalisti, sindacati.

Con azioni di forza i manifestanti riuscirono a ritardare l’inizio dei lavori. Gli scontri con la polizia furono violenti. I giornali battezzarono quel movimento il “popolo di Seattle” o “no global”. Il movimento chiedeva la cancellazione del debito per i Paesi del Sud del mondo, si batteva contro la globalizzazione dei mercati accusata di cancellare peculiarità e differenze dei singoli paesi, per l’istituzione della Tobin Tax, la tassa sugli scambi di valuta pensata per limitare le speculazioni e ridistribuire le ricchezze, e per la tutela dell’ambiente. Chiedeva l’abolizione dei paradisi fiscali, sosteneva i diritti dei lavoratori, la parità salariale di genere.

Tra le figure di riferimento del movimento c’erano Naomi Klein, scrittrice e autrice del libro No logo, che denunciava lo strapotere delle multinazionali e dei loro marchi, ma anche l’agricoltore francese Josè Bovè, l’intellettuale indiana Vandana Shiva e lo statunitense Noam Chomsky. I giorni di Seattle coincisero anche con la nascita di Indymedia, una rete di giornalisti indipendenti e videomaker il cui motto era “Don’t hate the media, become the media” (non odiare i media, diventa i media). La rete Internet – molto diversa e più lenta dell’attuale, e ancora piuttosto lontana dai dispositivi mobili – diventò fondamentale nell’organizzazione del movimento. Mentre da una parte contribuiva all’accelerazione delle dinamiche alla base del modello economico globalizzato, dall’altra velocizzò e amplificò la diffusione delle idee alternative, delle testimonianze e dei documenti dai paesi più lontani.

Il contesto politico, in Italia e nel mondo
In Italia, poco più di un mese prima del G8 di Genova, aveva giurato il secondo governo Berlusconi (il primo, nel 1994, era durato appena otto mesi). Aveva vinto in maniera netta le elezioni del 13 maggio contro la coalizione di centrosinistra guidata da Francesco Rutelli. Restò in carica 1.412 giorni, il più longevo nella storia della Repubblica, e come era già successo nel 1994 incluse ministri di Alleanza Nazionale, l’ex Movimento Sociale Italiano, e quindi l’area ex fascista.

Gianfranco Fini venne nominato vicepresidente del Consiglio, Mirko Tremaglia divenne ministro degli Italiani nel mondo, Gianni Alemanno andò all’Agricoltura, Altero Matteoli all’Ambiente e Maurizio Gasparri alle Comunicazioni. Il ministero dell’Interno fu assegnato a Claudio Scajola, ex democristiano, ma secondo le moltissime ricostruzioni di quei giorni la funzione di ministro nei giorni del G8 di Genova fu di fatto esercitata da Fini.

A livello internazionale il Repubblicano George W. Bush era diventato presidente degli Stati Uniti battendo il Democratico Al Gore, dopo un’elezione contestatissima e decisa a settimane di distanza per uno scarto inferiore ai 2.000 voti. Tra le sue prime mosse da presidente ci fu il rifiuto di aderire al protocollo di Kyoto, che prevedeva la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, a cui avevano già aderito 40 paesi.

George W. Bush e Vladimir Putin al G8 di Genova, 21 luglio 2001 (Getty Images)

In Russia Vladimir Putin era stato eletto presidente da poco più di un anno, per il primo dei suoi quattro mandati. In Europa governavano partiti e uomini di centrodestra, oltre che in Italia, in Spagna (José Maria Aznar) e in Francia (Jacques Chirac). Nel Regno Unito il primo ministro Tony Blair aveva spostato a destra il Labour britannico introducendo il concetto di “Terza Via”, con le sue politiche liberiste in economia. In Germania, dove solo quattro anni dopo sarebbe iniziata l’era Merkel, era invece al governo il socialdemocratico Gerhard Schröder.

Nonostante le sconfitte e il momento difficile in Europa, altrove stavano succedendo cose che entusiasmavano i movimenti di sinistra italiani. In Sud America una serie di risultati elettorali e di successive politiche di successo contro la povertà stavano mostrando un modello di governo alternativo a quello occidentale a cui molti guardavano con speranza ed entusiasmo. In Cile da oltre dieci anni governava l’opposizione che aveva sconfitto il dittatore Augusto Pinochet, e soprattutto in Venezuela era diventato presidente due anni prima Hugo Chávez, che aveva promesso una rifondazione del paese e un’integrazione dei suoi popoli basata sul socialismo democratico e sull’anti-imperialismo. La sua vittoria avrebbe anticipato e aiutato quella di Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile nel 2003, che nel decennio successivo sarebbe stato un altro grande riferimento per la sinistra pacifista, terzomondista e ostile allo strapotere militare e culturale americano.

Allo stesso tempo, però, le preoccupazioni di tutto il mondo riguardavano un altro paese sudamericano, l’Argentina, entrato in una crisi economica profondissima. L’anno dopo, nel 2002, il governo argentino dichiarò di non essere in grado di ripagare i debiti, congelò per un anno i conti correnti e dichiarò il default del debito pubblico per una cifra di 132 miliardi di dollari.

Il Genoa Social Forum
In Italia il movimento no global diede vita al Genoa Social Forum, che si costituì proprio per preparare la piattaforma di rivendicazioni e richieste in vista del G8 del 2001. Fu formato da 1.184 gruppi e movimenti: tantissimi e molto diversi tra loro, con agende, rivendicazioni e principi per molti versi anche contrastanti. Aderirono partiti come Rifondazione comunista e i Verdi, movimenti cristiani come Pax Christi e la Federazione delle Chiese evangeliche, sindacati come la Fiom e i Cobas. E poi la rete Lilliput, insieme di ong che operano nei Paesi poveri, la Banca popolare etica, centri sociali come il Leoncavallo di Milano e l’Officina 99 di Napoli, movimenti femministi, Attac, l’associazione per la tassazione delle rendite finanziarie, WWF e Legambiente.

Come portavoce del Genoa Social Forum furono indicati il medico e attivista milanese Vittorio Agnoletto e Luca Casarini del centro sociale Pedro di Padova, leader delle cosiddette “tute bianche”, l’ala maggioritaria tra i centri sociali presenti nel movimento no global. Il G8 fu caricato di molte aspettative e significati, da parte del movimento no global italiano, e l’attenzione e gli slogan che si accumularono nelle settimane precedenti contribuirono a creare un clima di fortissima tensione.

Le informative dei servizi segreti
Prima dei giorni del G8 i servizi di intelligence italiani fornirono al governo e ai vertici delle Forze dell’Ordine relazioni dettagliate su che cosa sarebbe potuto succedere. Era stato previsto l’arrivo di circa 2.000 stranieri e di 500 italiani da “attenzionare”, secondo un termine utilizzato dalle forze dell’ordine. I più pericolosi, 500-1.000, sarebbero stati quelli del Blocco nero, il Black bloc, soprattutto persone del movimento anarchico considerate estremiste e violente, provenienti da Germania, Spagna, Inghilterra e Grecia (ma i greci non arrivarono, bloccati direttamente al porto di Ancona).

Addirittura il documento stimò con precisione, come scrive Giovanni Mari nel suo libro Genova 20 anni dopo, gli arrivi sicuri di italiani del Blocco nero: 35 persone da Varese, 10 da Aosta, 5 da Perugia, una da Vibo Valentia, 4 da Vercelli, 7 da Pavia, 3 da Prato. Venne anche descritto il modus operandi del gruppo: l’infiltrazione nei cortei per poi staccarsi e devastare tutto, una tattica che anni più tardi verrà messa in atto anche a Milano, l’1 maggio 2015, al corteo contro l’Expo.

L’arrivo di alcuni manifestanti contro il G8 alla stazione di Genova Brignole, 18 luglio (Sean Gallup/Getty Images)

Nel documento preparato dai servizi, i manifestanti di Genova vennero divisi in quattro potenziali blocchi: il blocco rosa, e cioè le associazioni di volontariato, le ong, i partiti tradizionali, considerati non pericolosi; il blocco giallo, costituito soprattutto dai centri sociali guidati dal Leoncavallo di Milano e dalle tute bianche; il blocco blu, e cioè i centri sociali più combattivi come l’Askatasuna di Torino e il Vittoria di Milano; il Blocco nero, quello violento, che si divise in gruppi di 30-40 persone che agivano staccandosi dai cortei principali. Al termine dei giorni del G8, però, non risultò arrestato nessuno del Black bloc.

La preparazione delle forze di polizia
Il documento preparato dall’intelligence, oltre a dare indicazioni sull’arrivo del Black bloc, diffuse ansia e disorientamento. Nel documento venne scritto che i manifestanti avevano intenzione di far rotolare copertoni incendiati verso gli schieramenti delle forze dell’ordine, che era pronto da parte dei manifestanti violenti l’utilizzo di fucili ad acqua molto potenti, che si stavano costruendo catapulte per lanciare pietre e pesce marcio. Ma soprattutto i servizi segreti informavano che c’era la possibilità che venissero lanciati centinaia di palloncini contenenti sangue infetto e utilizzate fionde da caccia in grado, come scrive Mari, di lanciare biglie capaci di perforare le protezioni. Non accadde nulla di tutto questo ma il documento, che circolò tra le forze dell’ordine, agitò gli animi.

Un uomo chiede informazioni sui varchi della zona rossa, Genova, 18 luglio 2001 (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Per proteggere il G8 nella notte tra 17 e 18 luglio fu allestita la “zona rossa”: vennero installate grate altre tre metri che crearono un muro di otto chilometri, con 13 varchi a protezione di una cittadella che doveva essere inviolabile. Ai residenti venne consegnato un pass per entrare e uscire. Furono sigillati i tombini, i bus smisero di passare. La notte del 18 luglio una serie enorme di container alti cinque metri venne posizionata sul lungomare e davanti alla stazione Brignole. La zona invalicabile così si allargò, creando restringimenti potenzialmente pericolosi in alcuni punti dove poi sarebbero passati i cortei.

Un negozio barricato in centro in vista del G8, Genova, 18 luglio
(Sean Gallup/Getty Images)

Un uomo dietro a una grata della zona rossa, 19 luglio 2001 (EPA/NIEDRINGHAUS/ansa)

A Genova furono schierate 20.000 unità appartenenti alle forze dell’ordine. Alla maggior parte furono fornite delle nuove tute con protezioni. In dotazione non fu dato il consueto sfollagente ma un tipo nuovo, il cosiddetto tonfa, a forma di T.

Venerdì 20 luglio
Il 19 luglio erano sfilate a Genova 50.000 persone che rivendicavano diritti per i migranti. A parte un breve lancio di bottiglie di plastica verso la polizia, interrotto dal servizio d’ordine del corteo, non accadde nulla. Intanto a Genova erano arrivate migliaia di persone per partecipare alle proteste di venerdì e sabato. Le tute bianche si accamparono allo stadio Carlini. Alla scuola Diaz venne allestito il coordinamento del centro media del Genoa Social Forum.

Il 20 luglio erano previsti vari cortei in diversi punti della città. C’era il corteo della rete Lilliput, quello di Arci, Attac, Rifondazione comunista, Fiom. Ma soprattutto quello più importante, delle tute bianche: circa 25.000 persone che dallo stadio Carlini dovevano arrivare a ridosso della zona rossa. L’intenzione era violare simbolicamente la zona proibita. L’allora questore di Genova Francesco Colucci disse poi che c’era un accordo con Luca Casarini in questo senso: una violazione simbolica della fortezza ci sarebbe stata, poi il corteo sarebbe tornato indietro (Casarini non ha mai confermato questa versione).

Fin dal mattino, centinaia di appartenenti al Blocco nero avevano iniziato a muoversi per la città bruciando auto e cassonetti. L’allora presidente della provincia Marta Vincenzi segnalò che circa 300 persone del gruppo avevano occupato una scuola a Quarto dei Mille. Nessuno intervenne. I Black bloc si infiltrarono nel presidio dei Cobas, in piazza Paolo da Novi, iniziando a sfondare vetrine. I Cobas decisero così di lasciare la piazza, e quando giunsero i carabinieri i manifestanti violenti si erano già dileguati. Alcuni di loro si diressero verso il carcere di Marassi: vennero distrutte le telecamere di sorveglianza e lanciate pietre contro le poche forze dell’ordine presenti.

Un’auto in fiamme, 20 luglio 2001 (Sean Gallup/Getty Images)

Il servizio d’ordine di Rifondazione comunista fece scappare i Black bloc, che però continuarono a muoversi, in gruppi di dieci-venti persone. Le forze dell’ordine non le intercettarono mai. Il Blocco nero, fuggendo dal carcere di Marassi, incontrò i manifestanti della rete Lilliput attaccandoli con sassi e bottiglie. Poi si mise di nuovo in fuga. Quando arrivarono i carabinieri, caricarono inspiegabilmente i manifestanti pacifici della Lilliput. Un altro contingente di carabinieri, il Tuscania, si perse per le strade di Genova. Un contingente di carabinieri, a piedi ma appoggiato da blindati, si lanciò alla ricerca del Black bloc. Sbagliò strada. Furono ore estremamente confuse, con ordini sbagliati o ignorati.

Alle 14.30 il corteo dei centri sociali lasciò lo stadio Carlini. C’erano più o meno 25.000 persone, in testa le tute bianche con caschi, ginocchiere, protezioni in gommapiuma, scudi in plexiglass. Nessuno strumento di offesa, secondo i giornalisti presenti. La manifestazione sfilò tranquillamente per oltre un’ora, era autorizzata a raggiungere piazza delle Americhe, a 500 metri dalla zona rossa. L’obiettivo era quello appunto di forzare simbolicamente il blocco per poter così dichiarare “violata” la zona rossa.

L’arresto di un membro delle cosiddette “tute bianche”, 20 luglio 2001 (ANSA-EPA)

In via Tolemaide il corteo si trovò di fronte il contingente dei carabinieri alla disordinata ricerca del Blocco nero. Sembrò una scena da film, manifestanti e carabinieri sorpresi di trovarsi gli uni di fronte agli altri. Ma l’errore peggiore fu quello successivo. I carabinieri, scortati da numerosi blindati, iniziarono a lanciare decine di lacrimogeni verso il corteo. Poi i militari caricarono in massa facendo quello che in qualsiasi manuale dell’ordine pubblico viene assolutamente sconsigliato: attaccare un corteo senza lasciare una via d’uscita.

In una registrazione acquisita dai magistrati si sente chiaramente un funzionario che dalla centrale operativa urla: «Nooooo, che cazzo fanno? Hanno caricato le tute bianche. No, no». Il capitano che aveva guidato la carica spiegò poi di averlo fatto per creare una via di passaggio. Ma ammise anche di non conoscere la topografia della zona e di non sapere quindi che non stava lasciando vie di fuga ai manifestanti. I carabinieri si schiantarono sulle prime linee delle tute bianche che non potevano arretrare. Ma non potevano arretrare nemmeno i carabinieri perché i blindati faticavano a fare manovra.

Fu uno scontro che durò almeno due ore e che continuò nelle vie vicine, con i carabinieri che alla fine si allontanarono precipitosamente e i blindati che si ostacolavano tra loro, in alcuni casi venendo abbandonati dagli autisti. Alcuni blindati vennero bruciati. La controffensiva dei carabinieri fu violentissima: molte testimonianze raccontarono di agenti con la pistola in mano, i giornalisti riferirono di colpi esplosi verso l’alto, ma non solo. I manifestanti che a quel punto tentavano di fuggire vennero circondati e picchiati, mentre i carabinieri si diressero in maniera disordinata verso vie laterali. Vennero picchiati manifestanti pacifici, personale medico, fotografi e giornalisti, videomaker.

Un gruppo di militari finì in piazza Alimonda, mentre le tute bianche decidevano di abbandonare la piazza e rientrare nello stadio Carlini. Per le vie di Genova rimasero gruppi di manifestanti non organizzati.

Scontri tra manifestanti e polizia, 20 luglio 2001 (ANSA-EPA)

Un uomo fermato dalla polizia, 20 luglio 2001 (ANSA-REUTERS/Stefano Rellandini)

La morte di Carlo Giuliani
Alle 17.30 i carabinieri del battaglione Sicilia caricarono un gruppo di manifestanti tra via Tolemaide e via Caffa. I militari si spostarono poi velocemente verso piazza Alimonda seguiti da due camionette Defender. Una di queste rimase incastrata in piazza contro un cassonetto dei rifiuti. A bordo c’erano l’autista Filippo Cavataio, Mario Placanica e Dario Raffone. Che cosa ci facessero lì i due mezzi non è mai stato chiarito.

Al processo il capitano dei carabinieri Claudio Cappello, che era in piazza Alimonda, disse che non essendo il Defender un mezzo blindato è improponibile utilizzarlo in operazioni di ordine pubblico, e che secondo lui sarebbe stato “suicida” disporli al seguito del contingente. Fatto sta che i due Defender erano lì e uno, per alcuni secondi, non riuscì a muoversi. A quel punto la camionetta fu circondata da alcuni manifestanti fuggiti da via Caffa.

I carabinieri presenti non intervennero. A Genova in quei giorni vennero sparati 6.000 lacrimogeni, in piazza Alimonda nessuno. Furono lanciati sassi, un manifestante con un asse di legno colpì l’interno della camionetta, un altro colpì il mezzo con un estintore. L’estintore venne poi raccolto da terra da un altro ragazzo che lo issò sopra la testa per lanciarlo verso gli agenti sulla camionetta. A quel punto il carabiniere Mario Placanica estrasse la pistola e sparò due colpi: una famosa foto catturò proprio quegli istanti, mostrando Giuliani con l’estintore sopra la testa e la mano di Placanica che impugnava la pistola, mirando ad altezza d’uomo.

Il primo colpì allo zigomo sinistro il giovane che aveva l’estintore, il secondo si conficcò nel muro della chiesa in fondo alla piazza. A quel punto il Defender riuscì a muoversi passando due volte sopra il ragazzo a terra, prima in retromarcia poi avanzando. Un reparto di polizia prese possesso della piazza circondando il corpo del giovane per sottrarlo alla vista degli altri manifestanti. Un funzionario di polizia raccolse un sasso da terra e urlò verso un manifestante: «L’avete ucciso voi».

Alle 18 l’ANSA diffuse la notizia: «Secondo una soccorritrice volontaria del Genoa Social Forum, un giovane dimostrante sarebbe morto in via Caffa, nei pressi di piazza Tommaseo». Alle 21 venne comunicato il nome del ragazzo ucciso: si chiamava Carlo Giuliani, era di Roma, aveva 23 anni.

Il corpo di Carlo Giuliani (Sean Gallup/Getty Images)

Negli atti del processo che seguì divenne tristemente famosa una comunicazione tra due funzionari di polizia, in cui si sentiva una voce di donna dire al collega uomo: «uno a zero per noi».

Nel 2005 in piazza Alimonda venne posta una lapide, dopo la decisione del consiglio comunale di Genova che approvò la mozione con soli tre voti di scarto. Nel 2012, durante lo svolgimento del processo per le violenze alla scuola Diaz, la lapide fu prima imbrattata poi distrutta. Nel 2006, nonostante le proteste dei partiti di destra, Rifondazione comunista decise di intitolare la propria aula parlamentare a Carlo Giuliani ponendo una targa. Quando dopo le elezioni del 2008 Rifondazione comunista non fu più rappresentata alla Camera, l’aula cambiò destinazione e la targa venne rimossa.

Sabato 21 luglio
Un grande corteo di 300.000 persone si snodò lungo corso Italia. Lo schema del giorno precedente si ripeté in parte. Dalla manifestazione si staccarono 300-400 appartenenti al Blocco nero che attaccarono con lanci di sassi e bottiglie le forze dell’ordine. Dopo ciò che era accaduto il giorno prima, i carabinieri furono impiegati nelle retrovie. Il servizio fu gestito da poliziotti e agenti della Finanza.

Davanti alla Fiera di Genova un centinaio di Black bloc si scagliò contro la polizia per poi ritirarsi. A un certo punto, in via Casaregis, inspiegabilmente le forze dell’ordine attaccarono il corteo pacifico e che anzi cercava di isolare i provocatori. Poliziotti e finanzieri picchiarono tutti quelli che incontravano. La carica durò 45 minuti, poi dopo una breve sospensione riprese violentemente. Tra chi fu picchiato non c’erano armi né passamontagna, non c’erano le tute nere. Gli ospedali si riempirono di feriti ma anche di poliziotti che impedirono l’ingresso a familiari e amici. Un lacrimogeno venne sparato dentro un’ambulanza.

Quel giorno il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini stette a lungo nella centrale operativa della polizia e poi al comando generale dei carabinieri. Anche altri parlamentari di Alleanza Nazionale visitarono a più riprese la centrale operativa. Il ministro dell’Interno Claudio Scajola era a Roma, al Viminale.

La scuola Diaz
Alle 19 in Questura ci fu una riunione. In due giorni c’erano stati scontri, feriti, violenze. I fermati furono pochissimi, nessuno tra i Black bloc. Il dirigente della polizia Ansoino Andreassi avrebbe poi detto al processo per i fatti della Diaz: «C’era l’esigenza di fare molti arresti per poter recuperare l’immagine delle forze dell’ordine». In Questura quella sera c’erano i massimi dirigenti: il capo della Polizia Giovanni De Gennaro disse però di essere stato informato solo quando l’operazione nella scuola era già avvenuta.

Gli arresti nella scuola Diaz, 22 luglio (AP Photo/Luca Bruno)

Tre minuti prima di mezzanotte un blindato sfondò il cancello del comprensorio Diaz, nel quartiere Albaro, costituito da due scuole, la Pascoli e la Pertini. Una parte più esigua del contingente di polizia si diresse verso la scuola Pascoli dove c’era il Centro stampa del Genoa social forum. Gli agenti si accanirono sulle cose rompendo tutto ciò che capitava a tiro. Alla Pertini entrarono invece gli uomini dello Sco di Roma (Servizio centrale operativo), del Reparto Mobile sempre di Roma, della Digos di Genova, delle squadre mobili di La Spezia, di Roma, di Napoli e di Nuoro. A capo dell’operazione era Vincenzo Canterini, che comandava circa 350 uomini.

Dentro dormivano ragazze e ragazzi, soprattutto stranieri. La violenza della polizia si scatenò senza ragione e senza freni. Il funzionario di polizia Michelangelo Fournier al processo usò l’espressione “macelleria messicana” (l’aveva usata Ferruccio Parri davanti ai cadaveri di Benito Mussolini e degli altri gerarchi che furono appesi in piazzale Loreto nel 1945). Disse anche che «fu una tonnara».

All’irruzione parteciparono uomini in borghese con la pettorina, che furono tra i più violenti: avevano la bandana sul volto, e nessuno seppe mai a che reparto appartenevano. A un certo punto se ne andarono. Canterini disse di non sapere chi era presente in quella che lui stesso definì la «macedonia della polizia». Alla fine dalla Diaz uscirono 82 feriti con teste, gambe e braccia rotte. Tre persone erano ferite gravemente, una era in coma. Il giornalista inglese Mark Covell ne uscì con otto costole rotte, un polmone bucato, un trauma cranico e cinque denti saltati. Il suo pestaggio venne definito dal pubblico ministero al processo “un martirio”.

Un uomo ferito nella perquisizione della scuola Diaz, 21 luglio 2001 (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Alla conferenza stampa dopo i fatti della Diaz i dirigenti della polizia dissero che in realtà le persone portate in ospedale erano già ferite da prima, dal pomeriggio. Poi venne detto che all’interno della scuola erano tutti Black bloc, e che erano state trovate due bombe molotov. Tutto fu smentito da inchieste, indagini e testimonianze. Le ferite furono riportate durante l’irruzione alla Diaz, e su quelle di molti manifestanti fu sparata la schiuma degli estintori e fu usato spray al pepe. Non fu trovata una sola arma, e le molotov erano state introdotte da un autista della polizia su ordine di un superiore, come lui stesso disse al processo. Furono smentite perché false anche le notizie secondo cui un’auto della polizia era stata attaccata fuori della Diaz, e che un manifestante aveva tentato di accoltellare un agente.

Bolzaneto
La caserma di Bolzaneto dista 15 chilometri dal centro di Genova. Vi furono portati i fermati della manifestazione del 20 e 21 luglio e poi dell’irruzione alla Diaz. Dentro le mura di quella caserma, in quei giorni, lo stato di diritto venne meno. I fermati, almeno 500, vennero sottoposti a tormenti e vessazioni fisiche e psicologiche. Alla polizia si aggiunsero gli uomini del Gom, il Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria, secondo le testimonianze quelli che più si accanirono contro i fermati.

I giovani furono fatti stare in piedi per ore con il volto rivolto contro il muro e le mani alzate, mentre gli agenti facevano suonare a ripetizione la canzone fascista “Faccetta nera” e intonavano il ritornello “un due tre, evviva Pinochet, quattro cinque sei, bruciamo gli ebrei”. I piercing vennero strappati, chi era ferito venne colpito sulle ferite. Un ragazzo venne fatto girare per la caserma a quattro zampe abbaiando. Le donne subirono minacce di stupro, non poterono utilizzare il bagno. Il medico capo dell’infermeria di Bolzaneto insultò i feriti dando loro delle “maledette zecche”, e si rifiutò di mandare in ospedale anche chi stava veramente male.

Un poliziotto in forza alla caserma di Bolzaneto raccontò a Repubblica: «Quella notte il cancello si apriva in continuazione, dai furgoni scendevano quei ragazzi e giù botte. Li hanno fatti stare in piedi contro i muri. Una volta all’interno gli sbattevano la testa contro il muro. A qualcuno hanno pisciato addosso, altri colpi se non cantavano “Faccetta nera”. Una ragazza vomitava sangue e le agenti dei Gom la stavano a guardare. Alle ragazze le minacciavano di stuprarle con i manganelli». L’allora ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli, visitò la caserma di Bolzaneto il 21 luglio e disse di non essersi accorto di nulla, e che anzi era rimasto colpito dall’ordine e dall’organizzazione.

I processi
Per la morte di Carlo Giuliani il carabiniere Mario Placanica fu indagato per omicidio. Il Gip lo prosciolse per legittima difesa e uso legittimo delle armi. La perizia realizzata durante l’inchiesta stabilì che il colpo che uccise Giuliani fu sparato verso l’alto colpendo un sasso lanciato da un manifestante e deviando così la sua traiettoria. Questa ricostruzione dei fatti è sempre stata contestata dalla famiglia Giuliani. Placanica fu dimesso nel 2005 dall’Arma dei Carabinieri perché ritenuto “inadatto al servizio”.

Dopo i fatti di piazza Manin del 20 luglio, e cioè la carica della polizia nei confronti dei manifestanti pacifici della rete Lilliput, vennero presentate circa 60 denunce per le lesioni subite. Il ministero dell’Interno dovette risarcire molti manifestanti perché venne appurato l’uso ingiustificato della forza. Nessuno tra i poliziotti che parteciparono alla carica venne individuato e riconosciuto: avevano bandane sul viso e in Italia non era (e non è tuttora) previsto il numero identificativo sul casco.

Tra i manifestanti ci furono 25 condanne: 13 per danneggiamento, una per lesioni, dieci per devastazioni e saccheggio. In tutto furono comminati 110 anni di carcere.

Per i fatti della Diaz ci furono 29 imputati tra dirigenti e funzionari di polizia: in primo grado 16 furono assolti e 13 condannati per falso ideologico, lesioni, lesioni aggravate in concorso, introduzione delle bombe molotov nella scuola e violazione della legge sulle armi. Nel processo d’appello le condanne divennero 25 e le subirono anche i dirigenti che in primo grado erano stati assolti: il capo dell’anticrimine Francesco Gratteri fu condannato a 4 anni, il comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini a 5, Spartaco Mortola, dirigente della Digos di Genova, a 3 anni e 8 mesi. La Corte di Cassazione confermò poi le condanne. Il ministero dell’Interno fu condannato a pagare cifre tra 5.000 e 50.000 euro per ognuna delle parti civili che si erano presentate al processo.

Persone al processo contro gli agenti che fecero irruzione alla scuola Diaz, 13 novembre 2008 (AP/Lapresse)

Per i fatti della caserma di Bolzaneto furono imputate 44 persone. Ci furono 15 condanne e 30 assoluzioni. Nelle motivazioni della sentenza venne scritto che era avvenuta «distruzione di oggetti personali, insulti di ogni tipo, da quelli a sfondo sessuale, diretti in particolare alle donne, a quelli razzisti a quelli di contenuto politico e varie minacce, spruzzi di sostanze urticanti o irritanti nelle celle, percosse in tutte le parti del corpo, compresi i genitali inferte con le mani coperte da pesanti guanti di pelle nera e con i manganelli». Venne anche scritto:

«L’elenco delle condotte criminose poste in essere in danno delle persone arrestate o fermate transitate nella caserma di Bolzaneto nei giorni compresi tra il 20 e il 22 luglio 2001 consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante e che, quantunque commessi da un numero limitato di autori, che hanno tradito il giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica Italiana hanno, comunque, inferto un vulnus gravissimo, oltre a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle Forze della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria.»

I giudici dovettero però anche rilevare che, «forse per un malinteso spirito di corpo», la maggior parte di coloro che si resero responsabili delle vessazioni era rimasto ignoto. Nessuno tra i dirigenti di polizia coinvolti nei fatti di Genova subì arretramenti di carriera. Chi lasciò la polizia ebbe importanti ruoli in società pubbliche e private.

L’ex capo della polizia Franco Gabrielli, in carica dal 2016 al febbraio scorso, disse: «A Genova, un’infinità di persone, incolpevoli, subirono violenze fisiche e psicologiche che hanno segnato le loro vite. A Bolzaneto, lo dico chiaro, vi fu tortura. Se fossi stato in Gianni De Gennaro, allora capo della Polizia, mi sarei dimesso».