(ANSA/ VALENTINA SETFANELLI)

Come stanno andando l’e-commerce e lo smart working nelle PMI

Uno studio mostra i cambiamenti dovuti alla pandemia: aumentano le piccole e medie imprese con servizi di vendita online, ma restano sotto il 9 per cento

(ANSA/ VALENTINA SETFANELLI)

Durante questi mesi si è molto discusso dei cambiamenti imposti dalla pandemia nel mondo del lavoro. Per cercare di mappare meglio la situazione, l’osservatorio Market Watch PMI di Banca Ifis ha effettuato nei primi mesi del 2021 due studi proprio per capire cosa sia accaduto nelle piccole e medie imprese italiane (PMI): il primo riguarda l’e-commerce, mentre il secondo approfondisce il tema dello smart working. Per queste due ricerche, tra marzo e febbraio l’ufficio studi di Banca Ifis, in collaborazione con Format Research, ha interpellato circa 600 piccole e medie imprese appartenenti a dieci settori produttivi del «Made in Italy» (agroalimentare, automotive, chimica e farmaceutica, costruzioni, logistica e trasporti, manifattura, meccanica, moda, sistema casa e tecnologia) con sedi in venti regioni italiane.

Le PMI italiane e l’e-commerce
L’espansione dell’e-commerce durante i mesi della pandemia da coronavirus, soprattutto da parte di Amazon, la principale azienda mondiale del settore, è stata uno dei fenomeni più significativi dell’economia globale. I lockdown e le restrizioni sulle attività e gli spostamenti hanno fatto crescere l’e-commerce un po’ ovunque, e già a settembre del 2020 il New York Times scriveva che ciò era successo in particolare in Paesi come l’Italia in cui non era particolarmente sviluppato, e che a giovare di questa tendenza erano state in particolare le società che già in precedenza avevano posizioni egemoniche.

Dallo studio sull’e-commerce di Banca Ifis risulta però che meno di un decimo delle piccole e medie e imprese italiane sondate utilizza le piattaforme digitali per vendere i propri prodotti. Questa percentuale è decisamente più alta per le PMI di settori strategici per l’economia italiana come l’agroalimentare (19 per cento), la moda (16 per cento) e la chimica-farmaceutica (16 per cento). ). I ricavi dell’e-commerce valgono circa il 9% del fatturato complessivo di una PMI con punte del 26% nel settore della chimica e della farmaceutica. Un dato, quest’ultimo, che ben si spiega con il fatto che ben l’81% delle PMI opera prevalentemente sul segmento B2B, cioè vende ad altre aziende e non al consumatore finale.

Se dunque la percentuale delle aziende che fanno ricorso all’e-commerce è ancora esigua, lo studio mostra però che più di un quarto (26 per cento) di chi utilizza sistemi di vendita online li ha adottati negli ultimi dodici mesi. Il mutamento è avvenuto principalmente per far fronte all’esigenza di continuare le attività di vendita mentre le misure di contenimento dei contagi impedivano l’apertura di punti vendita fisici, ma la situazione è in evoluzione.

La pandemia potrebbe infatti aver stimolato molte aziende che ancora non lo fanno a decidere nel prossimo futuro di vendere i propri prodotti online: secondo Market Watch PMI infatti il 2% delle PMI sta già lavorando allo sviluppo di una piattaforma di vendita digitale mentre il 35 per cento ne sta valutando l’apertura entro i prossimi dodici mesi. Di queste il 6 per cento ne reputa altamente probabile l’adozione entro il 2022.

Elaborazione dell’osservatorio Market Watch PMI di Banca Ifis

Se i dati sono in crescita, sia per quanto riguarda i volumi che per quanto riguarda i ricavi, il nostro Paese in questo settore sconta però una storica arretratezza: il 43 per cento delle aziende sondate dall’Ufficio Studi di Banca Ifis dichiara infatti di aver introdotto i servizi di e-commerce solo tra il 2017 e il 2019 e il 26% tra il 2020 e il 2021.

Per gestire l’e-store il 39 per cento delle PMI ha investito nella formazione di risorse già interne all’azienda, una su cinque ha assunto personale specifico e dedicato a quella mansione, mentre l’85 per cento si è rivolto a operatori specializzati per la gestione della logistica. Il 39 per cento delle aziende ha scelto poi di affiancare a una propria piattaforma anche un operatore esterno: nel 64 per cento dei casi si tratta di Amazon, nel 22 per cento di Alibaba.

Proprio la difficoltà a formare il personale incaricato del servizio (nelle diverse mansioni, dalla gestione del sito, al magazzino, alla logistica) è uno dei motivi principali che hanno rallentato fino ad oggi l’estensione del servizio: lo dichiara il 42 per cento delle aziende sondate. La stragrande maggioranza (ben l’80 per cento) delle imprese che non ha ancora deciso di affidarsi all’e-commerce afferma però che non ritiene che la vendita online sia il canale adatto per la propria offerta di prodotto.

Le PMI italiane e lo smart working
Lo studio dell’osservatorio Market Watch PMI di Banca Ifis conferma nei numeri un maggiore utilizzo delle modalità di lavoro da remoto nelle piccole e medie imprese italiane a partire dall’ultimo anno, ovviamente a causa delle misure di contenimento della pandemia da coronavirus. Se prima dell’epidemia appena il 5 per cento delle aziende con meno di 250 dipendenti consentiva il lavoro da remoto, durante l’emergenza questa percentuale è salita fino a quasi il 37 per cento.

La crescita c’è stata soprattutto per le PMI del Nord-Ovest (49 per cento durante il lockdown della primavera del 2020 contro appena il 19 per cento di quelle del Sud e delle Isole) e in quelle con più di 50 addetti (il 74 per cento delle aziende con più di 50 addetti contro il 28 per cento di quelle con un numero di dipendenti compreso tra 10 e 19). Nonostante le imprese abbiano verificato che con lo smart working alcuni costi vengono abbattuti (come banalmente quelli d’affitto dei locali), lo studio evidenzia come gli imprenditori considerino la sede e l’ufficio fondamentali per la condivisione della cultura aziendale e della collaborazione.

In base al sondaggio dell’Ufficio Studi di Banca Ifis infatti, per il 28 per cento delle PMI interpellate la coesione del gruppo di lavoro è diminuita a causa dell’introduzione dello smart working. Conseguentemente, se il 62 per cento delle aziende dichiara di voler mantenere la possibilità per i propri dipendenti di lavorare da remoto, il 45 per cento ridurrà l’intensità con cui sarà possibile ricorrere a questa soluzione. Per la quasi totalità delle aziende sondate, il 91 per cento, il ruolo dell’ufficio resta dunque centrale per lo svolgimento delle attività lavorative.