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Come è andato il commercio equo e solidale durante la pandemia

Aumentano le vendite di cacao e zucchero di canna, diminuiscono quelle di banane. La Grande distribuzione organizzata (GDO) è il primo canale di vendita

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Come tutti i settori dell’economia globale, anche quello del commercio equo e solidale ha dovuto fare i conti con la crisi causata dall’epidemia da coronavirus. Per il circuito equo e solidale si è trattato di una fase ancora più complicata. Le organizzazioni di produttori agricoli di questo settore, grazie ad aziende anche italiane che credono in questo modello di business, garantiscono un prezzo più giusto per il prodotto e un salario più corretto per chi lo produce rispettando l’ambiente e le risorse naturali. Spesso però hanno sede in Paesi in via di sviluppo fortemente colpiti dall’epidemia e con infrastrutture, anche sanitarie, non sempre all’altezza di quelle occidentali.

Alcuni elementi per avere un quadro dell’andamento del commercio equo e solidale, sia dal lato dei produttori delle materie prime, sia da quello di uno dei paesi consumatori come l’Italia, si possono ricavare dal report annuale di Fairtrade, una delle più grandi e famose associazioni internazionali che si occupano di questo settore. Il suo marchio di certificazione tondo verde e azzurro è diventato negli ultimi decenni un segno di riconoscibilità per prodotti realizzati e acquistati nel rispetto dei diritti dei lavoratori in Asia, Africa, America Latina.

I dati raccolti evidenziano che, nonostante la pandemia nel 2020, il valore del venduto di prodotti contenenti almeno un ingrediente certificato Fairtrade è arrivato a 436 milioni di euro, contro i 320 milioni di euro del 2019. Si tratta di materie prime di cui si attesta che il produttore abbia ricevuto il cosiddetto Prezzo Minimo Fairtrade, un prezzo equo e stabile al di là delle oscillazioni del mercato e che copre i costi medi di una produzione sostenibile.

Chi ottiene questa certificazione può contare anche sul cosiddetto “Premio Fairtrade”, una somma di denaro aggiuntiva, che gli stessi lavoratori decidono come spendere: possono scegliere di utilizzare il Premio per migliorare le tecniche produttive, per realizzare progetti sociali o ambientali, oppure per costruire strade e infrastrutture, come aule e strutture scolastiche, ambulatori o altre strutture sanitarie. Anche per quanto riguarda il “Premio” c’è stata una crescita nell’ultimo anno: dai 2,5 milioni di euro del 2019 si è passati ai 3 milioni del 2020.

Un esempio del sostegno che le piccole aziende produttrici hanno ricevuto durante l’epidemia da coronavirus grazie al “Premio Fairtrade” è quello della cooperativa agraria di ACOPAGRO di Juanjui in Perù che, nonostante la crisi,  nel 2020 è riuscita a produrre quasi 2.800 tonnellate di cacao in fave secche, tutte destinate al mercato equo e solidale. La cooperativa ha utilizzato i fondi del “Premio” accantonati negli anni precedenti, oltre che per il miglioramento tecnico delle infrastrutture e il supporto tecnologico delle coltivazioni, anche per far fronte all’emergenza sanitaria, mettendo in atto i protocolli di sicurezza per prevenire il contagio, in un paese fortemente colpito come il Perù.

Il report mostra che anche la gamma di prodotti certificati è aumentata: si va, tra gli altri, dalla frutta fresca come banane e ananas, al caffè, al cioccolato, ai cereali per la colazione, alle barrette, ai biscotti, alla frutta secca, ai fiori recisi e all’abbigliamento in cotone. Tra i prodotti che hanno registrato una crescita delle vendite più alta c’è il cacao (più 33 per cento rispetto al 2019) e lo zucchero di canna (più 30 per cento). Le banane invece sono quelle che hanno maggiormente subito l’effetto delle chiusure (non soltanto di bar, ristoranti e alberghi, ma anche di mense scolastiche e uffici) e delle norme di contenimento del contagio. Dopo una crescita costante negli ultimi 15 anni, per la prima volta il 2020 ha registrato un calo del 15 per cento, con un volume di 13.500 tonnellate vendute, rispetto alle 15.962 tonnellate del 2019.

In generale, la crescita del mercato equo e solidale, sia dal punto di vista del volume che del numero di prodotti, è stata possibile anche grazie al consolidamento della diffusione di tali prodotti attraverso la cosiddetta Grande distribuzione organizzata (GDO), come riporta anche lo studio commissionato sempre da Fairtrade a Nielsen, multinazionale specializzata nelle analisi di mercato. Lo studio si è svolto ad aprile 2021 e ha coinvolto un campione di 1.004 responsabili degli acquisti per analizzare le tendenze degli ultimi tre anni.

Emerge che la percentuale di persone che acquistano prodotti etici nella Grande distribuzione organizzata sale al 72 per cento (più 21 per cento rispetto a 3 anni fa), mentre chi lo fa acquistando in canali specializzati scende al 56 per cento (meno 9 per cento), con una quota di persone che dichiara di acquistare attraverso entrambi i canali. Per quanto riguarda le motivazioni che spingono all’acquisto di prodotti equi e solidali per il 45 per cento delle persone sondate è la volontà di sostenere una giusta causa, mentre il maggiore ostacolo all’acquisto resta il prezzo considerato troppo alto (per il 40 per cento) insieme alla poca affidabilità percepita (30 per cento), quest’ultimo dato però in calo rispetto a 3 anni fa (meno 13 per cento).