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  • Mercoledì 14 aprile 2021

La questione dell’acqua di Fukushima, spiegata

Di che acqua parliamo, come e quando sarà riversata nel Pacifico, quanto è radioattiva e soprattutto: è pericolosa?

Una protesta davanti alla residenza del primo ministro giapponese contro la decisione di riversare l’acqua contaminata accumulata nella centrale nucleare di Fukushima nell’oceano Pacifico, il 12 aprile 2021, Tokyo (Takashi Aoyama/Getty Images)
Una protesta davanti alla residenza del primo ministro giapponese contro la decisione di riversare l’acqua contaminata accumulata nella centrale nucleare di Fukushima nell’oceano Pacifico, il 12 aprile 2021, Tokyo (Takashi Aoyama/Getty Images)

La decisione del governo giapponese di disperdere nell’oceano Pacifico l’acqua contaminata immagazzinata nella centrale nucleare di Fukushima è stata contestata da gruppi ambientalisti, dai pescatori e dai paesi vicini al Giappone, e ha generato preoccupazioni e discussioni sui social network, come succede spesso quando si parla di questioni legate a disastri nucleari come quello del 2011. Il piano del Giappone per gestire l’acqua contaminata è frutto di una riflessione durata diversi anni ed è stato approvato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) delle Nazioni Unite. Molti esperti di radiazioni e di rifiuti nucleari hanno difeso il piano spiegandone gli aspetti più controversi e fornendo rassicurazioni, ma c’è anche chi ha espresso qualche preoccupazione.

Di che acqua stiamo parlando
Nel marzo del 2011 un grande tsunami colpì la costa nord-orientale del Giappone e causò la fusione parziale dei noccioli di tre dei sei reattori della centrale di Fukushima Daiichi per via dell’inadeguatezza dei sistemi di sicurezza dell’impianto, che non era preparato a un’onda anomala alta più di 14 metri. Per raffreddare le barre di combustibile nucleare subito dopo l’incidente e mantenerle alla giusta temperatura, in tutti questi anni è stata usata una grande quantità d’acqua, che ha assorbito varie sostanze radioattive. Lo stesso è successo alla pioggia caduta sulla centrale nel corso del tempo.

Attualmente ci sono circa 1,25 milioni di tonnellate di acqua contaminata a Fukushima, l’equivalente di 500 piscine olimpioniche, che sono contenute in grandi serbatoi: la Tokyo Electric Power Co. (Tepco), l’azienda energetica che gestisce la centrale, ne ha costruiti più di mille attorno all’impianto. Tuttora il combustibile nucleare parzialmente fuso deve essere raffreddato e per farlo periodicamente viene usata nuova acqua, che poi è aggiunta ai serbatoi. Dato che però lo spazio per mettere nuovi serbatoi attorno alla centrale sta finendo (si prevede che saranno tutti pieni entro la seconda metà del 2022) e quello che occupano al momento servirà per realizzare nuovi impianti per il trattamento dei materiali radioattivi della centrale, era necessario trovare una destinazione alternativa per l’acqua.

Un’immagine satellitare che mostra la centrale di Fukushima Daiichi il 28 febbraio 2021: si vedono bene i numerosi serbatoi d’acqua contaminata che circondano gli edifici della centrale, sono le strutture azzurre nella parte sinistra della fotografia (EPA/MAXAR TECHNOLOGIES / HANDOUT, ANSA)

Quando e come verrà riversata nell’oceano Pacifico
Era da sette anni che, in vista dell’esaurimento dello spazio nei serbatoi, si discuteva di dove mettere l’acqua contaminata: nel 2019 il ministero dell’Economia giapponese aveva proposto di riversarla gradualmente nell’oceano Pacifico oppure di lasciare che evaporasse nell’atmosfera, la soluzione usata per gestire l’acqua contaminata in seguito all’incidente della centrale nucleare americana di Three Mile Island, nel 1979. L’anno scorso l’IAEA aveva detto che entrambe le soluzioni erano «tecnicamente praticabili»: di fatto vengono già usate dalle centrali nucleari in giro per il mondo, seguendo regole precise. Il vantaggio di riversarle nell’oceano è che permette di controllare meglio i livelli di sostanze radioattive disperse nell’ambiente.

Secondo il piano del governo giapponese l’acqua comincerà a essere riversata in mare, dopo essere stata filtrata, tra circa due anni. Ma non sarà dispersa tutta nello stesso momento: l’intero processo durerà circa quarant’anni anche perché nel tempo si aggiungerà nuova acqua da gestire. Non c’è ancora un piano preciso su come avverrà la dispersione dell’acqua, ma tutto il processo sarà supervisionato dall’IAEA e dovrà rispettare degli standard internazionali.

Quanto è radioattiva l’acqua che finirà in mare
A Fukushima l’acqua non viene semplicemente accumulata nei serbatoi, viene anche filtrata in modo da ridurne la radioattività. Il governo giapponese ha insistito su questo punto tanto che, ha raccontato Reuters, un funzionario governativo che si occupa di comunicazione ha mandato un’email ai giornali per chiedere di non usare l’aggettivo «contaminata» per descrivere l’acqua, bensì «trattata», sostenendo che il primo termine fosse fuorviante.

L’acqua viene filtrata da un sistema chiamato ALPS, che sta per “Advanced Liquid Processing System”: rimuove la maggior parte degli elementi radioattivi contenuti nell’acqua usata per raffreddare il combustibile nucleare (62 su 64), facendola passare attraverso dei filtri che li trattengono.

Un video di Tepco del 2014 che spiega in inglese come funziona il sistema ALPS:


Ci sono però alcuni elementi radioattivi che il sistema ALPS non può rimuovere. Il principale è il trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno naturalmente presente nell’acqua del mare e nell’atmosfera. Viene prodotto dall’interazione della radiazione cosmica con gli strati alti dell’atmosfera, da cui entra nel ciclo dell’acqua attraverso cui arriva in mare e nelle falde acquifere. Parte del trizio in circolazione deriva anche dalle centrali nucleari, e nell’oceano Pacifico ne fu disperso tra gli anni Quaranta e Sessanta durante gli esperimenti atomici di Francia, Regno Unito e Stati Uniti.

L’emivita del trizio, cioè il tempo che impiega perché metà della sua massa iniziale decada in elio, è di 12,3 anni: significa che nell’ambiente scompare nell’arco di qualche decennio, e non di qualche secolo, come è il caso per molti altri isotopi radioattivi. Se immesso all’interno del corpo umano (tipicamente con acqua radioattiva, che contiene atomi di trizio al posto di quelli di idrogeno), la sua emivita biologica, cioè il tempo in cui il corpo ne espelle la metà, è molto più breve: è compresa tra i sette e i dieci giorni.

Il trizio è considerato poco pericoloso per la salute umana, anche perché non può penetrare attraverso la pelle. Può però essere ingerito e dato che gli scienziati pensano che in grandi quantità possa essere dannoso, in tutto il mondo sono stati fissati dei limiti sulla quantità di trizio che può essere contenuto nell’acqua potabile; variano molto tra i paesi in base al livello di cautela scelto.

In Italia e negli altri paesi dell’Unione Europea deve essere inferiore ai 100 becquerel – unità di misura dell’attività di un radionuclide, che corrisponde a un decadimento al secondo – per litro, ma il limite fissato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) è molto più alto, pari a 10mila becquerel per litro. Il piano del governo giapponese sull’acqua contaminata di Fukushima prevede di diluirla fino ad arrivare a una quantità di trizio inferiore ai 1.500 becquerel per litro prima di riversarla nell’oceano, dove sarà ulteriormente diluita, tanto da non influire in modo apprezzabile sulla naturale concentrazione di trizio nell’oceano.

Cosa si dice tra gli scienziati
Oltre al trizio, nell’acqua di Fukushima sono ancora contenuti altri elementi radioattivi, come isotopi del rutenio, del cobalto, dello stronzio e del plutonio: la Tepco dice che attualmente sono presenti nel 71 per cento dei serbatoi d’acqua. Il governo giapponese ha promesso che l’acqua verrà ulteriormente filtrata per rispettare le regole internazionali sul contenuto di questi isotopi, ma non è bastato a rassicurare alcuni esperti. «La mia preoccupazione riguarda gli altri contaminanti ancora presenti ad alti livelli nei serbatoi» ha detto a Reuters il chimico nucleare Ken Buesseler, ricercatore del Woods Hole Oceanographic Institution che ha studiato le acque intorno a Fukushima. «Sono più rischiosi del trizio per la salute e si accumulano più facilmente nei pesci e sui fondali marini».

Nigel Marks, fisico esperto di materiali nucleari della Curtin University, un’università australiana, ha detto che riversare l’acqua nel Pacifico è la cosa giusta da fare, perché attraverso la diluizione «la radioattività scenderà sotto i livelli di sicurezza», comparabili a quelli a cui si è sottoposti durante alcune procedure mediche e nei viaggi in aereo. Michiaki Kai, esperto di rischi legati alle radiazioni dell’Università di Oita, in Giappone, ha detto all’Agence France-Presse che è importante che la diluizione e i volumi dell’acqua dispersi vengano controllati, ma che tra gli scienziati prevale il consenso sul fatto che «l’impatto sulla salute sia minuscolo». Però, ha aggiunto, «non si può dire che sia pari a zero, per questo la questione è controversa».

– Leggi anche: Dove mettere le scorie nucleari italiane

L’organizzazione ambientalista Greenpeace, che è contraria all’uso dell’energia nucleare, ha criticato la decisione del governo giapponese soprattutto per via del carbonio-14 che «si può facilmente concentrare nella catena alimentare». Teme che questa sostanza causi mutazioni genetiche negli animali marini e accusa la Tepco di aver deciso di disperdere l’acqua contaminata nell’oceano per risparmiare, e che una scelta migliore sarebbe stata continuare a tenerla immagazzinata in attesa di sviluppare una tecnologia con migliori capacità di filtraggio. Greenpeace dice che c’è spazio per nuovi serbatoi in un terreno vicino alla centrale: un ulteriore vantaggio sarebbe che continuando a tenere l’acqua immagazzinata parte degli isotopi decadrà naturalmente.

Geraldine Thomas, professoressa di Patologia molecolare dell’Imperial College di Londra ed esperta di radiazioni, ha però detto che il carbonio-14 non costituisce un rischio per la salute e che altre sostanze chimiche che si trovano nell’oceano, come il mercurio, dovrebbero preoccupare i consumatori più «di ogni cosa provenga da Fukushima»: Thomas ha anche detto che non avrebbe alcuna esitazione a mangiare pesce pescato a Fukushima.

Chi ha criticato la decisione del governo giapponese
Oltre a Greenpeace e ad altre organizzazioni ambientaliste, la scelta di disperdere l’acqua contaminata nell’oceano è stata contestata dai pescatori giapponesi. «Il messaggio del governo secondo cui l’acqua sarebbe sicura non sta arrivando alle persone e questo è il grosso problema» ha spiegato un membro dell’associazione dei sindacati di pescatori di Fukushima all’Agence France-Presse. Sia chi commercializza il pesce pescato nella zona che molti potenziali consumatori hanno detto che smetteranno di comprare e mangiare i prodotti ittici locali se l’acqua contaminata verrà dispersa nell’oceano.

L’industria della pesca locale si è ovviamente ridotta sensibilmente dal 2011 a oggi, nonostante il governo abbia fissato, per il pescato locale, delle regole sulla radioattività molto più rigide di quelle che riguardano il resto dei prodotti ittici giapponesi: a livello nazionale possono contenere al massimo 100 becquerel al chilo (il limite nell’Unione Europea è di 1.25o becquerel al chilo), mentre i prodotti provenienti dalla zona di Fukushima possono arrivare al massimo a 50. Centinaia di migliaia di campioni di pesce sono stati testati per misurare i livelli di radioattività dal 2011 a oggi.

Hanno criticato la decisione del governo giapponese anche alcuni paesi vicini. Il ministero degli Esteri della Cina ha definito la scelta «estremamente irresponsabile» e dannosa per gli interessi dei paesi asiatici, mentre la Corea del Sud ha richiamato il suo ambasciatore a Tokyo e ha detto che il Giappone avrebbe dovuto consultare di più i suoi vicini. Anche Taiwan ha espresso preoccupazione, mentre gli Stati Uniti hanno appoggiato il governo giapponese, ricordando che il piano per l’acqua di Fukushima è stato approvato dall’IAEA: «Il Giappone ha adottato un approccio in accordo con gli standard sul nucleare condivisi a livello internazionale», ha commentato il dipartimento di Stato americano.

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