Il presidente argentino Alberto Fernández (Juan Mabromata - Pool/Getty Images)
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  • sabato 13 Marzo 2021

In Argentina l’economia non ce la fa quasi più

Il governo sta cercando di sostenere la popolazione colpita dalla crisi ma non ha praticamente più soldi per farlo

Il presidente argentino Alberto Fernández (Juan Mabromata - Pool/Getty Images)

In Argentina la situazione dell’economia è piuttosto grave: la crisi provocata dalla pandemia da coronavirus nel paese è stata una delle peggiori del mondo, e si è andata a sommare a difficoltà economiche strutturali precedenti. Lo scorso maggio l’Argentina era andata tecnicamente in default a causa di un mancato pagamento di bond, e da allora i tentativi di stabilizzare l’economia sono stati in gran parte infruttuosi.

La situazione dell’economia ha creato anche molto dibattito attorno alle iniziative del presidente Alberto Fernández, peronista moderato, che per ora ha rifiutato di adottare misure di austerity per risolvere il forte indebitamento del paese e si è avvalso di nuove tasse, soprattutto rivolte alla fascia più ricca della popolazione. Come ha scritto il Wall Street Journal, secondo alcuni economisti queste misure potrebbero penalizzare gli investimenti e la creazione di nuove imprese, e dunque rallentare la crescita.

Nel 2020 l’economia argentina ha risentito più di molte altre, in America Latina e nel mondo, per la crisi provocata dalla pandemia: il PIL del paese è calato di oltre l’11 per cento e il calo si è andato a sommare a quello degli anni precedenti: l’economia era già in recessione da due anni, e il PIL era sceso tra il 2 e il 3 per cento nel 2018 e nel 2019.

Alberto Fernández, arrivato alla presidenza nel dicembre del 2019, si è dunque trovato ad affrontare una doppia crisi: un’economia già debole e fortemente indebitata — a tal punto che il suo predecessore, Mauricio Macri, era stato costretto nel 2018 a chiedere un prestito al Fondo monetario internazionale (FMI) per evitare il default — e, nel giro di qualche mese, l’inizio di una pandemia globale.

Secondo uno studio della Pontificia università cattolica argentina riportato dal Wall Street Journal, nel 2020 la percentuale di persone che viveva sotto la soglia di povertà in Argentina è arrivata al 44 per cento (era sopra il 30 per cento già negli anni precedenti). Inoltre l’inflazione è aumentata del 36 per cento su base annuale, e nel solo mese di gennaio i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati del 4 per cento. Il valore del mercato finanziario argentino, cioè il valore complessivo di tutte le aziende quotate, è passato da 350 miliardi di dollari statunitensi nel 2018 a 20 miliardi, segno sia del fatto che alcune aziende hanno perso di valore sia che altre hanno abbandonato il paese.

A maggio del 2020 l’Argentina è andata tecnicamente in default perché non è riuscita a ripagare in tempo alcuni debiti. Questo non ha significato un blocco del funzionamento dello stato, ma ha avuto comunque gravi conseguenze, anzitutto perché il paese non è più riuscito ad accedere ai mercati internazionali per finanziarsi facendo nuovo debito.

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In questo contesto, rispondere alle due crisi dell’economia argentina è particolarmente complicato per Fernández.

A causa della prima crisi, quella strutturale cominciata ben prima della pandemia, lo stato argentino non riesce a ripagare i suoi debiti e praticamente non ha fondi a sua disposizione: attualmente sono appena 5 miliardi di dollari, tra riserve di contanti e di oro. Al tempo stesso, però, il governo ha bisogno di mettere in atto politiche espansive e molto dispendiose per cercare di sostenere l’economia e i cittadini colpiti dalla seconda crisi, quella provocata dalla pandemia, come sta facendo la grande maggioranza dei governi del mondo: soltanto questa settimana, per esempio, gli Stati Uniti hanno approvato uno dei piani di aiuti economici più costosi della storia.

Dunque il governo argentino avrebbe bisogno di spendere per sostenere l’economia, ma non ha soldi per farlo, né la possibilità di accedere ai mercati per fare debito. Le soluzioni principali tentate da Fernández e dal suo ministro dell’Economia, Martín Guzmán, sono principalmente tre.

La prima è rinegoziare i molti debiti del paese. Nell’agosto del 2020 il governo ha stretto un accordo per rimandare il pagamento di 65 miliardi di dollari statunitensi dovuti a una serie di creditori privati, tra cui i grandi fondi americani BlackRock e Greylock Capital Management. I creditori hanno anche accettato di tagliare il debito in cambio di nuovi bond, e di ridurre gli interessi. Attualmente il governo sta negoziando con il FMI per cercare di rimandare almeno di qualche mese il pagamento del prestito chiesto nel 2018, che ammonta a 45 miliardi di dollari. Secondo Bloomberg, è possibile che il FMI conceda una proroga fino a ottobre di quest’anno, quando in Argentina si terranno le elezioni di metà mandato.

La seconda soluzione, resa necessaria dall’impossibilità di finanziarsi sui mercati, è stata stampare moneta. Nel corso del 2020 il governo ha stampato così tante banconote che, a un certo punto, per farlo ha dovuto servirsi di imprese in Brasile e in Spagna, perché quelle argentine, pur lavorando a pieno ritmo, non riuscivano a star dietro alla richiesta. Questa soluzione è ovviamente pericolosissima: la gran quantità di moneta stampata ha provocato un aumento dell’inflazione, che ha finito per danneggiare cittadini e aziende.

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La terza soluzione è stata ricorrere a nuove tasse rivolte soprattutto alla fascia più ricca della popolazione e alle imprese, che però secondo molti analisti hanno il problema di scoraggiare gli investimenti e la creazione di nuove aziende, e dunque di danneggiare la futura crescita.

Una delle principali misure adottate dal governo è stata una tassa patrimoniale del 3,5 per cento sugli individui i cui asset superano i 2,3 milioni di dollari. Per sfuggire alla tassa, moltissimi imprenditori si sono trasferiti nel vicino Uruguay, il cui governo è considerato molto più favorevole al business. Tra questi Marcos Galperin, il fondatore di Mercado Libre, che è la versione latinoamericana di Amazon, e Gustavo Grobocopatel, uno dei principali imprenditori agricoli del continente.

Altre misure, come la sospensione temporanea delle esportazioni delle derrate alimentari, dovrebbero servire a ridurre l’inflazione ma stanno danneggiando l’industria agricola. Molte altre imprese come Walmart e Nike hanno lasciato il paese.

Nel frattempo il governo ha imposto un blocco dei licenziamenti e ha attivato una specie di cassa integrazione grazie alla quale ha pagato il 50 per cento del salario a centinaia di migliaia di lavoratori, investendo una notevole quantità delle scarse risorse pubbliche.

Fernández sconta anche un problema di credibilità politica, provocato dal fatto che la sua vicepresidente è Cristina Fernández de Kirchner (nessuna parentela), che fu presidente tra il 2007 e il 2015 e che ha posizioni molto populiste in economia. Durante la campagna elettorale del 2019, Cristina Kirchner fu il principale sponsor politico di Alberto Fernández, e molti analisti politici ritengono che sia ancora la principale influenza del governo.

Il ministro dell’Economia, Guzmán, è convinto che continuare a spendere per sostenere la popolazione in difficoltà sarà necessario ancora per poco: prevede infatti che, con la ripresa globale resa possibile dalla diffusione dei vaccini contro il coronavirus, l’economia argentina tornerà a crescere a ritmo sostenuto grazie all’aumento della domanda di derrate alimentari e materie prime, di cui il paese è esportatore.

I fondi a disposizione dello stato stanno comunque finendo, e se le previsioni di Guzmán non si avvereranno il governo rischia di non essere più in grado non soltanto di onorare i suoi debiti ma anche di sostenere i cittadini messi in difficoltà dalla crisi.