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Si possono misurare i diritti umani?

È quello che si propone di fare un organismo sostenuto da molte aziende e investitori, e che quest’anno ha premiato ENI

(AP Photo/Orlin Wagner)

Negli ultimi anni, la questione dell’impatto delle grandi multinazionali sulla vita delle persone, sull’ambiente e sulla società in generale è diventato un tema sempre più dibattuto e quindi rilevante per le stesse aziende. Per questa ragione nel 2013 è nata nel Regno Unito un’iniziativa che riunisce più di 85 organizzazioni della società civile internazionale, il Corporate Human Rights Benchmark (CHRB), che si è data l’obiettivo di valutare e classificare gli approcci di centinaia di grandi aziende del mondo sul tema del rispetto dei diritti umani.

A novembre del 2020, per il quarto anno, il CHRB ha pubblicato la sua classifica aggiornata con la valutazione dell’attenzione ai diritti umani di circa 200 aziende internazionali. La prima a pari merito è risultata la società energetica Eni, un caso interessante per capire la direzione in cui stanno andando (o dovranno andare) le aziende. Mettere in competizione le multinazionali, infatti, è un modo per portare la loro attenzione sui temi che altrimenti potrebbero essere trascurati, ma alcuni casi sono più virtuosi di altri e l’obiettivo a breve termine è portare sempre più aziende a trasformare le proprie dichiarazioni d’intenti in un vero cambiamento.

Cosa fa il CHRB?
Con la parola benchmark si intende uno strumento elaborato per valutare le prestazioni di qualcosa in rapporto a uno standard di riferimento. Il CHRB è stato il primo benchmark a valutare e classificare alcune delle più grandi aziende del mondo sulla base delle politiche e dei processi che mettono in atto per rispettare i diritti umani, e del modo in cui rispondono alle accuse che vengono loro mosse riguardo questi temi. Il CHRB nacque nel 2017, due anni dopo la definizione dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU per il 2030, con la convinzione che le imprese private dovessero fare la propria parte in questo processo di cambiamento. Dal 2018 CHRB fa parte della World Benchmarking Alliance, un’iniziativa che riunisce benchmark diversi con l’obiettivo di indirizzare lo sviluppo economico in una direzione sostenibile.

Inizialmente, le aziende valutate da CHRB erano un centinaio, ma negli ultimi anni sono aumentate e continueranno a crescere. Nel report pubblicato a novembre sono 199, a cui si aggiungono 30 aziende del settore automobilistico che sono state valutate per la prima volta con un approfondimento differente. Nella classifica generale di CHRB ci sono aziende tra le più importanti nei settori dell’estrazione di risorse, dell’abbigliamento, dell’agricoltura e dell’elettronica. Tra le prime in classifica nel report del 2020 ci sono, oltre a Eni, aziende come Unilever, Adidas e Ericsson.

La valutazione viene fatta usando cento indicatori elaborati dal CHRB sulla base dei Principi guida sulle imprese e i diritti umani, un documento che fu elaborato dall’ONU nel 2011 proprio per fornire degli standard internazionali alle aziende private e prevenire gli effetti negativi che alcune attività economiche possono avere. A questi indicatori il CHRB aggiunge poi altri criteri basati sugli standard internazionali specifici del settore dell’azienda.

I risultati di quest’anno e il caso di Eni
Nonostante ci siano ancora alcune aziende con punteggi molto bassi o pari a zero, rispetto agli anni scorsi i risultati pubblicati quest’anno dal CHRB mostrano un generale miglioramento. Guardando gli indicatori nello specifico, si nota che è aumentato l’impegno delle aziende in materia di diritti umani, ma che per alcune imprese c’è ancora tanta strada da fare per migliorare il proprio impatto sul piano pratico. I due indicatori in cui la valutazione è cresciuta di più infatti sono l’impegno assunto pubblicamente rispetto al tema dei diritti umani e la realizzazioni di canali ufficiali per permettere ai singoli o alle comunità di segnalare all’azienda presunte violazioni dei diritti.

Riguardo al settore delle estrazioni, per esempio, CHRB fa notare che «l’86 per cento delle aziende si è mostrato disposto a impegnarsi con le parti interessate o potenzialmente interessate. Tuttavia, solo un terzo delle aziende ha potuto mostrare come questo impegno abbia influenzato lo sviluppo o il monitoraggio del loro approccio ai diritti umani». Tra le 57 aziende del settore estrattivo valutate, la media dei punteggi è di 10,2 su 26. La prima della classifica generale è Eni, con un punteggio di 25 su 26.

Come altre aziende, Eni è una di quelle che negli ultimi anni hanno lavorato sull’aspetto valutato da CHRB, facendo crescere il proprio punteggio. Solo l’anno scorso, infatti, era arrivata ottava e dalla prima edizione, nel 2017, è una di quelle che sono riuscite a far crescere di più il proprio punteggio. Il percorso di Eni in materia di diritti umani è stato rilanciato alla fine del 2016, con un workshop dedicato al tema presieduto da Claudio Descalzi, amministratore delegato, e rivolto ai manager di tutta l’azienda. Allora fu avviato un piano di azione a lungo termine e un programma di formazione rivolto a gran parte dei dipendenti che negli anni ha portato a molti altri sviluppi.

Nel 2019, per esempio, Eni ha cominciato a pubblicare un report per documentare il proprio impegno in materia di diritti umani. Quello del 2020, Eni for human rights, è uscito a giugno, solo sei mesi dopo quello dell’anno precedente, per poter rendere conto di alcune importanti novità: un nuovo Codice Etico, un nuovo Codice di Condotta per i fornitori e un nuovo sistema di gestione interno che permette di verificare che le politiche aziendali siano rispettate e valutate a tutti i livelli, dando seguito al processo di due diligence richiesto dai principi guida sulle imprese e i diritti umani delle Nazioni Unite.

Nel rapporto si spiega che Eni ha individuato quattro ambiti su cui era necessario focalizzare il proprio impegno al rispetto dei diritti umani nelle proprie attività: il rapporto con i dipendenti, il rapporto con i fornitori e i collaboratori, le relazioni con le comunità che vivono attorno alle sedi dell’azienda e le attività di sicurezza. In tutti questi ambiti l’azienda si è impegnata a seguire rigide procedure di controllo interno, allo scopo di prevenire violazioni e rimediare nel caso in cui si verificassero.

Qualcosa si muove
Capire quanto effettivamente la classifica di CHRB possa avere un impatto sui comportamenti delle aziende e portare reali cambiamenti è una questione centrale. Soprattutto se si considera che l’obiettivo di CHRB è strettamente legato agli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU che hanno una scadenza ben precisa: il 2030. Certamente il progressivo miglioramento dei punteggi nei report del CHRB degli ultimi quattro anni fa pensare che solo il fatto di mettere le aziende sotto osservazione e in competizione tra di loro possa portare un cambiamento. Ma questo non è l’unico effetto ottenuto dal CHRB.

Ad aprile, 176 investitori internazionali hanno scritto una lettera alle 95 aziende che nella classifica del 2019 avevano totalizzato zero punti per sollecitarle a migliorare concretamente la propria posizione in materia di rispetto dei diritti umani. Se questo approccio prendesse piede anche tra altri investitori, la valutazione di CHRB diventerebbe per sempre più aziende una spinta concreta a cambiare il proprio approccio. L’attenzione ai diritti umani potrebbe in questo senso determinare o meno il successo e la crescita economica di un’azienda. I risultati di quest’anno hanno mostrato che, di quelle 95 aziende, 16 sono riuscite a migliorare il proprio punteggio.

Quanto conta la trasparenza
Per fare le sue valutazioni, il CHRB prende in considerazione informazioni e dati di cui ha bisogno dalle fonti che le aziende rendono pubbliche: quindi report annuali, bilanci di sostenibilità, dichiarazioni pubbliche e comunicati che nella maggior parte dei casi si trovano sui siti delle aziende. Questo è in un certo senso considerato uno dei limiti del report del CHRB: infatti, se sulle aziende coi punteggi più alti vengono riportate abbondanti informazioni, è impossibile distinguere tra un’azienda che ha un basso punteggio perché non rispetta i diritti umani, e un’azienda che ha un basso punteggio perché semplicemente CHRB non ha trovato abbastanza informazioni per valutarla. Anche nel giudizio, come fanno notare alcuni, la mancanza di informazioni pubbliche e di trasparenza non è un elemento da sottovalutare.

Diritti umani e responsabilità ambientale
Uno dei punti più interessanti emersi dal report pubblicato da CHRB per il 2020 è quello che riguarda lo scarto che esiste tra l’attenzione delle aziende alla sostenibilità ambientale e quella nei confronti del rispetto dei diritti umani. Le 30 aziende del settore automobilistico valutate da CHRB nel 2020 infatti sono state valutate anche dal Climate and Energy Benchmark, un organismo che fa una cosa molto simile a quella di CHRB ma concentrandosi sull’impatto delle aziende sull’ambiente.

Confrontando i due aspetti, gli esperti di CHRB hanno notato che non c’è una correlazione tra i due impegni: non è detto, insomma, che le aziende più attente all’obiettivo di abbattere le emissioni di anidride carbonica siano anche le più responsabili dal punto di vista dei diritti umani e viceversa. In questo senso, quindi, i benchmark e le classifiche pubblicate dai vari enti che si occupano dell’una o dell’altra cosa non andrebbero considerati come rappresentazioni esaurienti, ma andrebbero sempre confrontati gli uni con gli altri. Secondo CHRB per raggiungere davvero gli Obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030 è fondamentale che le aziende perseguano entrambi gli obiettivi, abbattere le emissioni e rispettare i diritti umani.

In questa direzione si muove anche la strategia di Eni, che nel 2020 ha annunciato un piano a lungo termine che consenta di coniugare sostenibilità ambientale ed economica, al fine di ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica dei propri prodotti energetici. Il centro di ricerca Carbon Tracker ha recentemente definito la strategia di Eni la prima nel settore in grado di gestire efficacemente gli obiettivi climatici, grazie a un’equilibrata compresenza di obiettivi a breve e lungo termine. Entro il 2050 l’obiettivo di Eni è quello di ridurre di almeno l’80 per cento (rispetto al 2018) la quantità di emissioni dirette e indirette annue.