Faremo i conti con Josep Borrell

Il probabile futuro Alto rappresentante per gli affari esteri europei – che succederà a Federica Mogherini – è un politico esperto e molto diretto, forse troppo

Lo scorso 2 luglio il Consiglio europeo, organo che comprende tutti i capi di stato e di governo dell’Unione Europea, ha proposto lo spagnolo Josep Borrell come nuovo Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Unione, cioè il capo della diplomazia e della politica estera europea. La nomina di Borrell è ancora una proposta – dovrà essere approvata dal Parlamento europeo insieme al resto della Commissione, a settembre – ma sta già facendo discutere. Borrell, infatti, è un politico molto particolare. Ha grande esperienza – è l’attuale ministro degli Esteri spagnolo, è stato presidente del Parlamento europeo – ma per certi aspetti è controverso, ha scritto il giornalista Diego Torres su Politico: è molto poco diplomatico, è irruento e istintivo, e ha posizioni fortemente anti-indipendentiste, cosa che potrebbe complicare la politica dell’UE nei Balcani.

Borrell, 72 anni, è nato in un paesino dei Pirenei nella provincia di Lérida, in Catalogna. La sua carriera accademica è stata piuttosto movimentata. Si laureò in Ingegneria aeronautica a Madrid, dove concluse anche un dottorato in Scienze economiche; ottenne un master in una branca della Matematica applicata all’Università di Stanford, in California, e un altro in Economia energetica a Parigi. Mentre studiava, quando aveva poco più di 20 anni, passò un’estate in un kibbutz israeliano (le storiche comunità ebraiche egualitarie), dove conobbe la sua prima moglie. La seconda, Cristina Narbona, è l’attuale vicepresidente del Senato spagnolo ed ex ministra socialista. Oggi Borrell viene considerato un cosmopolita: parla inglese, francese e italiano, oltre allo spagnolo e al catalano.

Borrell è molto conosciuto in Spagna e anche piuttosto popolare, anche perché iniziò a fare politica ad alti livelli praticamente quattro decenni fa, all’inizio degli anni Ottanta.

Entrò per la prima volta in un governo spagnolo nel 1982, quando a capo dei socialisti c’era lo storico leader Felipe González. Nei successivi 14 anni di governo socialista fu diverse volte ministro, e nel 1998 si candidò alle primarie socialiste per diventare nuovo capo del partito (e del governo). I suoi tentativi però finirono male: fu costretto a ritirare la sua candidatura dopo che venne fuori che due suoi ex collaboratori al ministero del Tesoro avevano preso milioni di euro in tangenti da società che cercavano un trattamento di favore in termini di tasse (Borrell comunque non fu mai implicato nella vicenda). Negli anni Duemila cominciò a farsi notare anche in Europa: prima fu uno dei rappresentanti del Parlamento europeo a scrivere la nuova Costituzione europea, poi, alle elezioni del 2004, venne eletto europarlamentare e presidente del Parlamento.

Angela Merkel e Josep Borrell, quando era presidente del Parlamento europeo, a Berlino, 15 giugno 2005 (AP Photo/Jockel Finck)

Dopo diversi anni di lontananza dalla politica spagnola, Borrell tornò a far parlare di sé perché fu l’unico esponente socialista di un certo livello ad appoggiare Pedro Sánchez nel suo periodo di maggiore difficoltà, nel 2016, dopo la sua estromissione dalla leadership del partito. «Era una persona che conoscevo appena, ma mi difese, e so che lo fece per convinzioni politiche, e non per ragioni personali», ha scritto Sánchez nella sua autobiografia, Manual de Resistencia.

Il momento di maggiore visibilità, però, Borrell lo ottenne durante le prime manifestazioni contro l’indipendenza della Catalogna organizzate a Barcellona nell’ottobre 2017. Per questa ragione la sua nomina a ministro degli Esteri spagnolo, nel giugno 2018, non piacque per niente ai partiti indipendentisti catalani, che speravano di avviare un dialogo con un esponente socialista più flessibile.

Al contrario, Borrell intensificò gli sforzi del governo spagnolo per contrastare gli argomenti e la propaganda degli indipendentisti catalani: tra le altre cose creò un’agenzia – all’interno del ministero degli Esteri – responsabile di promuovere la reputazione della Spagna all’estero, che si pensò fortemente danneggiata dopo le violenze compiute dalla polizia spagnola nel giorno del referendum sull’indipendenza della Catalogna, l’1 ottobre 2017. Gli sforzi di Borrell gli fecero guadagnare molta popolarità tra gli unionisti, soprattutto tra quelli di sinistra e non particolarmente nazionalisti, e altrettanta impopolarità tra gli indipendentisti: nel suo paesino di origine, La Pobla de Segur, dove tre quarti dell’elettorato vota per gli indipendentisti, il comune ha approvato lo scorso anno un referendum per rimuovere il nome di Borrell da una strada cittadina (il referendum non si è ancora tenuto).

L’ultimo governo guidato da Pedro Sánchez (in prima fila al centro). Josep Borrell è alla sinistra di Sánchez (AP Photo/Francisco Seco)

Negli ultimi due anni la contrarietà all’indipendenza della Catalogna ha fatto guadagnare a Borrell diversi consensi tra i politici di Bruxelles, che vedono queste spinte separatiste come una minaccia alla sopravvivenza dell’Unione Europea. Dall’altra parte, però, le idee anti-secessioniste sue e del governo spagnolo potrebbero essere un problema per Borrell. La Spagna, infatti, è uno dei pochi paesi europei a non riconoscere il Kosovo come stato: i governi spagnoli non hanno mai voluto legittimare la secessione del paese dalla Serbia, per il timore che un processo simile possa riguardare un giorno anche le regioni spagnole più indipendentiste, come la Catalogna e i Paesi Baschi. Diego Torres ha scritto su Politico che questa posizione potrebbe indebolire la diplomazia dell’UE nei Balcani, e in generale creare delle spaccature profonde tra paesi dell’UE.

Un altro problema di Borrell è il suo modo di fare molto irruento e diretto: troppo, sostengono i suoi critici.

Solo di recente, per esempio, Borrell ha descritto la Russia come «un nostro vecchio nemico», facendo innervosire il governo russo; ha detto che prima dell’indipendenza gli statunitensi avevano solamente «ucciso quattro indiani», facendo arrabbiare i gruppi americani attivi per la difesa dei diritti degli indigeni; e ha parlato di «diplomazia da cowboy» per riferirsi alla politica dell’amministrazione di Donald Trump in Venezuela. Durante un’intervista alla televisione tedesca Deutsche Welle, si è innervosito talmente tanto per le domande sulla Catalogna che non ha più voluto rispondere al giornalista.

Negli ultimi anni Borrell ha avuto qualche guaio anche a causa del suo ingresso nel consiglio di amministrazione della società energetica spagnola Abengoa: prima è stato costretto a dimettersi da presidente dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole (Firenze) a causa di un presunto conflitto di interessi, poi è stato sanzionato dall’ente spagnolo responsabile di supervisionare la borsa valori (CNMV) per una vendita di oltre 9mila euro di azioni di Abengoa che appartenevano alla sua ex moglie, in un momento in cui la società aveva avviato una procedura di insolvenza.

La candidatura di Borrell ad Alto rappresentante degli affari esteri è stata voluta dal primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e inserita nel “pacchetto” di nomine che ha già portato la tedesca Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea e il belga Charles Michel alla presidenza del Consiglio europeo. Se dovesse essere confermato dal Parlamento, Borrell prenderà il posto dell’italiana Federica Mogherini, rispetto alla quale potrebbe avviare politiche un po’ diverse: meno viaggi all’estero e azioni più assertive, ha già detto lui, per rendere l’UE più compatta ed efficace verso la minaccia russa, l’animosità senza precedenti mostrata dal governo statunitense, e l’ascesa imponente della Cina.

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