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  • Giovedì 20 settembre 2018

Una donna ha pedalato a 296 chilometri all’ora su una bicicletta

Nessun essere umano era mai andato così veloce: l'ha fatto stando in scia a un dragster, con una bici speciale, su un deserto salato, spingendo un rapporto durissimo

Il 16 settembre la statunitense Denise Mueller-Korenek ha raggiunto una velocità di 296 chilometri all’ora (183,932 miglia orarie) pedalando in bicicletta. Nessun essere umano era mai andato così veloce su una bicicletta o su un altro mezzo a propulsione umana. Mueller-Korenek è andata a quella velocità, di poco superiore a quella raggiunta da un Boeing 747 prima del decollo, pedalando nel Bonneville Salt Flats, un grande deserto di sale dell’Utah, usato anche per tentare record e fare gare di velocità con svariati veicoli a motore.

Nel 2016 Mueller-Korenek era andata a 236 chilometri orari diventando la donna più veloce su una bicicletta; restava però da battere il record stabilito da un uomo: l’olandese Fred Rompelberg, che nel 1995 era arrivato a 268 chilometri orari. Dopo avercela fatta, Mueller-Korenek ha detto: «È stata una cosa assurda, ma è valsa la pena di fare anni di sacrifici». È anche andata ben oltre le previsioni, perché prima del record aveva stimato di andare al massimo a 281 chilometri all’ora.

Mueller-Korenek ha 45 anni e 3 figli e dopo aver vinto diverse medaglie a livello giovanile nel ciclismo (su strada, su pista e in mountain bike) cambiò vita, divenne imprenditrice e, nel tempo libero, cominciò a dedicarsi al paracadutismo e alle corse di Mini Cooper. Cinque anni fa ha ricominciato a correre in bicicletta, partecipando a gare riservate ad atleti oltre una certa età. A un certo punto si era però messa in testa di battere questo record.

Il primo a impegnarsi davvero per diventare il più veloce essere umano su una bicicletta fu Charles Minthorn Murphy, nel 1899. Convinse una società ferroviaria a mettergli a disposizione una locomotiva e un paio di chilometri di ferrovia; coprì le traversine dei binari e, sfruttando la scia di una locomotiva, provò ad andare più veloce che poteva. Dopo aver avuto problemi perché la locomotiva non andava abbastanza veloce e la copertura delle traversine era troppo irregolare, riuscì a raggiungere i 96 chilometri orari, cioè le 60 miglia all’ora, motivo per cui è noto come “Mile-a-Minute Murphy“, Murphy un-miglio-al-minuto. Alla fine, per farcela, si avvicinò troppo al treno e rischiò di morire.

Dopo Murphy si smise di usare i treni, ma per provare a fare record simili serviva comunque un mezzo a motore di cui sfruttare la scia, perché raggiungere e mantenere certe velocità in bici e contro vento, senza scia, è fisicamente impossibile. È lo stesso principio ancora in uso nel Keirin, una disciplina olimpica del ciclismo su pista in cui per alcuni giri i ciclisti stanno dietro al derny, un motorino che aumenta gradualmente velocità o una bicicletta elettrica. Dal primo Novecento si usarono allora mezzi di vario tipo, a due o quattro ruote e si cercò di prendere le dovute precauzioni per evitare che un impatto tra mezzo a motore e ciclista avesse conseguenze troppo gravi.

Per andare a quasi 300 chilometri all’ora – una velocità più vicina a quella di una Formula 1 che di una bicicletta – non basta però un derny. Mueller-Korenek ha usato un dragster (uno di quei veicoli molto lunghi usati per gare di accelerazione senza curve) da 800 cavalli di potenza. Lo guidava Shea Holbrook, una pilota professionista che ha spiegato a Wired che dopo aver parlato pochi minuti al telefono con Mueller-Korenek le sembrava di conoscerla da 10 anni: una cosa che aiuta, se sai che dovrai avere «la sua vita nelle tue mani».

Il dragster è ovviamente molto aerodinamico; la bicicletta usata da Mueller-Korenek non lo è per niente. È fatta per raggiungere altissime velocità sviluppando potenti pedalate, non per tagliare il vento. È lunga più di due metri e pesa 15 chili, il doppio circa di una bici da corsa, ed è anche lunga il doppio. È fatta in fibra di carbonio, tre volte più spessa di quella di una normale bici da corsa e ha ruote del diametro di quelle di una bici da bambino, ma con copertoni simili a quelli di una moto da cross. Anche i materiali dei copertoni non sono quelli di una bicicletta, perché non ne esistono in grado di reggere quelle velocità, specie su un deserto salato.

La bicicletta ha anche sospensioni prese dalle biciclette usate per il downhill e un doppio sistema di trasmissione (due catene, semplificando). La corona (il più grande dei due ingranaggi attorno a cui gira la catena) è come se fosse cinque volte più grande di quella più grande di una bicicletta da corsa. E non ci sono rapporti o “cambi”: si può pedalare solo facendo girare la catena attorno a quella corona. Vuol dire che, partendo da fermi, è impossibile anche solo far girare il pedale: è troppo duro. È come, ha scritto Wired, «provare a partire in quinta».

Per fare il suo record Mueller-Korenek è partita attaccata al dragster e, una volta raggiunta una velocità tale da poter pedalare si è staccata, stando attenta a restare in scia, perché uscirne o rallentare troppo (perdendo quindi la scia) avrebbe voluto dire sbattere contro un muro d’aria e cadere. Holbrook, alla guida del dragster, poteva vedere da uno schermo il viso di Mueller-Korenek, che pedalava con un casco da moto e una tuta in Kevlar. Il sistema di comunicazione era semplice: su e giù con la testa per dire “accelera”, fare no con la testa per dire “più piano”. Dalla sua bici, Mueller-Korenek poteva invece vedere alcuni segnali luminosi che le facevano capire quanta strada restava, perché non hai molti punti di riferimento quando pedali a centinaia di chilometri orari dietro a un dragster in un deserto salato. Wired ha scritto che Mueller-Korenek ha sviluppato una potenza di oltre 700 watt per oltre un minuto; un ciclista professionista in una volata difficilmente supera i 1.000 watt per più di pochi secondi.