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  • sabato 14 luglio 2018

Perché si riparla del CETA

Luigi Di Maio dice che il parlamento non ratificherà l'importante accordo commerciale tra Europa e Canada: cosa significa?

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio insieme al ministro dell'Agricoltura Gian Marco Centinaio all'assemblea di Coldiretti. (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Durante un’assemblea di Coldiretti, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha detto che l’attuale maggioranza non ratificherà il CETA, un importante accordo commerciale tra Canada e Unione Europea che era stato approvato nel 2017 dal Parlamento europeo, ma che deve ancora passare per il voto dei parlamenti dei singoli stati membri dell’Unione Europea. Le parole di Di Maio hanno generato qualche preoccupazione, perché il CETA è uno dei più grandi accordi commerciali in cui sia coinvolta l’Unione Europea, e perché non è del tutto chiaro quali sarebbero le conseguenze di una mancata approvazione italiana, sia a livello nazionale che a livello europeo.

«Il CETA dovrà arrivare in aula per la ratifica e questa maggioranza lo respingerà» ha detto Di Maio, facendo poi una precisazione che è stata piuttosto criticata: «Se anche uno solo dei funzionari italiani che rappresentano l’Italia all’estero continuerà a difendere trattati scellerati come il CETA, sarà rimosso». Al di là delle minacce di Di Maio, è utile un breve ripasso per capire cos’è il CETA e perché la maggioranza non lo vuole approvare.

Cos’è il CETA e cosa se ne dice
Il CETA – che si pronuncia si-ta, come fosse una parola e non una sigla – è il più importante accordo commerciale internazionale dai tempi del NAFTA, l’accordo per il libero scambio firmato da Stati Uniti, Messico e Canada nel 1992: è stato firmato alla fine di una trattativa durata 5 anni, dal 2009 al 2014. In pratica, il CETA è un documento lungo 1598 pagine [PDF], che contiene centinaia di articoli. Uno dei suoi effetti principali sarà l’eliminazione della gran parte delle tariffe doganali tra Unione Europea e Canada, ma il trattato contiene anche molte altre disposizioni. Per esempio consente alle imprese europee di partecipare alle gare per gli appalti pubblici in Canada e viceversa. Si stabiliscono il reciproco riconoscimento di titoli professionali e nuove regole per proteggere il diritto d’autore e i brevetti industriali. L’accordo prevede anche la tutela del marchio di alcuni prodotti agricoli e alimentari tipici, una clausola fortemente richiesta dagli agricoltori europei (è stata una delle parti più lunghe e difficili del negoziato).

Chi sostiene il CETA dice che farà bene all’economia italiana sotto molti aspetti diversi, principalmente favorendo le esportazioni in Canada. Sul sito del ministero dello Sviluppo economico, nella pagina che spiega l’accordo, si legge che «creerà posti di lavoro e nuove opportunità per le imprese. Contribuirà inoltre ad apportare benefici per i consumatori, mantenendo bassi i prezzi e offrendo una scelta più ampia di prodotti di qualità. Il Canada è un grande mercato per le esportazioni italiane e un paese ricco di risorse naturali di cui abbiamo bisogno». La pagina non è stata evidentemente ancora aggiornata, dopo l’arrivo di Di Maio.

Il M5S, così come la Lega e diverse altre forze politiche europee, contestano il CETA sostenendo che porterà in realtà alla chiusura di molte aziende, soprattutto le più piccole. A essere preoccupato è soprattutto il settore agricolo – di cui Coldiretti è il principale rappresentante, in Italia – che teme che aumenteranno le importazioni di prodotti canadesi in Italia, soprattutto di grano.

A che punto siamo ora
Dopo l’approvazione del Parlamento europeo, la maggior parte del CETA è già entrata in vigore in maniera provvisoria, senza che sia richiesta l’approvazione dei singoli stati. Vuol dire, per esempio, che i dazi doganali sono già stati eliminati e che le agevolazioni previste per la partecipazione agli appalti pubblici sono già attive. Gli effetti sono già stati visibili: secondo il Corriere della Sera, le esportazioni italiane in Canada sono aumentate dell’8 per cento rispetto allo scorso luglio.

Le parti del CETA che devono ancora entrare in vigore sono quelle che riguardano la protezione degli investimenti, compresi gli ISDS: si tratta di alcune clausole che consentono di fare causa a uno stato davanti a un arbitrato internazionale nel caso in cui un investitore ritenga di essere stato ingiustamente danneggiato. L’idea alla base degli ISDS è che i tribunali statali non sempre sono il luogo migliore dove tutelare gli interessi di un’impresa straniera. Si è pensato quindi che si possa creare un clima più attraente per gli investimenti consentendo alle imprese straniere di accedere a un “tribunale internazionale” per proteggersi da eventuali decisioni scorrette da parte dello stato estero dove operano. Per risolvere queste controversie, il CETA stabilisce la creazione di un tribunale permanente, con giudici scelti da Canada e Unione Europea, tra i quali saranno sorteggiati quelli che si occuperanno dei singoli casi. Secondo i critici, è sbagliato dare la possibilità alle società private di fare causa agli stati.

E se l’Italia vota contro?
Non è chiaro. Un’ipotesi è che l’accordo entrerà totalmente in vigore soltanto per gli altri stati membri dell’Unione Europea che invece lo hanno approvato. Ma secondo altre interpretazioni, il CETA prevede necessariamente l’approvazione di tutti gli stati membri: in caso contrario, le parti dell’accordo soggette all’approvazione dei singoli stati – e quindi quelle sulla protezione degli investimenti – saltano del tutto, e devono essere ridiscusse da capo.

Le parti più importanti del CETA, e in particolare quelle che prevedono l’eliminazione dei dazi, sono in ogni caso già entrate in vigore: un funzionario del Parlamento europeo ha spiegato al Post che rimarranno valide anche in caso di mancata ratifica del parlamento italiano. Le conseguenze a livello europeo, da questo punto di vista, potrebbero essere soprattutto in termini di equilibri politici, nel caso in cui l’opposizione del governo italiano fosse seguita da altri stati membri.

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