La questione dei rider

Di Maio ha invitato le società e i fattorini ad aprire una trattativa, minacciando altrimenti l'approvazione di un decreto legge che secondo molti potrebbe causare parecchi guai

(SEBASTIAN GOLLNOW/DPA)
(SEBASTIAN GOLLNOW/DPA)

Luigi Di Maio – ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, vicepresidente del Consiglio e capo del Movimento 5 Stelle – ha annunciato che il governo ha invitato le aziende di consegne a domicilio (come Foodora e Deliveroo) e i cosiddetti “rider” (i fattorini che eseguono le consegne) a partecipare a un tavolo di contrattazione per stabilire un miglioramento delle condizioni di lavoro e salariali di questi ultimi.  L’annuncio è arrivato dopo che nei giorni scorsi sembrava che il governo fosse sul punto di approvare un decreto legge che avrebbe modificato di molto le norme che regolano il settore. Una bozza di quel decreto è stata pubblicata oggi dal Sole 24 Ore.

Di Maio ha detto che se durante le trattative non sarà raggiunto un accordo soddisfacente, il governo approverà un decreto legge che chiama “decreto dignità”: una riforma del settore che trasformerebbe i “rider” da lavoratori autonomi a lavoratori subordinati, una mossa che preoccupa molto le aziende e che ha suscitato dubbi anche tra esperti, giuslavoristi e sindacalisti, preoccupati dalle conseguenze che potrebbe avere il decreto. In molti hanno quindi accolto con sollievo l’annuncio dell’invito alla trattativa.

Il trattamento lavorativo dei fattorini è un problema che governi, sindacati e aziende cercano di risolvere dagli anni Ottanta, quando si discusse per la prima volta di quale avrebbe dovuto essere l’inquadramento professionale dei cosiddetti “pony express”. Da allora, il punto intorno al quale ruota la questione è rimasto lo stesso: come considerare chi effettua consegne su chiamata per un’azienda. Sono lavoratori autonomi, come per esempio gli idraulici, oppure sono lavoratori subordinati, con tutti gli obblighi e i diritti che ne derivano?

La questione è tornata di attualità negli ultimi anni grazie alle nuove tecnologie, come app e smartphone, che hanno portato alla nascita della cosiddetta “gig economy”, l’economia dei “lavoretti” a chiamata. Il dibattito in Italia riguarda soprattutto il relativamente piccolo settore delle consegne di cibo a domicilio, in cui lavorano circa 10 mila fattorini impiegati solo in alcune città da società come Foodora, Deliveroo, Glovo e Just Eat. Questi fattorini sono inquadrati e retribuiti con varie modalità, come contratti di collaborazione, partite IVA o ritenuta d’acconto. In genere ricevono circa 5 euro a consegna, cioè 3,6 euro netti tolte tasse e contributi. Alcuni ricevono anche una parte di retribuzione fissa, legata al numero di ore in cui si rendono disponibili.

Al di là di queste specificità, tutti i “rider” sono trattati come lavoratori autonomi: non hanno l’obbligo di presentarsi al lavoro o di rispettare orari determinati, possono iniziare quando vogliono, smettere quando vogliono, decidere di non lavorare per uno o più giorni senza dover dare spiegazioni a nessuno (in pratica però, accusano gli stessi fattorini, i sistemi automatici che assegnano le consegne a ciascun fattorino privilegiano chi è spesso presente e rapido, creando così un incentivo a essere disponibili e lavorare molto rapidamente, anche mettendo a rischio la propria sicurezza).

Come tutti lavoratori autonomi, però, i rider non hanno diritto a ferie e malattia; e devono inoltre procurarsi da soli i mezzi con cui lavorare, come le loro biciclette o i loro scooter, e provvedere alla loro manutenzione. La società, infine, può decidere di interrompere il rapporto di lavoro in qualsiasi momento senza fornire giustificazioni.  Ad aprile una sentenza molto discussa del tribunale del lavoro di Torino ha stabilito che, in base all’attuale giurisprudenza, i fattorini devono essere considerati a tutti gli effetti dei lavoratori autonomi.

In passato le rappresentanze dei fattorini avevano già trattato privatamente con le società ottenendo per esempio il diritto all’assicurazione sanitaria e l’aumento del compenso per le consegne. Se il tavolo voluto da Di Maio dovesse partire, sarebbe la prima trattativa in sede governativa tra rappresentanti dei fattorini e delle aziende.

Mentre la trattativa è stata accolta positivamente, il “decreto dignità” preoccupa molto le aziende. Gianluca Cocco, che ha 31 anni ed è l’amministratore delegato di Foodora Italia, ha spiegato sabato al Corriere della Sera di essere disponibile a «sostituire il pagamento a consegna con altre forme come il minimo garantito, la paga oraria oppure sistemi misti con base oraria più parte variabile», ma che se il decreto dovesse essere approvato nella sua attuale forma, la società per cui lavora sarebbe costretta a lasciare l’Italia perché non sarebbe più conveniente operare nel nostro paese. «Quella che filtra è una demonizzazione della tecnologia che ha dell’incredibile, quasi medievale e in contraddizione con lo spirito modernista del Movimento 5 Stelle», ha detto Cocco: «Se Di Maio vuole che i player tecnologici lascino l’Italia lo dica chiaramente. […] Così gli operatori saranno costretti ad assumere tutti i collaboratori, chiuderanno i battenti e trionferà il sommerso».

L’obiettivo del decreto è in effetti radicale: cambiare la definizione di lavoro subordinato in modo che questa categoria includa anche i “rider”. Il decreto dovrebbe introdurre nella definizione di lavoro subordinato un esplicito riferimento ai lavoratori impiegati tramite “piattaforme digitali” (come quelle utilizzate da Foodora e Deliveroo) e un esplicito divieto del lavoro a cottimo, in cui cioè lo stipendio è legato alla quantità di consegne che vengono effettuate.

In pochi pensano che questa sia la strada migliore. «Tutto sommato il decreto ha dentro alcuni contenuti importanti», ha detto al Post Giulia Guida, segretaria nazionale di Filt CGIL, la federazione della logistica della CGIL: «Ma auspichiamo comunque un confronto tra le parti sociali prima della sua approvazione». I sindacati, infatti, notano come la bozza del decreto sia stata elaborata senza un vero confronto. La stessa critica è stata fatta su Repubblica da Michele Tiraboschi, giuslavorista e fondatore del centro studi Adapt, secondo cui il decreto di Di Maio è una misura affrettata e dettata più dalle necessità di propaganda che dalla volontà di tutelare i lavoratori. Di Maio, ha scritto Tiraboschi, «interviene per decreto, senza sentire le parti sociali. E lo fa con un provvedimento bandiera e manifesto. Ma non è così che si crea occupazione di qualità».

Valerio De Stefano, professore di legislazione del lavoro all’università di Lovanio, ha scritto che il decreto punta a modificare una definizione di lavoro subordinato che è in vigore da 76 anni, e questo può avere conseguenze imprevedibili anche in altri settori. De Stefano ha inoltre criticato la scelta di utilizzare un decreto legge, cioè un provvedimento approvato dal governo solo in casi di estrema necessità e urgenza e e che entra immediatamente in vigore. Michela Cella, professoressa di Economia all’Università Bicocca di Milano, ha scritto che il governo ha scelto «di utilizzare il machete in un ambito che sta arrovellando giuristi ed economisti in tutto il mondo» e che invece servirebbero «cautele, riflessioni e approcci graduali».

Guida, segretaria della Filt CGIL, ammette che i timori dei giuslavoristi sono corretti e che «hanno fatto bene a scendere in campo. La discussione deve essere fatta coinvolgendo i sindacati». È probabile che le numerose critiche arrivate negli ultimi giorni abbiano spinto Di Maio a rimandare l’approvazione del decreto e usarlo più che altro come arma per mettere pressione alle aziende. Nelle prossime settimane sapremo quando inizieranno gli incontri e quali saranno le parti sociali ad essere invitate. I rappresentanti delle aziende hanno già fatto sapere che molte delle richieste che non prevedono la trasformazione dei fattorini in dipendenti subordinati potranno essere accolte senza difficoltà.