Miuccia Prada, che ha trovato il bello nel brutto

Compie 70 anni una delle stiliste che hanno più influenzato la moda di tutto il mondo, con una storia e una personalità che vale la pena conoscere

Prada dopo la sfilata della collezione uomo primavera/estate, Milano, 24 giugno 2012
(TIZIANA FABI/AFP/GettyImages)
Prada dopo la sfilata della collezione uomo primavera/estate, Milano, 24 giugno 2012 (TIZIANA FABI/AFP/GettyImages)

«Se sono riuscita in qualcosa, è stato rendere il brutto attraente», disse una volta Miuccia Prada, o perlomeno così scrive l’autorevole giornalista di moda Suzy Menkes sul New York Times. L’estetica del brutto, il cosiddetto ugly chic, è il modo in cui Miuccia Prada ha più inciso nel gusto degli ultimi 30 anni, ma non è certo l’unica cosa importante che ha fatto e per cui viene celebrata, soprattutto oggi che compie 70 anni e che giornali e riviste di mezzo mondo parlano di lei. La sua è una storia di successo e di personalità, di come una ragazza ricca e ribelle che voleva fare tutt’altro ha ereditato l’azienda di famiglia e l’ha trasformata da una bottega eccentrica a uno dei gruppi di moda più influenti al mondo.

La storia di Miuccia Prada è iniziata nel 1913, ben prima della sua nascita, quando suo nonno materno Mario Prada aprì un negozio in galleria Vittorio Emanuele II a Milano: «non di pelletteria come si vorrebbe ma piuttosto di sfizi coloniali, di bauli e nécessaire dannunziani – di pelle di elefante, tricheco, serpente e alligatore», racconta Michele Masneri sul Foglio. Mario Prada ebbe due figlie, Nanda e Luisa: la prima non si sposò mai, la seconda sposò un Gino Bianchi e ci fece tre figli, Alberto, Marina e la più piccola, Maria, nata il 10 maggio del 1948. È lei, Maria Bianchi, che diventerà Miuccia Prada, affiancando il nomignolo di famiglia al cognome paterno che le diede la zia zitella, adottandola apposta.

La pubblicità della prima collezione disegnata da Miuccia Prada, per l’autunno/inverno 1988 (Prada)

Nessuna donna, secondo il fondatore, si sarebbe dovuta avvicinare alla guida del negozio in galleria, ma negli anni Cinquanta finì che lo rilevò la figlia Luisa. Intanto, dai suoi primi passi nel mondo, Miuccia Prada sembrava intenzionata a fare tutt’altro: «Avevo tanti sogni per la testa. Volevo fare qualcosa di socialmente utile. Sognavo di recitare con Giorgio Strehler. La moda mi piaceva anche allora, da pazzi, ma soltanto pensare di lavorarci mi faceva star male. Stilista? Una cosa da donne, per quel certo tipo di donne». Si laureò in Scienze politiche, si iscrisse al PCI – i volantini li distribuiva ma vestita in Saint Laurent – e andò a studiare recitazione e mimo per cinque anni al Piccolo di Milano. Poi nel 1978 subentrò alla madre alla guida dell’azienda; l’anno prima aveva incontrato Patrizio Bertelli, suo compagno, futuro marito, padre dei figli Giulio e Lorenzo, e il suo agguerritissimo braccio destro. Fu lui a spingerla a disegnare la sua prima collezione, nel 1988, l’anno dopo il loro matrimonio – «Io gli dissi che non ero ambiziosa. Lui mi rispose: tu sei un mostro d’ambizione. Aveva ragione» – ed è lui a gestire le finanze del gruppo, di cui è amministratore delegato. Vivono nella casa in cui è cresciuta, ma lei ha anche un appartamento dove conserva i suoi vecchi vestiti.

Miuccia Prada e il marito Patrizio Bertelli nel 2011 (AP Photo/Vincent Yu)

Nel 1985 Miuccia Prada mise in vendita degli zainetti in nylon pocono, resistenti e impermeabili, la risposta perfetta alle esigenze della donna dell’epoca che voleva muoversi con leggerezza e mani libere: da lì iniziarono la sua carriera e il successo globale dell’azienda.

Nel 1988 disegnò la sua prima collezione di prêt-à-porter, che sfilò a Milano: «Realizzai tutto quello che mi piaceva e che non trovavo. Per dieci anni mi ero vestita solo di capi vintage e di uniformi da cameriera o da militare». In pochi la apprezzarono: la rivista di moda W la definì l’incontro tra i Jetsons e i Flinstones.

Prada continuò per la sua strada, prendendo spunto da qualsiasi cosa – dalle fantasie delle tovaglie di plastica o dalle tende degli anni Cinquanta e Sessanta – disegnando una moda che era un «distillato della sua personalità», scrive Judith Thurman sul New Yorker: concettuale, cerebrale e femminista, che liberava la donna, la metteva al centro e si concentrava su quello che la rendeva desiderabile non agli uomini ma a se stessa. «Non ho niente contro la moda iper-sensuale. Sono contro l’esserne una vittima. Dover essere sexy, è questo che odio. Essere scandalosamente sexy? Questo è ciò che amo».

Nessuno come Prada accosta scarpe e calzini, qui alla sfilata di Miu Miu a Parigi, nel marzo 2007 (FRANCOIS GUILLOT/AFP/Getty Images)

Non si allontanò neanche dal suo gusto per il brutto, una rivendicazione quasi filosofica: «il brutto è attraente, il brutto è eccitante. Forse perché è più nuovo. Per me la ricerca del brutto è più interessante dell’idea borghese di bellezza. E perché? Perché il brutto è umano. Tocca il lato cattivo e sporco delle persone. Nella moda è qualcosa di scandaloso ma nelle altre forme d’arte è normale: nella pittura e nei film la bruttezza è all’ordine del giorno. Ma nella moda non era così, per questo sono stata tanto criticata, per aver inventato la spazzatura e la bruttezza».

Miuccia Prada e Anna Wintour, direttrice di Vogue America (è ispirata a lei la protagonista del film Il diavolo veste Prada) a Milano, nel 2012 (AP Photo/Luca Bruno)

«Il suo stile», scrive sempre Thurman, «è radicato nella tradizioni sartoriali della borghesia milanese – la tavolozza grigia e il sobrio lusso dei vestiti su misura che comunicano stabilità e rispettabilità – ed è allo stesso tempo incorreggibilmente irriverente sulle idee di femminilità (la ragazza virginale in convento, la matrona virtuosa) che questa classe ha care. Ma le sue collezioni evocano anche gli uomini per cui queste mogli e figlie si vestono: per piacere, placare, eccitare, rendere orgogliosi e a volte tradire».

Mentre l’azienda Prada si espandeva in tutto il mondo, Miuccia Prada fondò Miu Miu, la linea giovane, da signorine ben educate ma anticonformiste, fatta di abiti eccentrici e colorati, che sfila alla Settimana della moda di Parigi. Nel 1995 venne presentata la prima collezione maschile di Prada, negli anni successivi il gruppo inglobò altre case di moda – Helmut Lang, Jil Sander, Church, Fendi, Car Shoe e Azzedine Alaïa –, aprì lussuosi negozi disegnati dagli archistar Rem Koolhaas e Herzog & de Meuron e nel 2011 venne quotata in borsa a Hong Kong. Miuccia Prada collezionava un riconoscimento dopo l’altro: nel 2012 il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York la celebrò nella mostra Elsa Schiaparelli e Miuccia Prada. Impossible conversations; nel 2013 la British Fashion Foundation le consegnò il suo primo premio internazionale di Stilista dell’anno; nel 2014 la rivista Forbes la dichiarò la 75esima donna più potente al mondo; nel 2015 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella le conferì l’onorificenza di cavaliere di gran croce.

Miuccia Prada si è sempre concentrata soprattutto sulla parte inferiore del corpo: «dalla vita in giù è più basico, è più terra terra. C’entra col sesso. C’entra con la vita. C’entra col dare la vita». Qui una modella alla sfilata autunno/inverno 2007, Milano, febbraio 2007 (Giuseppe Cacacee/Getty Images)

L’influenza di Miuccia Prada non si limita infatti alla moda, ma si estende all’arte – lei e il marito sono grandi collezionisti e si sono anche fatti costruire un famoso scivolo dall’artista Carsten Höller, che collega lo studio al terzo piano al cortile del palazzo –, nell’architettura, nello sport – fu Bertelli a finanziare l’impresa velistica di Luna Rossa all’America’s Cup, accompagnata dal successo delle omonime scarpe bianche e rosse – e nell’essere parziale artefice di una certa rinascita di Milano. Nel 1993 inaugurò la Fondazione Prada, che organizza mostre di arte contemporanea, rassegne cinematografiche ed eventi culturali, e che ha una sede a Venezia, a Ca’ Corner della Regina, e due a Milano, l’ex distilleria della Società Italiana Spiriti e l’Osservatorio in Galleria. Nel 2006 circolò intensamente il suo nome come possibile candidata del centrosinistra per le elezioni a sindaco di Milano, contro Letizia Moratti proposta dal centrodestra. Non se ne fece poi nulla, pare che nei sondaggi Moratti avesse comunque la meglio, ma «oggi Miuccia sindaco è ancora il sogno di molti milanesi da pasticceria e non solo», scrive sempre Masneri.

Intanto negli ultimi anni le vendite di Prada sono calate a causa della crisi generale del settore del lusso: nel 2016 il fatturato è stato del 10 per cento in meno rispetto all’anno prima, nel 2017 è calato ancora del 3,6 per cento, per un totale di 3,057 miliardi di euro. L’immagine dell’azienda, grazie a quella di Miuccia Prada, non ne esce però indebolita e tutte le sue sfilate sono un evento atteso dagli appassionati di moda e elogiato dalla stampa. «Sono una scrittrice», ha detto una volta. «Il mio lavoro è inventare persone».