“Mudbound” vale cinema

È su Netflix ma se ne parla come di un film “da Oscar”: parla di guerra, di bianchi e neri, e di fango

("Mudbound")
("Mudbound")

Mudbound è un film ambientato in Mississippi negli anni Quaranta e parla di due famiglie, una di neri e una di bianchi; dei loro rapporti, della fatica di lavorare la terra, dell’America di quegli anni e della Seconda guerra mondiale, in cui finiscono un bianco e un nero di quelle due famiglie. Mudbound è uno di quei film che provano che la distinzione tra film al cinema e film altrove ormai non vale poi più così tanto. È uscito su Netflix e tanti critici ne hanno scritto ottime cose, e c’è chi pensa che potrebbe diventare il primo film di Netflix a essere nominato all’Oscar per il Miglior film. Se una di queste sere cercate un film nuovo e bello e non avete voglia di andare al cinema, difficilmente potete trovare qualcosa di migliore rispetto a Mudbound.

Mudbound è tratto dal libro Fiori nel fango, scritto nel 2008 da Hillary Jordan. La regista e co-sceneggiatrice è Dee Rees, che ha 40 anni, è al suo secondo film – dopo Pariah, del 2008 – e potrebbe diventare la prima donna nera a essere nominata per l’Oscar alla Miglior regia. L’attrice più famosa di Mudbound è Carey Mulligan – Irene in Drive e Daisy nel Grande Gatsby di Baz Luhrman – ma ce ne sono altri che potreste aver già visto altrove: Jason Clarke, Jason Mitchell, Rob Morgan e Jonathan Banks. Quella che c’è ma probabilmente non riconoscerete è la cantante Mary J. Blige.

Mudbound inizia con due fratelli che scavano una fossa per metterci un morto. Ma fanno fatica perché piove forte e la terra diventa fango. Poi, giusto per parlare dei primi minuti di film, la storia torna indietro di qualche anno e racconta – con sei narratori diversi, così come nel libro – la storia dei McAllan e dei Jackson. I McAllan sono i bianchi: Henry è un tipo burbero ma non cattivo, che sposa Laura, un’insegnante. Lei non lo ama, ma nemmeno lo odia, e lui è il primo e unico uomo che ha avuto. Lei, lui, le loro due figlie e il padre di lui finiscono in Mississippi a vivere in una fattoria scassata, piccola e in mezzo al fango. «Quando penso alla fattoria, penso al fango», dice lei: «Sognavo solo in marrone».

Poco lontano dai McAllan vivono i Jackson, una famiglia afroamericana che vive in una casa ancora più piccola e scassata. Lavorano nei campi ma non ne sono proprietari, e il sogno di Hap, marito di Florence (Mary J. Blige), è comprarsi un pezzetto di terra tutto per loro. I due che vanno in guerra sono Jamie, pilota d’aerei e fratello di Henry, e Ronsel, figlio di Hap e Florence.

Mudbound dura due ore e un quarto: succedono molte cose e il racconto salta spesso da un narratore all’altro, ma non si fa fatica a tenere il filo. Aisha Harris ha scritto su Slate che «il film è una grande tela dipinta da una delle registe più promettenti che ci siano». Ann Hornaday ha scritto sul Washington Post che il film è «un affascinante studio dei punti di vista che riesce a entrare e uscire dalle due famiglie cambiando sempre le dinamiche di potere e dipendenza». Lo hanno scritto anche tanti altri critici: Mudbound è pieno di sfumature, nei personaggi e nei rapporti che ci sono tra loro.

A.O. Scott, il critico del New York Times, ha scritto che il film «parla di come cambiano le cose: piano, in modo irregolare e doloroso» e che il film mostra anche che «certe cose non cambiano: certe tradizioni, i pregiudizi e i meccanismi di potere che lasciano certe persone incastrate nella condizione in cui si trovano». Scott ha citato una frase di William Faulkner: «Il passato non muore mai. Non è nemmeno passato». Pochi critici hanno scritto che a volte il film tende al melodramma; tanti altri hanno scritto che riesce a starne lontano. David Rooney dell’Hollywood Reporter dice che il film richiede «un gusto per le storie che si costruiscono piano piano e che costruiscono i personaggi senza grandi drammi, ma la pazienza viene ripagata con un’epica che si avvicina senza farsi notare».

I consigli principali, nel caso vi foste convinti a guardarlo, sono due. Il primo è di guardarlo, se ce la fate, in inglese: è pieno di momenti in cui uno dei personaggi racconta qualcosa fuori campo ed è molto letterario. Il secondo è: fate caso alla fotografia, in particolare alla luce. La direttrice della fotografia del film è Rachel Morrison (anche lei sarebbe la prima donna di sempre, se la nominassero agli Oscar): avrebbe voluto girare su pellicola ma il budget era di 10 milioni di dollari e non ce l’ha fatta. Nei 28 giorni di riprese, nell’estate del 2016 vicino a New Orleans, ha quindi scelto cineprese digitali ma ha deciso di usare lenti sferiche e anamorfiche di 50 anni fa. Ha spiegato a Variety di averlo fatto per dare qualcosa di vecchio alle immagini senza dover però creare per forza quell’effetto finto e patinato che si vede spesso in certe fiction ambientate qualche decennio fa.

Morrison ha anche detto di aver deciso insieme a Rees di evitare grandi scene di paesaggi. Al centro del film dovevano esserci polvere (quando non piove) e fango, il pezzetto di terra visto da quelli che la lavorano; non i paesaggi. Morrison ha detto che non voleva che la bellezza superasse l’asprezza. «Se Mudbound avesse avuto l’aspetto di un film di Terrence Malick, la fotografia non sarebbe stata al servizio della storia», ha detto. Tanti film sono girati intorno al tramonto, perché “c’è la luce giusta”. Mudbound no, e Morrison ha spiegato: «La direttrice della fotografia che è in me non ci credeva, che quando arrivava il tramonto andavamo a cena». Morrison ha anche detto di aver dovuto girare tante scene di interni in casette piccole e con poca luce e che, quando non ce n’era abbastanza si è limitata a fare qualche buco nel soffitto o a creare un paio di finestre in più, scegliendo di sfruttare il più possibile la luce naturale.