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  • Martedì 12 aprile 2016

Il controverso articolo di Gay Talese su un voyeur e un omicidio

Una storia pazzesca raccontata da un famoso giornalista americano sta suscitando molte domande di etica giornalistica

(l'illustrazione del New Yorker per l'articolo)
(l'illustrazione del New Yorker per l'articolo)

Sul numero dell’11 aprile del New Yorker, uno dei più prestigiosi settimanali del mondo, è stato pubblicato un lungo articolo di Gay Talese, famoso giornalista americano di origini italiane di 84 anni. L’articolo si intitola “The Voyeur’s Motel” e il sottotitolo dice: “Gerald Foos comprò un motel per guardare i suoi ospiti fare sesso. Vide molto di più.” Racconta la storia di Gerald Foos, proprietario di un motel che alla fine degli anni Sessanta costruì un corridoio insonorizzato sopra alle camere, che gli permetteva di spiare nelle stanze attraverso il condotto di aerazione. Per anni Foos guardò di nascosto i suoi clienti mentre facevano sesso, finché un giorno assistette a un omicidio. Foos contattò per la prima volta Talese nel 1980, ma il giornalista apprese della storia dell’omicidio solo qualche anno dopo. Talese non rivelò mai niente sull’omicidio fino all’articolo sul New Yorker, che anticipa un libro che racconta la storia di Foos e che uscirà a luglio.

Nei giorni dopo la pubblicazione dell’articolo – che è una gran storia e scritta benissimo, all’altezza di Talese e del New Yorker – è nata una discussione sulle questioni etiche sollevate dai metodi giornalistici di Talese. Paul Farhi, esperto di media del Washington Post, le ha riassunte così: «Qual è la responsabilità di un giornalista quando è testimone oculare di un’attività criminale? Dovrebbe dire quello che sa alla polizia, e quindi esporre una fonte che si fidava di lui? Oppure non dovrebbe dire niente finché non si sente pronto a raccontare quello che ha scoperto?».

La storia di Foos
Talese nell’articolo racconta come Foos sia diventato un voyeur, termine con il quale si indicano le persone che traggono piacere dal guardare gli altri mentre fanno sesso. Fin da bambino, Foos traeva piacere dallo spiare sua zia materna mentre si cambiava. Ebbe le sue prime esperienze sessuali con delle ragazze mentre era nella Marina, finito il servizio militare sposò un’infermiera di nome Donna. Anche da sposato, Foos era solito uscire la notte in auto e cercare una casa con le persiane mezze chiuse, per spiare le persone all’interno: disse subito a sua moglie del suo voyeurismo; lei – a quanto raccontò Foos – lo capì e lo accompagnò addirittura in qualche occasione. Soprattutto gli consigliò di tenere nota di quello che vedeva in un diario.

Talese ha raccontato di essere stato contattato da Foos per lettera il 7 gennaio 1980. Foos gli diceva che sapeva che Talese stava scrivendo un saggio sulla sessualità negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e Sessanta, e che era disponibile a raccontargli la sua esperienza. Talese nell’articolo spiega che dopo aver ricevuto la lettera rifletté per alcuni giorni sul da farsi: in quanto scrittore di saggi e storie vere, non poteva accettare che Foos parlasse in condizione di anonimato. Talese spiega anche di essere stato turbato fin da subito dall’attività di Foos. Decise però di accettare l’invito, per scoprirne di più, e incontrò Foos all’aeroporto di Denver. Foos portò Talese al suo motel, e gli disse ridendo che non lo avrebbe messo in una stanza che poteva essere spiata.

Foos gli chiese subito di firmare un documento che impegnava lo stesso Foos a essere completamente sincero con Talese, ma impegnava Talese a non rivelare l’identità di Foos né quella del motel senza il suo consenso. Talese lo firmò e Foos cominciò a raccontargli la sua storia, sorprendendolo per l’immediata sincerità: «Lo conoscevo da nemmeno mezz’ora e si stava già sfogando sulle sue fissazioni sulla masturbazione e sull’origine del suo voyeurismo. Come giornalista, non ricordo di aver incontrato nessuno che avesse meno bisogno del mio intervento di lui». Alla fine degli anni Sessanta acquistò per 140mila dollari un motel a Aurora, in Colorado: con l’aiuto di sua moglie installò un finto condotto di aerazione e in ogni stanza mise una grata sul soffitto che permetteva di osservare all’interno da un passaggio nascosto sopra le camere. Cominciò a spiare i clienti nel 1966 (anche se Talese ha detto che questa è una delle cose che non tornano nel racconto di Foos, perché i registri dicono che acquistò il motel nel 1969): spesso gli capitava di rimanere così tanto nel passaggio segreto da addormentarsi lì. A volte si univa a lui sua moglie, e succedeva anche che i due facessero sesso guardando gli ospiti.

Una delle cose che ha fatto più discutere dell’articolo è che Talese ha raccontato che Foos lo portò con lui a spiare nella stanza di una coppia di clienti mentre praticavano sesso orale. Talese ha detto di aver sentito «una voce insistente nella testa che mi diceva di guardare altrove», ma di aver continuato a osservare. Si avvicinò alla grata e la sua cravatta si infilò tra due listelle, finendo per penzolare poco sopra la coppia. Foos lo vide e gliela tolse, ma rimase molto scocciato per il rischio corso. Foos fece vedere a Talese i suoi registri, nei quali annotava meticolosamente tutti i dettagli sulle persone che spiava. Una volta stava guardando un ragazzo mangiare pollo fritto quando lo vide pulirsi le mani con le lenzuola. A Foos scappò di gridargli «figlio di puttana!»: il ragazzo si fermò e si alzò per guardare fuori dalla finestra, ma poi non capì da dove veniva la voce e si rimise a mangiare sul letto. Un’altra volta una coppia spense le luci prima di fare sesso: Foos uscì fuori e spostò la sua macchina davanti alla camera con i fari accesi, per poi tornare nel passaggio segreto e vedere la scena.

L’omicidio
Talese nell’articolo racconta molti altri episodi accaduti a Foos, con il quale dopo l’incontro nel 1980 continuò ad avere una fitta corrispondenza. Qualche anno dopo, però, Talese ricevette una lettera diversa dalle altre. Raccontava una cosa successa nel 1977, quando una giovane coppia affittò una stanza per diverse settimane. Foos cominciò a osservarli la notte e capì che l’uomo era uno spacciatore. La cosa irritò Foos, che però decise di non dire niente alla polizia: lo aveva già fatto in passato, ma non potendo rivelare di essere stato un testimone oculare, la polizia non aveva fatto niente. Un giorno vide l’uomo mentre vendeva la droga ad alcuni ragazzini del posto: si arrabbiò, aspettò che uscisse dalla stanza per entrare e buttare la droga nel water, tirando lo scarico. Anche questa era una cosa che aveva già fatto in passato. Quando l’uomo tornò, Foos stava osservando la stanza dal suo passaggio segreto. Lo spacciatore se la prese con la sua ragazza, accusandola di aver rubato la droga, e la strangolò, prima di scappare. Foos ha raccontato nel suo diario che dall’alto aveva visto la ragazza svenuta respirare ancora, ma non fece niente. Il giorno dopo la donna delle pulizie disse a Foos di aver trovato una ragazza morta in una stanza. Lui chiamò la polizia, ma non disse di aver assistito all’omicidio.

Talese ha raccontato di aver saputo dell’episodio sei anni dopo l’omicidio, e di aver subito chiamato Foos per ottenere spiegazioni. «Era riluttante a dirmi più di quanto avesse scritto nel suo diario, e mi ricordò che avevo firmato un accordo di non divulgazione. Passai alcune notti insonni, chiedendomi se dovessi denunciare Foos. Ma pensai che era troppo tardi per salvare la ragazza dello spacciatore. Per di più, dal momento che avevo tenuto nascosto il segreto del voyeur, mi sentivo preoccupantemente come un complice». Talese continuò a scrivere a Foos per anni: nel 1985 sua moglie Donna morì, e lui si risposò con un’altra donna a sua volta partecipe del suo voyeurismo. Nel 1991 comprò un altro motel, nel quale installò un altro finto condotto di aerazione per spiare nelle stanze. Li vendette però entrambi nel 1995, quando a causa di un’artrite non poté più salire nel passaggio segreto. Nel 2013, quando Foos aveva ormai 78 anni, chiamò Talese per dirgli che era pronto a rendere pubblica la sua storia, identità comprese. La prima cosa che Talese fece fu contattare la polizia di Aurora per chiedere ulteriori informazioni sull’omicidio del 1977, ma non riuscì a trovare nessuna conferma. Un’ipotesi di Talese è che, come accade altre volte nel diario, Foos abbia annotato in maniera sbagliata la data.

Cosa se ne dice
Nel commentare la decisione di Talese di non raccontare niente sull’omicidio fino a questa settimana, Paul Fahri del Washington Post ha osservato come capiti spesso ai giornalisti di assistere a episodi riprovevoli o illegali, che mantengono segreti fino alla pubblicazione dell’articolo «con un accordo, implicito o esplicito, che il reporter debba solo osservare e non comportarsi come un poliziotto». Fahri ricorda come grandi inchieste, come quella di Glen Greenwald sulle rivelazioni di Edward Snowden sulla NSA, siano state condotte così: queste storie, dice Fahri, forse non sarebbero mai diventate pubbliche se le fonti dei giornalisti avessero temuto che gli stessi giornalisti le avrebbero denunciate alle autorità. «Ma la storia di Talese presenta una variazione dello schema: un giornalista ha la responsabilità di proteggere una fonte quando sa che non sta dicendo alla polizia tutto quello che sa su un crimine grave? Il suo silenzio, come lo stesso Talese ha scritto, lo rende complice?».

Isaac Chotiner si è chiesto su Slate se Talese avesse intenzione di scrivere un libro sulla storia fin dall’inizio. Talese ha spiegato che sperava di farlo, ma che il principale motivo per cui andò a conoscere Foos era soddisfare la sua curiosità personale. Secondo Chotiner, scrivendo la storia quasi quarant’anni dopo e quindi quando nessuna delle persone coinvolte rischiava ripercussioni legali, Talese ha fatto una scelta giornalistica eticamente discutibile. È normale che i giornalisti si avvantaggino professionalmente dal raccontare storie terribili, che siano di cronaca o di guerra: ma il fatto che Talese abbia aspettato così tanto non è servito poi a poter rivelare una storia di interesse pubblico. «Talese aveva il dovere come cittadino di denunciare il comportamento pericoloso, illegale e disgustoso di Foos, ma non lo ha fatto». In particolare, secondo Chotiner, non sta in piedi il fatto che Talese abbia deciso di non denunciare Foos perché ormai il delitto era stato commesso: con questa logica nessuno dovrebbe denunciare più nessun altro. Chotiner è poi scettico anche sul fatto che, stando al racconto di Talese, nonostante la personalità evidentemente disturbata di Foos, il giornalista non provò a indagare se fosse coinvolto in altre attività illegali o se avesse commesso altri reati oltre a quelli che scelse volontariamente di rivelargli.

David Remnick, stimato giornalista e direttore del New Yorker, ha difeso Talese in una mail mandata al Washington Post, scrivendo: «Come il pezzo spiega chiaramente, Gay Talese non fu testimone dell’omicidio. Né in teoria né in pratica. Piuttosto, lesse un racconto degli eventi nel diario di Foos quando lo ricevette a metà degli anni Sessanta, più o meno sei anni dopo la scrittura di quella nota, datata 1977 (e quasi 30 anni prima di scriverne per il New Yorker). In più, secondo il diario, l’omicidio fu denunciato alla polizia quando il corpo fu scoperto, e gli investigatori analizzarono la scena del crimine e seguirono senza risultati le tracce che diede loro Foos (il numero di targa e il nome con cui l’assassino si era registrato). Nonostante la cosa sia certamente inquietante (Talese scrive che fu “scioccato e sorpreso” di leggere dell’omicidio nel diario), il New Yorker non crede che Talese o la rivista abbiano violato nessun vincolo legale o etico nel presentare la testimonianza di Foos al lettore».

Andrew Seaman, presidente del comitato etico della Society of Professional Journalists, ha criticato Talese spiegando che la lezione principale è che i giornalisti devono fare attenzione quando promettono a una fonte che la manterranno segreta, senza provare neanche a contrattare. Secondo Seaman, Talese avrebbe potuto dire subito a Foos che non avrebbe garantito riservatezza su cose illegali, o al limite avrebbe potuto provare a cambiare l’accordo anche dopo averlo firmato. Seaman ha ricordato anche che alcuni stati obbligano i giornalisti a fare denuncia quando vengono a sapere di omicidi, e ha aggiunto: «Non ci sono risposte universali. Quello che è legale non è sempre etico, e quello che è etico non è sempre legale». Talese ha scritto a Chotiner che in questi giorni è in Colorado da Foos, che dopo la pubblicazione dell’articolo ha ricevuto diverse minacce di morte: «Come lui si sente responsabile per la morte che non impedì, io a mia volta mi sento responsabile per aver rivelato questa relazione molto complicata e controversa con l’ossessione che ha avuto per tutta la vita di invadere la privacy altrui».

Erik Wempie, un altro esperto di media che scrive per il Washington Post, ha scritto che bisogna andarci più cauti quando si dice che i giornalisti devono denunciare alla polizia le attività illegali che scoprono. Non è il loro lavoro, secondo Wempie: loro devono raccontare le cose, e questo a volte è incompatibile con il rivolgersi alla polizia. Gli accordi di non divulgazione come quello di Talese e Foos sono molto frequenti e utilizzati da sempre, dice Wempie, e i giornali non devono rivelare le identità delle loro fonti che chiedono di rimanere anonime. È una delle basi del giornalismo, sancita anche da una storica sentenza della Corte Suprema del 1969. Se i giornalisti iniziassero a essere visti come spie della polizia, dice Wempie, scomparirebbe il giornalismo. Secondo Wempie, l’unico motivo per cui Talese è stato così criticato è la natura perversa e sessuale della storia di Foos, e le sue implicazioni misogine e sessiste. Anche per questo, Wempie dice che – secondo quanto ha potuto apprendere – l’articolo prima di essere stato pubblicato è stato fatto rivedere a diverse redattrici donne del New Yorker.

Ma è tutto vero?
Mercoledì 13 aprile il Washington Post ha pubblicato un articolo, scritto sempre da Fahri, in cui racconta che nel novembre del 1977, in una camera di hotel a Denver, in Colorado, fu uccisa una giovane donna di nome Irene Cruz. Secondo la polizia, Cruz fu strangolata, e fino ad ora non è stato trovato il colpevole. La cosa notevole è che l’omicidio di Cruz avvenne otto giorni prima la data nella quale, secondo il diario di Foos, avvenne l’omicidio nel suo motel, e a soli 15 chilometri di distanza. Fahri nell’articolo si chiede in sostanza se Foos non si sia in realtà inventato la storia dell’omicidio, ispirandosi all’episodio avvenuto pochi giorni prima a Denver. Questo, secondo Fahri, spiegherebbe come mai Talese non è riuscito a trovare un riscontro negli archivi della polizia all’omicidio raccontato da Foos: né il rapporto di un’autopsia, né un certificato di morte, né un articolo di giornale. E nemmeno il nome della vittima.

Nell’articolo scritto per il New Yorker, Talese dice abbastanza esplicitamente che Foos è l’unica fonte per i suoi racconti, che a volte gli è sembrato uno che raccontava storie inventate, e di aver trovato diverse contraddizioni e inesattezze nelle sue testimonianze. Non mette però mai davvero in dubbio che la storia dell’omicidio sia accaduta veramente. Remnick ha detto che il New Yorker era a conoscenza dell’omicidio di Cruz, ma che non l’ha incluso nell’articolo perché «era successo in un posto completamente diverso dal motel di cui si parla nel pezzo», ma che secondo lui i lettori erano stati «abbondantemente» avvertiti che Foos potesse essere una fonte non attendibile. Anche Morgan Entrekin, il presidente di Grove Atlantic, la casa editrice che pubblicherà il libro di Talese, era a conoscenza della cosa, e ha detto di non sapere se l’omicidio raccontato da Foos sia avvenuto realmente: «ma credo che i fatti che riporta Talese siano fatti». Ad aver scoperto la storia dell’omicidio di Cruz è stato proprio un editor di Grove Atlantic, Jamison Stoltz, che si è incuriosito dopo aver letto il manoscritto di Talese: ha detto che nel libro se ne parlerà. Contattato al telefono Foos si è inizialmente rifiutato di rispondere a Fahri, per poi dire di sapere dell’omicidio di Cruz, ma che non ha niente a che fare con quello avvenuto nel suo motel.