• Media
  • domenica 28 dicembre 2014

Il cattivo giornalismo riguarda tutti

La storia di un guaio capitato alla rivista Rolling Stone mostra quanti danni possono causare i giornali che decidono di perseguire una tesi e ignorare i fatti

di Amanda Bennet - Washington Post

Amanda Bennet è una giornalista freelance e una scrittrice: è stata caporedattrice del Philadelphia Inquirer e del Lexington Herald-Leader. Questo articolo è stato pubblicato sul Washington Post.

Dunque, caro direttore esecutivo di Rolling Stone Will Dana, è passato un mese da quando hai pubblicato un articolo sulla drammatica – e ora molto discussa – storia di uno stupro di gruppo in una confraternita dell’università della Virginia. Ci hai detto che ora stai ricontrollando la storia per scoprire cos’è realmente successo e che ci dirai cosa hai scoperto il prima possibile. Ed è giusto che tu lo faccia. Il brutale racconto che è venuto fuori con così tanta forza merita di essere verificato di nuovo nel dettaglio, da cima a fondo. Purtroppo, come ora sicuramente saprai, il momento di fare queste verifiche era prima di pubblicarlo: non dopo.

Tutte le persone coinvolte in questa storia – la confraternita, il campus, i presunti responsabili senza nome (ma poi identificati) e soprattutto la vittima – meritano un calmo, spassionato e imparziale resoconto dei fatti della sera in questione, presentata da tutti i punti di vista. Non avere fretta. Un buon lavoro investigativo si basa sui fatti e i fatti possono essere ostinatamente difficili da scoprire. Ma una volta che hai ottenuto questi fatti e ce li hai presentati, il tuo lavoro è tutt’altro che finito.

Perché qualsiasi cosa la tua tardiva indagine riveli, hai procurato dei danni incalcolabili. Lo hai fatto permettendo che a prendere il controllo della situazione fosse una “narrazione”, affidando la tua decisione a quella che hai chiamato “credibilità” invece che ai fatti. Permettere alla narrazione di prendere il controllo è quello che fanno le masse: tutti vorrebbero un certo esito per una certa cosa, quindi facciamolo. È quello che fa la folla. È quello che fanno i despoti e i tiranni. È quello che, senza freni, faremmo tutti. Crediamo alla narrazione che rende le storie migliori. Crediamo alla narrazione che si adatta al nostro punto di vista. Crediamo alla narrazione che asseconda le nostre paure. Crediamo alle narrazioni che ci permettono di sentirci bene con noi stessi e di demonizzare quelli che si comportano in modo diverso.

Non c’è niente di sbagliato nel seguire una storia forte, e nemmeno nell’avere un punto di vista marcato. È necessario, quando si vuole sostenere una tesi: e il giornalismo, come la scienza, dà spesso il suo meglio quando segue una tesi forte. È stato commesso un crimine. Un’amministrazione è corrotta. Il sistema è ingiusto. Eccetera. Non c’è niente di sbagliato nel giornalismo militante. La ricerca di un cambiamento sociale, per una causa in cui si crede, è uno scopo ammirevole.

Ma raccontare una storia forte non sostenuta dai fatti si chiama pregiudizio. E il pregiudizio può trasformarsi in un batter d’occhio in distruzione, paura e sospetto. Guardatevi intorno per averne prova, per esempio nelle ultime notizie di cronaca: tutti gli uomini neri sono una minaccia. Tutta la polizia è violenta. I nostri tribunali non sono affidabili. Tutti i musulmani sono terroristi. Tutti i cristiani sono intolleranti. Tutti gli uomini sono potenziali stupratori. Tutte le donne sono bugiarde.

Tu, Will – come direttore esecutivo di una rivista molto importante, con un numero di lettori enorme e grandissima credibilità – avevi l’obbligo di fare bene una cosa, cioè scoprire che cosa era successo veramente. Tutti dovrebbero farlo prima di farsi un’opinione, mandare un messaggio, condannare un attore, un politico, una scuola, il sistema. Per te, Will, era il tuo primo dovere, visto che la tua rivista ha così tante risorse e rispetto. Mediare la narrazione con la verità. Ed era tuo dovere farlo prima di passare questa storia ad altri.

Quando prendi per buona una storia, come hai detto di aver fatto nelle tue dichiarazioni ufficiali, basandoti sulla tua impressione che fosse “credibile”, stai prendendo per buona una narrazione. E un racconto non supportato dai fatti è un pregiudizio. La base del fact-checking consiste nel sentire l’altra parte coinvolta nella storia. E tu questo – come ci hai detto tu stesso – non lo hai richiesto, alla tua giornalista. Quindi, Will, se la tua tentazione da qui in avanti è aggrapparti a qualsiasi fatto la tua indagine riveli per dire: «Visto? Ve l’avevamo detto. Avevamo ragione fin dall’inizio» – ecco, non farlo. Semplicemente non farlo. Invece, guarda al danno che hai causato per aver creduto alla narrazione e non aver controllato i fatti.

Se dovesse venir fuori che “Jackie” è una giovane donna tormentata che ha trasformato qualche trauma della sua vita in un macabro racconto di fantasia, allora avrai commesso un peccato di sfruttamento. Una ricerca accurata e dettagliata avrebbe fatto emergere quello che non tornava nella storia e avrebbe risparmiato sia te che lei. Se le tue ricerche dovessero rivelare che Jackie è credibile e che la sua storia, nonostante l’inaccuratezza dei dettagli, è per larga parte esatta, allora avrai commesso un altro peccato, dando agli scettici sul tema gli strumenti per screditare te – e lei. Non importa cosa scoprirai: è difficile immaginare che riuscirai a ridare alla storia la credibilità che all’inizio pensavi meritasse. E questo ha danneggiato lei, te e la causa in cui hai detto di credere.

Rimane una possibilità di tirare fuori qualcosa di buono da tutto questo. Innanzitutto devi dare le dimissioni. Controllare i fatti era il compito del giornalista e del redattore con la responsabilità sull’articolo. Ma era il tuo compito controllare che l’avessero fatto: e che tu potessi difendere quello che avevi pubblicato. Non l’hai fatto. Devi ammetterlo e fare un passo indietro. Quando avrai dato le dimissioni, devi passare un po’ di tempo a usare la tua esperienza per mostrare a tutti cosa succede a credere a una storia a cui si vuole credere. Racconta la tua esperienza sui giornali. Ci può sempre far comodo un corso di aggiornamento. Condividila con i nuovi media. Risparmia ai giornalisti più giovani l’eventualità di rivivere la tua dolorosa esperienza. E condividila con tutti noi. Abbiamo tutti bisogno di sentirla e risentirla, ancora e ancora.

Perché la decisione di credere a una storia senza verificarne i fatti la prende tutti i giorni chiunque condivida qualcosa su Internet senza leggerlo. Chiunque pubblichi un commento indignato su un blog senza fermarsi a pensare se chi la pensa diversamente possa avere ragione. Potete vedere il risultato del credere a qualunque storia vogliamo credere nei casi di Ferguson, di New York, della Virginia, dell’Australia, del Pakistan. Il pregiudizio a sostegno di una causa che ami sembra giusto. Il pregiudizio a sostegno di una causa che odi sembra il male. È pregiudizio in tutti e due i casi. E il pregiudizio è molto vicino all’odio.

©Washington Post 2014

Nella foto la sede della confraternita della Phi Kappa Psi alla University of Virginia (Jay Paul/Getty Images)