A Roma, nell’estate del 1960

Il primo capitolo del nuovo romanzo di Leonardo Colombati sulle Olimpiadi romane, i servizi segreti e il tentato rapimento di Gronchi

di Leonardo Colombati

Da lontano, Agostino Savio seguiva distrattamente un fazzoletto di carta che danzava in un raggio di sole. Appollaiato sulla tribuna, poteva vedere il suo collega Bionsanti all’opera, eternamente uguale a se stesso, e quella visione era una goccia di cera bollente su un dito: un uomo vecchio, in lattiginosa decomposizione, coi baffi a spazzolino, un grosso porro sul naso e indosso un completo color topo a sottili quadretti marroni sopra un gilet verde pisello e una cravatta di seta più scura: un patetico personaggio dickensiano che avrebbe potuto condurre l’Imperatrice di Blandings a vincere per la terza volta consecutiva la medaglia d’argento all’Esposizione annuale della contea di Shropshire.

Al colonnello Bionsanti spettava in quei giorni la parte più faticosa del lavoro d’intelligence: il suo campo d’indagine doveva infatti coprire proprio le Olimpiadi, attraverso prese di contatto con membri del Comitato olimpico nazionale, ma non solo; compito specifico di Bionsanti era quello di seguire i tentativi di abboccamento che il controspionaggio americano avrebbe compiuto, per mezzo di uno degli sprinter della selezione americana, nei confronti del saltatore in lungo sovietico Igor Ter-Ovanesjan, in vista di una sua possibile diserzione (a Kiev, secondo il rapporto preparato dal Centro di Controspionaggio Roma 3, passava le serate cercando alla radio le frequenze di Voice of America, per sentire tra le interferenze gli squilli di tromba di Louis Armstrong). Anche se ora lo sguardo del colonnello indulgeva sull’esile figura del portabandiera della Grecia, il ventenne principe Costantino, che di lì a pochi giorni avrebbe gareggiato nella classe Dragoni al largo del golfo di Napoli. Per seguire da vicino le imprese veliche dell’erede al trono, erano stati allertati certi contatti dentro l’Unione delle società veliche italiane, e al Centro CS Roma 3 si teneva in gran conto l’assistenza della giuria dell’International Yacht Racing Union.

Agostino, al di là degli obblighi del mestiere, trovava un certo gusto nell’osservazione, convinto che tutto, per quanto orribile, ridicolo, terrificante o noioso, meritasse di essere accolto come naturale, e dunque ovvio. Un modo per anestetizzare gli accadimenti più spietati e brutali dell’esistenza? Forse. Ma oggi tutto gli appariva semplicemente mostruoso e insensato; il mondo girava così velocemente che era difficile anche solo reggersi in piedi.

Da una delle bocche dello stadio, quella che aveva sputato anche lui, fece appena in tempo a vedere entrare un uomo curiosamente infagottato dentro un impermeabile marrone. “Che strano” pensò, ma subito gli atleti riottennero la sua attenzione. C’era qualcosa di ipnotico in quella parata.

Fino a quando un lampo attraversò i suoi occhi, rabbuiandoli: “Negri… Eccolo là con la sua bella”. Per qualche istante, Agostino invidiò Gianni Negri e immaginò di essere al suo posto.

Davanti all’ingresso della tribuna delle autorità era appena arrivato il corteo della madre del principe Costantino, Federica, principessa di Hannover e regina consorte di Grecia. Esile e riccioluta, con indosso un ridicolo cappellino di piume, camminava dietro un addetto alla sicurezza tutto sudato che si sbracciava per farla passare, rivelando sulla giacchetta azzurro cenere due mezzelune scure all’altezza delle ascelle. «Largo, largo, prego, signori» ripeteva sovreccitato, e a ogni intoppo le orecchie sporgenti diventavano lucide e rosse, in contrasto con il resto del derma, screpolato e grigio come quello degli elefanti.

Appena fece il suo ingresso nella tribuna, la regina venne accolta dal crepitio dei flash; fu fatta accomodare tra il principe del Belgio, i principi danesi Axel e Margaretha e il principe Harald di Norvegia, così da non far scolorire troppo la nuance blu-di-Prussia del suo sangue. Salutò con un discreto agitar di mano il figlio, laggiù sulla pista, poi ebbe modo di imbarazzare ampi strati delle autorità convenute ricordando come suo cugino Paolo le avesse fatto la proposta di matrimonio all’Olympiastadion di Berlino, nel ’36, «mentre quel negro umiliava il nostro Lutz Long». L’uscita della prussiana di Grecia serpeggiò – più o meno distorta – lungo i trenta chilometri di panche di legno che ricoprivano il travertino dello stadio e giunse anche dentro le quaranta cabine per la TV in vetro e alluminio che sormontavano la tribuna Monte Mario, per finire, fatalmente, proprio alle orecchie di quel negro che aveva vinto quattro medaglie d’oro davanti agli occhietti iniettati di sangue del Führer e che era stato inviato a Roma come cronista da un sindacato di giornali americani.

Il colonnello Bionsanti aveva visto Jesse Owens a non più di dieci passi da lui al Centro RAI del Foro italico, quella stessa mattina, divertito in mezzo a tutti quei tecnici in camice bianco per lo sviluppo, la stampa e il montaggio; ma non aveva avuto il coraggio di andare a stringergli la mano. Adesso provava un vago rimorso per non averlo fatto. Se lo fece passare in fretta, con l’aiuto di una caramella Polo: si sistemò coi palmi delle mani i radi capelli ingrigiti sulle tempie e continuò l’osservazione dei suoi obiettivi.

Intanto, l’addetto alla sicurezza menava dei gran cazzotti per farsi strada tra i fotografi e permettere l’ingresso in tribuna di Liz Taylor con il suo nuovo marito, il cantante Eddie Fisher. Dal brusio eccitato del pubblico si staccò una voce tenorile:

̄ … but nowhere could I find a girl as sweet as Debbie…3

Era un soldato yankee, che si rimise subito a sedere tra gli applausi divertiti dei commilitoni. Facevano da scorta alla squadra americana. Il tipo coi capelli rossi, congestionato e ridacchiante, Agostino lo aveva visto la sera prima al Blue Bar dell’Hostaria dell’Orso che rimorchiava una mignotta piuttosto in là con gli anni, mentre Mario Perrone al pianoforte strimpellava It’s Now or Never imitando il vocione di Elvis. Agostino, invece, era lì col direttore generale della TE.TI, l’ingegner Curà, e gli era toccato parlare tutta la sera di imprese a integrazione verticale, di cambi di impedenza, di prese tripolari, dei prodotti della Siemens e delle cagnette dello Sputnik V: «Lo sa che Strelka vuol dire “piccola freccia”, povera cara?».

«Ma si sono salvate… sono atterrate sane e salve, no?»

«Sì, e anche i quaranta topolini», e da come lo aveva detto sembrava che quei ratti fossero suoi. Il modo in cui girava i polsi per impugnare le posate aveva qualcosa di rivoltante; per la prima volta Agostino aveva notato che all’indice della mano sinistra gli mancava l’unghia, come se l’avesse strappata per inviarla quale pegno d’amore alla sua dama. Ed ecco affacciarsi l’immagine dei quaranta sorci russi con l’artiglio in processione al cospetto di una vecchia regina, la cornetta di un telefono al posto dello scettro, che per ringraziare emette un trillo ripetuto a 110 Volt.

sifar

1 Dal tedesco: “Miracolo! Giubilo! Felicità!”.
2 Dal tedesco: “Unificazione della Germania”.
3Dall’inglese: “… ma in nessun posto potrò mai trovare | una ragazza dolce come Debbie…”.

« Pagina precedente 1 2 3