A Roma, nell’estate del 1960

Il primo capitolo del nuovo romanzo di Leonardo Colombati sulle Olimpiadi romane, i servizi segreti e il tentato rapimento di Gronchi

di Leonardo Colombati

«Eccolo là… Ma non ti girare! Che fai? Così ci vede.»

Anna sbuffò, appoggiando il mento alla mano, e la punta traslucida del suo orecchio sbucò dalla falda del cappello. Decise di toglierselo, ma Gianni si mosse per fermarla: «Lo sapevo che sbagliavo a portarti» le sussurrò. Accanto a loro una ragazza-farfalla sbatteva le lunghe ciglia e si sistemava il vestito, sculettando come un uovo in bilico su un cucchiaio. Anche lei indossava un cappello di paglia a cloche, con le frange. I capelli erano biondi, vistosamente cotonati, l’abito di Schubert. Per rinfrescarsi sventolava una copia dello “Sport illustrato”, dove in copertina, sotto il titolo La freccia azzurra, c’era la foto a colori di Livio Berruti in canottiera rossa. Con un ginocchio, senza volere, sfiorò la gamba di Gianni. Ma Gianni neanche se ne accorse. Cos’era quella sensazione d’improvviso stordimento che ora gli faceva vedere la scena come da dietro un velo? Gianni non riusciva a capirlo, ma quel fragile schermo si era curvato fino a circondarlo come una scatola; e gli sembrava di non sentire più niente.

Piazzale Flaminio, 1960

Piazzale Flaminio, 1960

«Per qualsiasi ragazza con un poco di giudizio, quel tuo Gianni è un regalo della Provvidenza» aveva detto ad Anna una sua amica alla prima, temeraria uscita pubblica sul lungomare di Anzio. Ma era la fine di maggio, l’acqua era gelida, sulla battigia c’erano solo tre ragazzetti, un pallone, una gran varietà di conchiglie, un paesaggista col suo cavalletto e due cani che si attorcigliavano nella sabbia fiutandosi gli sfinteri. A guardarlo adesso, nel suo abito di lino stazzonato, gli incisivi scoperti come quelli di un segugio alla punta per staccare i gusci dei lupini, Gianni non sembrava chissà quale partito: alto senza essere imponente, il busto forse troppo lungo in proporzione alle gambe, dritte e magre; belli senza dubbio gli occhi di porcellana blu, che però il vento umido o la stanchezza avevano bordato di rosso; il nodo biondo cenere sulla nuca sembrava destinato a cedere ben presto alla calvizie; due rughe sottili, che partivano dalla radice del naso, donavano un pizzico di mascolinità a un viso tipico di chi è schiacciato tra desideri insaziabili e una noia atroce.

Negli ultimi tempi Anna – che ora sollevava lo sguardo verso uno stormo di uccelli neri come una flottiglia di gondole – aveva dovuto sorbirsi certi suoi discorsi sull’indipendenza congolese (Gianni era come ossessionato da un negro di nome Lumumba, e ogni volta che parlava di certe fantomatiche “società minerarie belghe” il sorriso pigro che lei aveva imparato ad apprezzare si contorceva in una smorfia insopportabile), ed era triste ammetterlo, ma la ragazza si stava chiedendo se per caso non fosse caduta vittima di un infelice abbaglio.

«Devo chiederti una cosa.»

Lui la guardò per un brevissimo istante, poi si girò nuovamente verso il campo. «Sì, sì…» Pareva abbattuto. E aveva anche iniziato a mangiucchiarsi le pellicine di un dito.

«Non è che hai paura che lui sia geloso di me, vero?» domandò Anna. «Lui chi? »
Anna tirò su il mento, per indicare Agostino.
Gianni ci pensò un momento: «Geloso? Come geloso?».

«Oh, la solita storia dell’amicizia fra voi uomini… Dai, che hai capito benissimo.»

«Ma non ne possiamo parlare dopo?»

«Entrano!» si sentì gridare da qualche fila sotto. Erano i greci, cui spettava per primi l’onore. Il pubblico applaudiva, qualcuno lanciò in aria il cappello. In nessun altro luogo al mondo ci si sentiva più stranieri, quasi che quella rappresentanza ideale del genere umano fosse troppo complicata da interpretare come un fatto positivo. Ora toccava all’Afghanistan, che aveva solo due rappresentanti, poi entrarono gli atleti delle Antille, delle Antille olandesi, dell’Australia (coi cappelli di paglia). Le lunghe gonne bianche plissé delle austriache svolazzavano dietro la bandiera. I canadesi erano gli unici a non indossare la giacca, i cubani vennero accolti con svogliata freddezza.

A Gianni sudavano le mani. Era stanco e gli faceva male la testa.

Anna avrebbe voluto un binocolo. «Potevi chiederlo a tuo fratello; lo danno sempre in dotazione ai militari.»

Cosa fare con quest’oca? Continuava a chiedergli: «Cos’è che ti piace di me, intendo spiritualmente?». Gianni variava le risposte, ma la più frequente era: «Il tuo autocontrollo».

Il cartello che precedeva la squadra della Repubblica Cinese diceva: FORMOSA; e quando sulla pista il gruppo degli atleti passò davanti alla tribuna delle autorità, il funzionario che marciava immediatamente dietro il cartello dispiegò e mostrò un grande foglio bianco con su scritto, a mano, UNDER PROTEST. Ad Avery Brundage, il settantaduenne presidente del Comitato olimpico internazionale, l’ampia stempiatura divenne paonazza, le lenti degli occhiali si appannarono e il completo grigio scuro, come per simbiosi col suo proprietario, sembrò sgualcirsi sempre più, secondo dopo secondo, a favore di telecamere. Il presidente Gronchi, che gli sedeva accanto, con un filo di voce si disse «sgradevolmente sorpreso» dell’accaduto. Mr. Brundage, gli occhi sotto le palpebre grinzose, stigmatizzò il gesto come «inelegante, mosso da finalità meramente politiche, uno strappo alla dignità che dovrebbe prevalere nel contesto dei Giochi olimpici». Quando gli ebbero spiegato il tutto, il presidente della Repubblica convenne con un modesto cenno del capo.

«Ma guardi! Guardi!» esclamò Brundage, improvvisamente ringalluzzito, indicando la delegazione tedesca unificata in divisa grigio chiaro. «Gli atleti della Germania dell’Ovest e della Germania dell’Est che marciano con la stessa uniforme e sotto la stessa bandiera!»

«Incredibile!» commentò il presidente Gronchi, che si tirò più dritto sulla schiena, impettendosi, così come – gli sembrava – la situazione richiedeva. In sala stampa, l’inviato del “Frankfurter Allgemeine Zeitung” urlava nei microfoni: «Wunder! Jubel! Glück!»1 e continuò a inneggiare alla Deutsche Einigung2 anche quando il pubblico rispose ai saluti degli atleti rumeni, che sventolavano i fazzoletti, e accolse con un boato il decatleta americano Rafer Johnson, che usciva dal sottopassaggio elegantissimo nella sua divisa: giacca blu, pantaloni bianchi, cravatta Regimental grigiorossa e cappello di paglia bianco. Mai un atleta nero era sfilato davanti alla delegazione olimpica tenendo alta la bandiera americana; e per Mr. Brundage – notoriamente razzista, oltre che antisemita – fu un’altra spina nel suo molle fianco.
Trenta cappellini più in là rispetto al presidente del CIO, un grassone in completo di lino sventolava una rivista con la mano destra e si asciugava il sudore con la sinistra, sfregando la pelle malaticcia delle guance. Una petulante ragazza bionda gli si rivolgeva chiamandolo Frenchy; ma per i membri del Comitato olimpico americano era il generale Grombach. Rideva, si dimenava, salutava le squadre con certi fischi! Ma di quando in quando, tutto serio, volgeva a sinistra lo sguardo e quei suoi occhietti porcini sembravano volersi infilare nella gola di Brundage, come due mortiferi pugnali.

« Pagina precedente 1 2 3 Pagina successiva »