Saviano su Gomorra in tv, e tutto il resto

Una giornata tedesca a parlare del rinnovato successo delle sue cose, del rinnovato tormento della sua vita, dell'America e di altro ancora

di Francesco Costa – @francescocosta

Alle prese con la più grande trasformazione e la peggior crisi che questo settore abbia conosciuto – che riguardano sia i modelli di business che la qualità della professione – diverse testate hanno sperimentato soluzioni innovative per attrarre risorse. Una delle più discusse è il native advertising: la pubblicazione di qualcosa di simile ai vecchi pubbliredazionali, in teoria un po’ più curati (che già si fa molto sulla carta, ma in modi poco trasparenti). E c’è il crowdfunding: il finanziamento di singole inchieste attraverso micro-donazioni dei lettori. Esistono altri esperimenti del genere e non è un caso se hanno nomi in inglese, visto che le sperimentazioni più avanzate e frequenti sono in corso nel mondo anglosassone.

«Prendi Vice in America», dice Saviano, «che si fa sponsorizzare i suoi reportage e non pensa che questo sia imbarazzante. L’hanno risolta facilmente: se tu mi dai tanti soldi e tanta libertà, allora sei di fatto il mio editore. A meno che tu non sia un gruppo neonazista o fondamentalista, tutto il resto o quasi lo prendi. Non è detto che un grande gruppo ti finanzi solo perché vuole pubblicità; un grande gruppo può finanziare un’inchiesta su un certo paese perché ha interesse a raccontare un mondo, magari per promuovere la sua presenza lì. I gruppi occidentali che stanno finanziando molti reportage sull’Africa, per esempio, lo fanno perché vogliono contrastare l’influenza della Cina da quelle parti: e ne vengono fuori dei servizi meravigliosi. Poi certo, devi valutare caso per caso. Ma a me non dispiacerebbe, per esempio, essere finanziato da un grande gruppo che mi porti a raccontare tutta la parte di Africa equatoriale che adesso è in mano ai narcos: Togo, Benin, Guinea Bissau. Sono narcostati. Adesso si raccontano pochissimo, al massimo mandi un inviato per una settimana; ma se vuoi capire qualcosa tu là devi starci sei mesi». E nessun successo di lettori oggi è in grado di pagarli, quei sei mesi.

Roberto Saviano è uno scrittore e un giornalista. I suoi romanzi sono delle inchieste. La maggior parte delle cose che scrive finisce sui giornali: in Italia su Repubblica e sull’Espresso, all’estero tra gli altri sul New York Times, sul País, sullo Spiegel, sul Times. Scrive soprattutto di criminalità organizzata, anzi, Roberto Saviano spiega la criminalità organizzata, con un’efficacia che pochissimi hanno avuto prima di lui. Legge libri, studia atti giudiziari, ascolta testimonianze e racconti, e nonostante la vita da semi-recluso coltiva rapporti con fonti che gli permettono di capire cosa succede nel mondo di cui scrive. Oltre a parlarci, nel corso di una giornata l’ho osservato mentre dava interviste alla stampa straniera e mentre parlava con gli spettatori tedeschi di Gomorra. Gli ho sentito rispondere almeno cinque volte alla stessa domanda sul valore della scomunica dei mafiosi da parte di Papa Francesco; altri gli hanno chiesto di descrivere gli affari della criminalità organizzata in Germania; altri ancora volevano sapere di più della camorra e dei pentiti. Col passare delle ore le risposte alla stessa domanda si sono fatte inevitabilmente un po’ più sfilacciate, complici la stanchezza e il fuso orario, ma Saviano riesce comunque con grande facilità a rendere chiare le sfumature, a raccontare episodi, dettagli e contesti. Anche questa abilità narrativa, divulgativa, conosce però dei limiti.

«Io non riuscirò mai a raccontare davvero al paese che cosa significa il sacrificio mafioso. Perché Raffaele Cutolo non si pente? Ha fatto cinquant’anni di galera. Gli basterebbe mezza parola, non è che deve dire tutto. Perché non lo fa? Ci sono tante risposte possibili. Primo: è abituato al carcere. È tosta stare fuori, se sei abituato al carcere. Secondo: c’è un senso dell’onore, molto forte. Tre: perché anche in carcere, dopo tutti questi anni, Raffaele Cutolo non si è arreso. A un certo punto mi ha denunciato perché io raccontai l’unica cosa che lui non vuole che si racconti, cioè che un commando della NCO, la sua organizzazione, secondo quanto racconta il pentito Galasso ha ammazzato una bambina. I suoi dovevano ammazzare un giudice nemico dei cutoliani ma i proiettili uccisero la figlia, Simonetta Lamberti. Lui mi ha denunciato, anche se poi tutto è stato archiviato. Perché è importante? Perché significa che lui è ancora attento a quello che viene detto. Perché Schiavone non si pente? Perché non si pente Totò Riina? Non perché temono che poi ammazzino i loro figli: lo Stato, se si pente un pezzo grosso, prende tutti e li porta via. Quando si pentì Antonio Ruocco portarono 90 persone in Val d’Aosta, ed era una figura media. Loro non si pentono perché ragionano per generazioni. Sandokan è in galera. Mio figlio, dice, farà una brutta fine. Lo sa. Ma mio nipote avrà potere e ricominceremo. Tu dimmi chi sono oggi gli uomini che riescono a ragionare per generazioni, che pensano al proprio fallimento come necessario per un miglioramento di chi discenderà dal proprio sangue».

Antonio Iovine però si è pentito. Boss dei Casalesi, arrestato nel 2010 dopo 14 anni di latitanza, oggi è sotto processo per le minacce rivolte proprio a Roberto Saviano e alla giornalista Rosaria Capacchione; ha raccontato di come gli articoli di Saviano e Capacchione disturbassero i suoi tentativi di modificare l’esito di un processo corrompendo i giudici, e dei pericoli concreti che per questo correvano. Perché Iovine si è pentito? «Iovine si pente innanzitutto perché è fuori dai giochi. Secondo: con il suo socio Zagaria le cose non stavano andando particolarmente bene. Terzo: guarda i profili Facebook dei suoi figli. Sono figli che hanno la loro vita e soprattutto la vogliono diversa, non la vogliono legata alla camorra».

Saviano attende con una certa partecipazione l’esito di questo processo. A Monaco, parlando alla stampa, ha spiegato che un’eventuale condanna di Iovine per le minacce nei suoi confronti potrebbe essere per lui «la luce in fondo al tunnel», l’inizio di un percorso che lo porti un giorno non troppo lontano a guadagnare la possibilità di una vita più normale di questa. Eppure non tutti i meccanismi legati ai “collaboratori di giustizia” lo convincono. «I collaboratori di giustizia sono fondamentali ma spesso l’uso che si fa dei pentiti è pericoloso. Ti sembra giusto che il racconto di un pentito emerga sui giornali prima della verifica? Per me spesso è difficile credere alle cose che dicono. Magari si ricordano male, oppure vogliono vendicarsi di qualcuno. Magari dicono cose sbagliate in buona fede, credendo che siano vere, perché gliele hanno dette altri. Se dovessimo valutare la nostra vita sulla base di quello che dicono di me, uscirebbe di tutto». E qui Saviano ritorna su un tema che gli sta molto a cuore: la “macchina del fango”.

L’espressione “macchina del fango”, nelle sue attuali accezione e diffusione, ha origini piuttosto recenti: Giuseppe D’Avanzo la utilizzò nel 2010 in un famoso articolo di Repubblica che raccontava le calunnie contro i politici del centrosinistra ai tempi del caso Telekom Serbia. Roberto Saviano allargò la questione nella prima puntata di Vieni via con me, il programma televisivo – altro enorme successo – che condusse nello stesso anno con Fabio Fazio, e poi di nuovo un anno dopo a Perugia, durante il Festival Internazionale del Giornalismo. Era il 2011, Saviano disse che la “macchina del fango” è «una macchina fatta di dossier, di giornalisti conniventi, di politici faccendieri che cercano attraverso media e ricatti di delegittimare gli avversari». Parlandone a Monaco, aggiunge un’altra cosa: che Internet ha reso tutto ancora più facile. «Se tu facevi un pezzo cartaceo, magari ti beccavi una querela, magari ti trovavi costretto a fare poi una rettifica, ma il pezzo restava. Se io lo faccio online, lo posso correggere in ogni momento. Posso aver attaccato un politico, una persona qualsiasi; poi due ore dopo cambio il pezzo. È come se gli avessi tolto il torto. Scrivi e sai dentro di te che il tuo errore può essere modificato in ogni momento: quindi anche la tua responsabilità può essere cambiata in ogni momento. C’è qualcosa di mostruoso, in questo, ma non si torna più indietro».

Saviano dice che Internet sta cambiando la morale. Lui stesso lo definisce «il mio delirio» e quando mi spiega questa sua idea non è assertivo, lo fa interrogandosi, con cautela: ma sostiene che la crescita verticale della quantità di informazioni diffuse dalle persone su Internet e l’altrettanto verticale crescita dell’uso del gossip come «arma estorsiva» produrrà nel giro di cinquant’anni un «cambiamento della morale». E porrà fine alla privacy in quanto tale. «Chiunque pensa di dover fare i conti con la privacy ragiona col passato. È finita. Siamo diventati delle belve? Forse sì, anche se dirlo è così scontato. Ma quella roba non esiste più. Tra cinquant’anni tu online troverai tutto. Tra cinquant’anni la ministra o il ministro avranno online le foto delle loro feste. Avranno il primo selfie a letto col primo fidanzatino. Ci sarà tutto e non scandalizzerà. Quando parlo a un quindicenne, mica si sente offeso se Hollande tradisce la sua compagna e la va a trovare in Vespa. A noi, alla parte di mondo ancora educata alla vecchia maniera, viene da dire: “Eh, t’abbiamo beccato in castagna…”, “Se menti con la tua famiglia menti anche col paese”. La morale vecchia è: tu fatti i fatti tuoi, io ti giudico solo per quello che so. Quindi un dettaglio privato, una parola volgare, un’intercettazione, una bugia, una foto, un’abitudine bizzarra, possono ora distruggere una persona. La morale nuova è: io non ti devo giudicare per quello che so, perché so già tutto. Ti so nelle espressioni più orrende, nelle cose più intime. Quindi ti devo giudicare per quello che è importante, per le tue idee, per le tue azioni, quelle che contano. Tutto il resto lo devo considerare umano. Questa nuova morale i ragazzini ce l’hanno, e a dire il vero c’è una grande saggezza in questo nuovo modo di guardare le cose. La logica del passato prevedeva che l’intimità si svolgesse nel privato: non parliamo di crimini, ma della propria intimità. Una foto di sé nudi, o mentre si è sulla ceramica del bagno, può imbarazzare: anche se non si tratta di reati, l’intimità in quanto tale se svelata mina la propria identità pubblica. Oggi è sempre meno così. Se le cose le fai, perché non renderle pubbliche? E una volta pubbliche, perché dovrebbero scandalizzare? Il confine è finito. A me l’assenza di privacy spaventa da morire, è il nuovo totalitarismo, ma così è. Non ci vedo né un decadimento né un miglioramento: semplicemente un cambiamento».

Questo cambiamento riguarda tutti – dopotutto siamo dentro al ventennio della privacy (cit.) – ma è inevitabile, ascoltandolo, pensare innanzitutto a lui, a Roberto Saviano: a chi cerca sistematicamente di diffamarlo sui giornali, a chi gli dice che ha fatto tutto questo per i soldi e il successo, a chi in Italia lo insulta per strada («capita ogni volta»), a chi suggerisce più o meno esplicitamente che la sua scorta sia un lusso, un privilegio immeritato, e non una condanna. «In un paese come l’Italia niente sembra possibile. Si spera che tutti siano arrestati, che tutti cadano in scandali, dal flop dell’industriale al sindaco passando per l’attore, per potersi dire: non sono io incapace, è che chiunque ha un posto di valore è una schifezza, io non sono una schifezza quindi non lavorerò mai. Io sono nato in una terra dove agire, cercare di emergere, è visto con diffidenza. Dove fare è sospetto mentre non fare è sinonimo di onestà. La fama ti mette addosso un mirino. Perché tutti vogliono vedere cadere tutti. Per sentirsi migliori».

foto: CHRISTOPHE SIMON/AFP/Getty Images

Roberto Saviano: «Parlare con tutti è rivoluzionario»

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