Saviano su Gomorra in tv, e tutto il resto

Una giornata tedesca a parlare del rinnovato successo delle sue cose, del rinnovato tormento della sua vita, dell'America e di altro ancora

di Francesco Costa – @francescocosta

Il 15 ottobre del 2008 su Repubblica uscì una conversazione di Giuseppe D’Avanzo con Roberto Saviano, che a un certo punto diceva: «Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l’odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri – oggi qui, domani lontano duecento chilometri – spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me». Non dovete necessariamente essere d’accordo con tutte le cose che dice o che pensa Roberto Saviano per immedesimarvi in un nemmeno trentenne costretto da un giorno all’altro a vivere una vita disgraziata – «come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini» – e non poter decidere altrimenti, con un sacco di gente che ti riduce pure a un fortunato che si è costruito un personaggio. Nel paese in cui a una domanda intelligente – «Che cosa non rifaresti?» – tutti danno la più ottusa risposta del mondo – «Rifarei tutto!» – Saviano ha l’umiltà di dire che non rifarebbe proprio tutto. «Non c’è nessun bene superiore, nessuna questione di principio, che possa giustificare la rinuncia alla propria libertà e il rovinare la tua vita e quella delle persone a cui vuoi bene. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentito abbandonato. Altri in cui mi sono sentito un fesso per aver fatto questo, per troppa ambizione, non so. Oggi nello scrivere Gomorra sarei un po’ più prudente, mi prenderei qualche cautela in più. Mi ero tuffato in un mare di fuoco e merda: oggi mi costruirei prima una zattera».

Nonostante lo sfogo sui giornali risalga al 2008, e in mezzo ci siano stati viaggi e periodi di permanenza all’estero anche lunghi, Roberto Saviano si è trasferito stabilmente negli Stati Uniti da appena sei mesi. «Il problema è che è una vita nascosta, una vita presidiata, e non va bene. Ti mastica tutto quello che hai dentro senza ingoiare mai». Saviano vive sotto scorta dall’ottobre del 2006: sei mesi prima era uscito il libro Gomorra, quindici giorni prima durante una manifestazione a Casal di Principe aveva urlato ai boss Antonio Iovine e Michele Zagaria: «Voi non siete di questa terra!». Gli erano arrivate minacce e intimidazioni, dirette e indirette, per le quali oggi due boss sono a processo: la procura ha chiesto il massimo della pena. Negli anni sono emersi racconti e testimonianze sull’esistenza di piani e intenzioni di ucciderlo: di farlo saltare in aria in autostrada, per esempio. Quindi ancora oggi, dovunque vada, Roberto Saviano viene seguito da una scorta: mentre parliamo a pranzo due agenti della polizia tedesca tengono d’occhio la situazione. Domani lo accompagneranno fino alla scaletta dell’aereo; quando ritornerà negli Stati Uniti, troverà sulla scaletta dell’aereo due agenti statunitensi. Roberto Saviano in America ha un altro nome. Per gli studenti della New York University, per cui ha tenuto un corso, si chiamava David Dannon: mi mostra divertito il tesserino con la sua faccia e quel nome, «un nome che si dimentica». Per i suoi vicini di casa ha un altro nome ancora. I suoi studenti dell’università di Princeton – una delle capitali mondiali degli studi economici, dove nell’ultimo semestre ha tenuto un corso di Economia criminale – lo sanno chi è; ma lui per strada ha imparato a non girarsi, che lo chiamino David o che lo chiamino Roberto.

«Ho finito gli esami un mese fa. Il posto è incredibile: arrivi, ci sono colline verdi e palazzotti neoclassici, tutto comunica serenità. Puoi avere un massimo di 15 studenti, per le lezioni che svolgevo io. Ti chiamano per nome, niente “professor”. Devi rispondere alle email entro tre giorni, se no lo segnalano al preside. Hai davanti il meglio tra gli studenti del mondo. Io arrivo presto la mattina: quando vado in biblioteca trovo i ragazzi che sono rimasti a dormire la notte, ognuno col suo plaid. È bellissimo. Ci sono due cose brutte, o meglio, diverse. La prima: appena arrivi capisci che questo tipo di università non seleziona i volenterosi e gli studiosi, quella roba lì la fanno all’università statale. Selezionano il talento. Se tu studi, e raggiungi con impegno e difficoltà un obiettivo, non sei il numero uno. Devi essere un talento naturale, che eccelle studiando. La seconda è l’investimento sulla competizione. Da professore puoi dare solo poche A, per esempio. Devi creare competizione tra gli studenti per spingerli al massimo».

Gli studenti di Saviano a Princeton pensano che seguendo un corso di Economia criminale possano migliorare la loro conoscenza del mondo. La maggior parte di loro vuole fare carriera diplomatica, soprattutto nel Mediterraneo, ma c’è anche chi ha deciso di scegliere il suo corso tra quelli extra per conoscere qualcosa in più del proprio paese. «Ho avuto studenti di tutto il mondo. Una ragazza brasiliana che studia fisica. Brasiliani, messicani, montenegrini, russi: vengono per capire». L’università si tiene in piedi grazie alle laute rette versate dai suoi studenti e grazie alle donazioni dei privati; inoltre molti dei corsi sono finanziati direttamente da imprese del settore. Questo modello – che in Italia ha trovato grande ostilità anche nei suoi tentativi di introduzione più graduali, soprattutto a sinistra – secondo Saviano funziona. «È il mio sogno. La ricerca va avanti così. Contestare questa strada, anche in Italia, è una follia. Si crede che così le aziende finiscano per sponsorizzare questo o quel docente, ma non è affatto così. Si pensa che ci saranno cattedre fatte solo per figli di imprenditori, di amanti, insomma costruite su misura, ma non è così. Al contrario, oggi la maggior parte dei concorsi all’università è fatta su misura per far diventare ricercatori o professori persone già designate da questo o quell’altro gruppo. Negli Stati Uniti non è così. Quando un’azienda fa un finanziamento e poi però avanza richieste sulle docenze, fermano il finanziamento. Questa strada funziona, io lo vedo. Il mio sogno è costruire una cattedra di Economia criminale».

Ciò non toglie che Princeton sia, oltre che una delle più serie e prestigiose università al mondo, una delle più costose e quella con gli studenti più ricchi. La Cina manda ogni anno un gruppo di ragazzi a sue spese, purché alla fine degli studi tornino in patria; l’Italia non fa niente del genere e gli italiani di Princeton, mi dice Saviano, si sentono abbandonati: figuriamoci quelli che a Princeton non ci arrivano. Mentre ritorna la questione della solitudine e del sostegno, mi chiedo se anche a Roberto Saviano – o forse soprattutto a lui – succeda una cosa comune a moltissimi italiani all’estero, specie in ambito accademico e universitario: finire a passare le serate a parlare di Silvio Berlusconi e degli ultimi vent’anni di storia d’Italia, e rispondere alle domande curiose degli stranieri.

«All’estero ti chiedono sempre le stesse cose su Berlusconi. Ma non è che c’è odio, eh: c’è simpatia. È visto come un vero italiano. È più curiosità: “ma è vero che lui…”. Quando sento che all’estero l’argomento inizia a essere il solito, io viro su Pompei ed Ercolano: e restano tutti così, a bocca aperta. Ma in generale c’è anche poca conoscenza dell’Italia, noi ci immaginiamo troppo al centro e non lo siamo. Il vero dolore di chi sta emigrando è questo. Se ci fai caso il governo Renzi non ha mai, mai nominato la parola emigrazione, parlando degli italiani, quelli che se ne vanno, mai. Sono trecentomila all’anno, secondo alcune stime: altri parlano di mezzo milione». Tutti vogliono andare in America, dice Saviano, ma chi parte si ritrova poi in una situazione particolarmente scomoda: straniero nel posto in cui arriva, guardato storto nel posto da cui viene. Il risultato è che pochissimi tornano in Italia a investire un pezzo di quello che hanno imparato e guadagnato altrove: e gli italiani si creano nuove storie, nuovi successi e nuove famiglie lontano dall’Italia. «Ci ho pensato a Zuccotti Park, per fare un esempio facile». Roberto Saviano è stato l’unico italiano invitato a Zuccotti Park dal movimento di protesta Occupy Wall Street, che nel 2011 occupò una piazza di New York per tre mesi. «Lui, Zuccotti, esiste: ha dato dei soldi perché la piazza avesse il suo nome. Io mi sono sempre chiesto: perché non ha fatto niente in Italia? Perché gli italoamericani di successo non hanno mai investito davvero in Italia? La risposta non riguarda solo le mafie. Non ci sono agevolazioni fiscali, non c’è una strategia, non si è mai voluto che davvero gli italiani, i nipoti, i figli degli italiani, potessero tornare a investire in Italia. Il Commonwealth italiano, che è stato il sogno di molti studiosi, poteva essere il primo promosso da un paese senza corazzate, senza condizionamenti, senza estorsioni. Allearsi, agevolare finanziamenti, costruire una rete. Invece a stento sopravvivono gli istituti di cultura e qualche associazione. Come sempre, tutto sprecato».

La storia dei soldi dei privati ritorna anche quando la discussione si allontana dal tema del funzionamento delle università. Su Pompei, appunto. «A volte mi chiedono: perché Pompei non la vendete? Usano proprio quest’espressione, per dire di affittarla. Tutti vorrebbero presentare un film o il nuovo iPhone nell’anfiteatro di Pompei. Darebbero milioni all’anno solo per un giorno, per presentare quella cosa. Una parte di me dice: che cos’è che vuoi vendere, scusa? Ma ce n’è un’altra che dice: farebbero una cosa bellissima. Peraltro ottenendo risorse, assicurando tutto: mentre adesso se una pietra cade, cade e basta. Sento già le solite voci: “così commercializzi Pompei!”. Ma quella è una zona già “commercializzata”: molto è in mano ai clan, che fanno tutto. Ristoranti, parcheggi, subappalti, tutto, da sempre. Il clan Cesarano ha Pompei. C’è una parte di Stato che lì resiste, ma tanto le hanno tolto tutte le risorse».

Poi c’è la questione dei soldi dei privati col giornalismo, anche.

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