I primi Mondiali della storia, e il loro arbitro

La più disorganizzata manifestazione calcistica di tutti i tempi raccontata nel primo capitolo del nuovo Atlante dei Mondiali di ISBN

Intanto i sarti hanno trovato la divisa per Langenus e l’hanno modificata in vista dell’altezza del possibile direttore di gara. Giacca scura, calzettoni neri, pantaloni alla zuava. «Ha preferenze per il cravattino?» gli chiedono, e anche se Langenus è ancora indeciso sul dirigere o meno la finale, non fa sconti alla vanità: «A strisce per cortesia, total black sa di morte».
A duecento metri dallo stadio, in un albergo, si tiene una drammatica riunione, e a sole due ore dalla partita Langenus accetta di arbitrare la finale, ma alle seguenti condizioni: la preparazione di una nave pronta a salpare per l’Europa non appena lui avrà finito di dirigere il match e la cerimonia di premiazione sarà giunta al termine, una scorta di cento uomini armati, una polizza sulla sua vita (assicurazione che avrebbe dovuto coprire il trasporto della salma ad Anversa, e rimpinguare l’asse ereditario dei suoi discendenti).

Dopo avere redatto e consegnato il testamento al console belga e a un funzionario notarile, John Langenus può finalmente prepararsi al match.
Fa esercizi di meditazione e stretching, e a mezz’ora dal fischio d’inizio arriva all’ingresso riservato ai calciatori. C’è una grande bagarre, la polizia ha creato due enormi barriere e gli agenti faticano a contenere i tifosi argentini e uruguagi che cercano il contatto con i loro beniamini. A uno dei comandanti della polizia che piantona l’ingresso dello stadio, John si presenta dicendo di essere l’arbitro della partita. L’agente è un signore dai baffi lunghi e dagli occhi neri, apparentemente annoiato, e non sembra ravvivarsi quando Langenus ripete con voce roca: «Sono l’arbitro della finale, devo entrare. Mi può accompagnare al più presto nel settore di competenza?».
Non ha nemmeno finito di ripeterlo che due poliziotti compaiono alle sue spalle e, dopo averlo afferrato tenendolo per le braccia, lo arrestano. Le manette che scattano ai polsi sono due catenelle simili a collanine tribali. John è sotto shock, non capisce cosa stia accadendo. Viene condotto in un gabbiotto nel quale ci sono altri tredici uomini vestiti di nero. Tutti seduti. Molti di loro sono in manette, e altri sono legati con delle corde, come se fossero stati sequestrati da una banda di malfattori.
Tutti e tredici sostengono di essere gli arbitri della finale della Coppa del Mondo. Alcuni sono semplici burloni, altri truffatori, e non c’è nessuno dell’organizzazione che sia in grado di riconoscere il vero direttore di gara.
In quel momento Langenus si è tramutato definitivamente nell’agrimensore del Castello kafkiano, colui che tenta di accedere agli ordini gerarchicamente più alti venendo però continuamente sviato, riportato all’ordinarietà della propria esistenza. Come l’agrimensore di Kafka, ha ricevuto un incarico senza che gli sia stato rilasciato alcun documento ufficiale; si aspettava riverenza, e invece ha trovato l’arbitrio della sommarietà.

La partita subisce il rinvio di un’ora a causa dell’arresto di John, che viene scagionato soltanto grazie all’intervento del sarto che gli aveva cucito addosso la divisa e a quello di uno dei funzionari che aveva assistito alla consegna del testamento al notaio.
Nessuno dell’organizzazione si trova fuori dallo stadio: hanno paura di non poter rientrare a causa dell’enorme folla che l’ha preso d’assalto. Le cose finalmente sembrano andare per il verso giusto. John ha indossato la divisa, non si pettina, si guarda allo specchio, stringe la cravatta, si infila e si sfila la giacca più volte perché la camicia ha il colletto troppo largo. Alla fine cede e si avvia verso il campo così com’è.

Mentre avanza lungo il corridoio che precede l’ingresso in campo, davanti a lui si presentano i capitani dell’Argentina e dell’Uruguay, con due palloni diversi. Gli argentini vogliono giocare con il loro, gli uruguagi con un altro, cucito apposta per la finale. Langenus saggia il pallone argentino e si accorge che è nettamente più leggero, non sembra cuoio, quasi un volantino, un pallone da bambini; gli argentini hanno piedi migliori degli uruguagi, e un pallone del genere lo sapranno accarezzare con maggior grazia. Quello dell’Uruguay è invece pesantissimo, e anche qui Langenus ha qualche dubbio sulla sua regolarità. È un cuoio rinforzato, anzi non sembra nemmeno cuoio, e sollevarlo da terra è un’impresa. Chi lo calcia si provoca ecchimosi, e per chi lo colpirà di testa saranno dolori.
Un tempo con l’uno e un tempo con l’altro: la monetina deciderà non solo il campo, ma anche il pallone con cui si inizierà a giocare. Si userà prima quello argentino, e poi quello uruguagio.
Quando entrano in campo, il boato è infernale.
John sente che potrebbe anche essere sul punto di morire: è attraversato da un’onda di paura ed emozione, ma anche di pienezza; ha il fischietto in bocca e il terreno di gioco restituisce un odore buono, quello che forse lo ha spinto ad arbitrare le prime partite tra le squadre del suo paese.
Il cielo è sereno, è una bella giornata, i giocatori hanno divise linde e colorate di azzurro e celeste, proprio come quel cielo.
Non è ancora tempo di morire, è il momento di fischiare.
Dodici ore dopo l’ultimo fischio, John sente l’oceano sotto la sua testa. Prova a dormire, anche se le gambe e il petto gli fanno ancora male. Hanno vinto i padroni di casa, ma della partita è rimasta soltanto una nebbia che gli riempie i pensieri. Ha smarrito il bagaglio e le carte che aveva portato con sé, ma non ha perso la voglia di arbitrare; ripercorre le immagini di ciò che ha visto, la polvere che ha mangiato, le urla laceranti che coprivano i suoi fischi. Nebbia. È finito tutto nella nebbia, mentre
L’oceano comincia a far dondolare la nave. Un pensiero lo culla prima che arrivi il sonno; riesamina la giornata e mezza che ha preceduto la finale, quando ha meditato lungamente sulla morte, quando non ha avuto paura di morire ma soltanto di non riuscire a portare a termine il suo compito segreto, che nel suo caso si nutre di vita e passione.
E quel sonno che arriva portato dalle onde del mare ora lo fa sentire sereno.
Il fischio delle ciminiere che bruciano carbone assomiglia a un avviso: John è vivo.

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