Quando Berlusconi chiamò Dell’Utri

Un capitolo del nuovo libro di Enrico Deaglio racconta l'inizio del loro rapporto e della storia per cui Dell'Utri è stato condannato

di Enrico Deaglio

D’altronde, i legami e le conoscenze tra gruppi industriali-finanziari di diversissima origine non erano in quegli anni del tutto inconsueti. Nella centralissima via Chiaravalle, Cosa nostra aveva già fatto anche lei una grande operazione immobiliare, acquistando il palazzo del Cinquecento dove avevano sede gli uffici di tale Filippo Alberto Rapisarda, proprietario di una compagnia aerea privata, della società immobiliare Invim, a suo dire la seconda in Italia, e le famose decine di altre società su cui Falcone aveva posto l’attenzione. Una presenza sul territorio era anche l’enorme Ortomercato, così come l’altrettanto enorme Autoparco. Per la vita notturna, le ottime bische in società con Francis Turatello. Ma l’investimento maggiore a Milano i palermitani lo avevano fatto con il conterraneo Michele Sindona, sconosciuto fiscalista di Patti (Me), diventato il più importante finanziere italiano. Il problema era che Sindona aveva fatto crac.

Gli avevano dato i loro soldi, e adesso lui li aveva persi. Bancarotta, cosa da pazzi. Arrestato anche in America, liberato solo su cauzione. Non solo, ma un avvocatino che doveva liquidare i creditori delle sue banche si era messo in testa di fare le cose per bene. Nemmeno Giulio Andreotti, che aveva promesso una soluzione, riusciva a venirne a capo. Stefano Bontate prese in mano direttamente la situazione, si portò Sindona in Sicilia (dopo un finto rapimento) e insieme vagheggiarono addirittura una specie di secessione dell’isola, visto che ormai l’Italia era in mano ai comunisti, quelli che avevano causato la disgrazia loro e del povero banchiere. Anche Francesco Di Carlo si diede da fare, quando l’altro che curava i loro soldi aveva dato di matto e minacciato di dire chissà che cosa. Si chiamava Roberto Calvi, era nientemeno che il presidente del Banco Ambrosiano di Milano. Incaricato di gestire la questione, Francesco Di Carlo si recò a Londra, pronto a strangolarlo con le sue mani.

Chissà se il giovane Silvio Berlusconi si rendeva conto della compagnia con cui si era messo. Forse no. A quei tempi amava far sapere però che aveva le mani in pasta con quelli che non scherzano. Si era addirittura fatto fare un servizio fotografico dove lo si vedeva, basettoni e Borsalino in testa, vicino a Marcello, a studiare planimetrie nell’ufficio dell’Edilnord. Sul tavolo da lavoro, in bella mostra, una pistola. Chissà se il suo segretario Marcello Dell’Utri lo informò quando il Principe di Villagrazia Stefano Bontate venne ucciso, a bordo della sua Giulietta, sui viali intorno a Palermo, proprio il giorno del suo compleanno. Era l’aprile del 1981. Agghiacciante, a ben pensarci. Quello che era salito fino a Milano per garantirgli la vita, quell’uomo così gentile e raffinato, ammazzato come un cane a Palermo. Anche suo cognato, quell’altro signore presente all’incontro, quel Mimmo Teresi. Scomparso, subito dopo l’uccisione di Stefano. Lupara bianca.

E ce n’era un altro di cognato di Bontate, che era morto anche lui, scomparso, ammazzato. Massone importante, si chiamava Giacomo Vitale. Aveva seguito personalmente la vicenda Sindona e si scoprì che era sua la voce del “picciotto” (quella agghiacciante telefonata che si sente alla fine del film Un eroe borghese, che annuncia ad Ambrosoli la sua condanna a morte). Nel 1997 andò a testimoniare in aula un grosso pentito, Tullio Cannella, che fornì un contesto della morte di Vitale. Dalle cronache di quell’udienza:

Il collaboratore di giustizia riferisce le confidenze del cognato di Bontate, Giacomo Vitale, massone, scomparso nel nulla dopo essere stato uno dei protagonisti del falso sequestro Sindona. Secondo Cannella, Vitale lo avrebbe incaricato di recuperare il “tesoro” di Bontate, ucciso nell’81, promettendogli l’astronomica ricompensa di trenta miliardi. “Giacomo Vitale,” afferma Cannella, “mi disse: ‘I soldi di mio cognato Stefano Bontate, svariate centinaia di miliardi, se li sono fottuti Dell’Utri e Berlusconi’.”

Accuse mai provate, ça va sans dire. Per fortuna loro, Berlusconi e Dell’Utri erano vivi. E la Fininvest, la loro creatura, stava diventando una delle imprese più grosse d’Italia.

La Fininvest, Berlusconi l’aveva divisa in ventidue holding. Paraventi, scatole cinesi, prestanome, cassette di sicurezza inviolabili, uno stuolo di avvocati agguerriti. Nessuno sapeva a chi appartenessero quelle holding, ma certo potevano attirare qualche indagine. E in effetti nel 1979 si fece avanti un brillante capitano della guardia di finanza, tale Massimo Maria Berruti, che voleva vederci chiaro. Ma lasciò perdere le indagini e anche il Corpo, perché venne assunto da Berlusconi, che poi, sceso in campo, lo fece anche diventare deputato. Quando – vent’anni dopo – si cercò di nuovo di vederci chiaro, si scoprì che su quei conti esteri era transitata in pochi anni una vertigine di 200 miliardi, spesso in contanti o in assegni circolari.

Nel 1993 la Fininvest, di cui nessuno conosceva la proprietà, era il terzo gruppo industriale italiano, dopo la Fiat degli Agnelli e il conglomerato della Ferruzzi-Gardini. Sotto Berlusconi, al quarto posto, stava il gruppo di Carlo De Benedetti.

Ma nel 1993 la Fininvest era sepolta da una montagna di debiti. La situazione era stata segnalata alla Banca d’Italia. I telefoni del Cavaliere erano stati messi spesso sotto controllo. La polizia lo sospettava di riciclaggio e traffico di droga, e negli anni aveva redatto informative in tal senso. (Una, per esempio, dal comando generale della guardia di finanza, è del 30 maggio 1983: “È stato segnalato che il noto Berlusconi Silvio, interessato all’emittente televisiva privata Canale 5, finanzierebbe un intenso traffico di sostanze stupefacenti dalla Sicilia. […] Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni edilizie nella Costa Smeralda”.)

Falcone e Borsellino avevano ben presente la filiera che partiva da Palermo e arrivava a Milano, compreso lo stalliere di Arcore. La rete televisiva francese Canal Plus aveva commissionato un’inchiesta sul Cavaliere come uno dei più grandi “padrini d’Europa”. Berlusconi era poi notoriamente associato a Bettino Craxi – suo amico personale –, che aveva addirittura interrotto una visita di stato a Londra per tornare a Roma ed emettere un decreto in favore delle sue televisioni private. E Craxi, il suo protettore politico, era crollato.

Ma Berlusconi era fortunato. Quando scoppiò Tangentopoli e tutte le maggiori imprese sembravano coinvolte, la Fininvest non venne nemmeno sfiorata dalla grande inchiesta. Il pm Di Pietro, che fece la disgrazia di Raul Gardini – l’uomo più liquido d’Italia; si suicidò nel luglio del 1993, sparandosi in un’elegante vestaglia nel suo bel palazzo nel centro di Milano –, di Craxi, dell’Eni, di un pezzo di Fiat, del costruttore Ligresti; il pm che raccolse le deposizioni di mille tra industriali e politici confessanti tangenti, il nome Berlusconi non lo sentì mai. Le inchieste milanesi e quelle palermitane non si incontrarono mai. Quei due giudici siciliani, intanto, giù a Palermo, erano saltati in aria.

Quando Berlusconi fece in televisione il famoso discorso della “discesa in campo”, nel gennaio del 1994, sapeva che stava camminando sul filo del rasoio. E che l’unica possibilità che aveva di salvare la sua azienda, la sua enorme villa, la sua vita, era di fare, in grande, quello che non era riuscito a Michele Sindona. Mettersi a capo di un movimento politico, diventare presidente del Consiglio e, soprattutto, tenere buoni i creditori.

La sfida era grandiosa, ma la vittoria era a portata di mano. Dell’Utri in due mesi gli aveva organizzato il partito, i candidati, la propaganda, i voti. Quanta strada aveva fatto Marcello, da quel giorno di vent’anni prima, in cui gli aveva fatto conoscere quei distinti signori di Palermo.

 

Questo testo è tratto da Indagine sul ventennio (Feltrinelli), il nuovo libro del giornalista e scrittore Enrico Deaglio dedicato ai vent’anni dall’ingresso in politica di Silvio Berlusconi.

(nella foto Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi alla Camera nel 1999, Mauro Scrobogna/Lapresse)

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