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  • mercoledì 26 Marzo 2014

Il mausoleo di Berlusconi

La storia del monumento funebre ad Arcore, raccontata da Enrico Deaglio nel suo nuovo libro sul "ventennio"

Ora, questa persona, che era scesa in elicottero sull’Arena di Milano con il sottofondo della Cavalcata delle Valchirie per stringere la mano ai giocatori del Milan schierati, che aveva costruito una cittadina satellite alla periferia di Milano e che aveva comprato per sé la più bella villa della Brianza, chiedeva all’Henry Moore italiano di scavare nel parco secolare un monumento spropositato a gloria della sua dinastia. Lui la chiamava la cappella gentilizia della “gens berlusconiana”, come le stirpi patrizie dell’antica Roma, e aveva ben chiare le dimensioni dell’opera. Non doveva essere quello che i milanesi chiamano “’l tumbùn”, la glorificazione in marmo dei soldi fatti in una sola generazione; no, doveva essere faraonica, nel vero senso della parola; doveva avere come modello la tomba egizia di Tutankhamon, quella che venne scoperta con clamore mondiale nel 1922, con il defunto intatto dopo oltre tremila anni.
Cascella ne parlò, quasi divertito, in un’intervista per un film su Berlusconi, nel 2006. Il committente, disse, gli aveva raccontato che, con la morte di suo padre, era giunto per lui il tempo di pensare alla storia, alla sua famiglia e quindi voleva un monumento degno. “Ma non farmi croci, falci, quelle cose lì,” ricordava Cascella. Non voleva un monumento religioso e men che meno cattolico; voleva una sorta di dimora sotterranea cui si arrivasse attraverso un’imponente scalinata, con un grande portone di ferro e una tomba centrale, posta in mezzo a una sala, e poi – e questa era la novità – un “dormitorium” con trentasei loculi.
Certo, pazzie funerarie gli scultori ne vedono parecchie. E non tutte finiscono bene. Non distante da Fivizzano, alla Henraux di Serravezza (Lu) sono ancora conservati i bozzetti per il più grande mausoleo del mondo commissionato da Juan Domingo Perón per la moglie Evita, e bloccato dal colpo di stato del 1953. Più a sud, sulle colline di Livorno, sepolte sotto le erbacce, troneggiano ancora le rovine del mausoleo fatto costruire per il gerarca Costanzo Ciano (uno degli autori della beffa di Buccari), il cui figlio Galeazzo si era addirittura imparentato con il Duce. Era il 1939, i suoi funerali si erano svolti, secondo la cronaca dell’Eiar, “tra due ali ininterrotte di popolo che virilmente lo rimpiangono, sotto una pioggia di fiori, tripudio degli umili”; il figlio (che non prevedeva di finire fucilato a Verona cinque anni dopo per ordine del suocero) provvide alla costruzione del mito. Il progetto prevedeva, sopra un trionfo di cupole e archi, un faro alto ventotto metri, sul quale sarebbe dovuta svettare la statua (nove metri) del Ciano senior medesimo. Ma tutto finì con la guerra. I tedeschi in ritirata distrussero a cannonate il faro e la statua adesso giace, in tre pezzi, in un magazzino dell’isola della Maddalena. Più fortuna aveva avuto il mausoleo pensato per sé da Gabriele d’Annunzio, nel famoso Vittoriale. Il suo sarcofago stagliato contro il cielo attorniato dalle arche dei legionari di Fiume.
Ma Cascella rimase ancora più stupito quando il committente gli diede le linee direttive dell’opera: una sala centrale con in mezzo una tomba in marmo rosa, e altre quattro allineate alle pareti, e poi trentasei loculi in un locale separato. Era chiaro che la tomba al centro non era per il capostipite della “gens”, Luigi, ma per Silvio. Il committente volle poi fregi di ganci alle pareti a raffigurare il legame dell’amicizia, bassorilievi con frutta, cibo e un telefono portatile, rose a cinque petali di travertino rosso sulla tomba principale e un potentissimo motore Ruggerini a riscaldare e illuminare tutto l’ipogeo. In alto lasciò sbizzarrire l’artista, che innalzò al cielo dodici colonne sovrastate da sfere, mezze sfere, piramidi, cubi, figure che ricordano Guernica di Picasso, e un’imperdibile squadretta massonica. Il tutto per cento tonnellate di pietra e tre anni di lavoro, per un’opera chiamata Volta celeste.
Richiesto di alcuni chiarimenti ulteriori, Cascella sorrise, ricordando che gli scultori pubblici sono come dei sarti, seguono le indicazioni del cliente e quello era esattamente ciò che il suo cliente voleva. E richiesto di qualche anticipazione su chi avrebbe avuto l’onore di essere seppellito nel “dormitorium”, vicino al Capo, o al padre del Capo, Cascella finse di inalberarsi e, con un sorriso, rispose: “Io faccio lo scultore, non il becchino!”.
Il padrone della villa amava accompagnare gli ospiti nel suo mausoleo, lasciando balenare la possibilità di una sepoltura nella grande casa sotterranea. “Vicino al Capo”, come se dicesse “vista mare”, ai tempi in cui vendeva villette sulla parola. Vendeva dei “futures”, delle quote. E tutto il gioco era così grottesco, ma vero: i posti accanto al Capo riservati a Previti, Dell’Utri, Confalonieri; gli aspiranti come Emilio Fede, coloro che rifiutarono (“Domine, non sum dignus”), come Indro Montanelli.

Visto quello che poi successe dopo, nella villa e nel paese, la domanda è legittima. Aveva già qualche rotella fuori posto a quarant’anni Silvio Berlusconi?

(C) Giangiacomo Feltrinelli editore Milano

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