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  • martedì 25 Marzo 2014

A Londra si vive peggio, ma si sta meglio

Lo dice Caterina Soffici, giornalista italiana che si è ambientata a Londra, nel suo libro Italia yes Italia no

Fortunatamente è arrivata a salvarmi una vecchietta. Era furibonda perché il vicino mette l’immondizia in strada il giorno prima della raccolta, così le volpi urbane fanno un disastro. Dovete sapere che le volpi sono numerose come i gatti, a Londra. E sono peggio dei cani randagi, perché usano la proverbiale furbizia per racimolare cibo. Con la stessa flemma con cui spiegavano a me i segreti del parcheggio sicuro, i due agenti hanno preso nota dell’indirizzo e hanno detto all’anziana signora di non preoccuparsi, ci avrebbero pensato loro. Anche alle volpi.
Poi è arrivato un gruppo di tizi provenienti dal pub all’angolo per parlare della distesa di bottiglie di birra abbandonate sul marciapiede e sui davanzali delle finestre il venerdì e il sabato sera. Li ho lasciati nelle braccia dei due Bobby e me ne sono andata. Sono sicura che li avranno riempiti di dépliant sugli ubriachi nel weekend, le risse per strada e le percentuali di ferite di arma da taglio.
Così va la vita di quartiere. Non si discute in astratto ma in concreto. Non ti promettono di debellare il crimine nel Regno Unito, ma più semplicemente di cacciare gli spacciatori davanti alla scuola di via taldeitali. È un microintervento, quindi facilmente controllabile. Se lo spacciatore è sempre lì, alla riunione successiva il poliziotto dovrà renderne conto ai cittadini prima che al suo capo. E a giudicare dal livello di isteria dell’anziana signora, non so cosa sia peggio.

Ora, parliamoci chiaro. Se la gente in Gran Bretagna si fida e ama la sua polizia, non vuol dire che il poliziotto di quartiere sia un santo e che Scotland Yard sia un collegio di educande. Sir Robert Mark, che negli anni sessanta fu chiamato per ripulire il corpo da un sistema di corruzione definita “endemica e spregiudicata”, racconta nel suo libro di memorie che gli ispettori stringevano accordi economici con rapinatori di banche, spacciatori, magnaccia. Scriveva Sir Mark: “Avevo servito per trent’anni in polizie di provincia e anche se avevo assistito a pratiche illecite non avevo mai visto un malaffare istituzionalizzato, una cecità, un’arroganza e un pregiudizio di proporzioni lontanamente simili a quelle che alla Metropolitan police erano considerate la norma”. Quando nel 1977 andò in pensione, la fiducia della gente era in gran parte recuperata e il livello di corruzione riportato entro termini accettabili.
Nel 2011 lo scandalo “Tabloidgate” ha rimesso tutto in discussione e lo spettro della corruzione è tornato ad aleggiare quando è stato chiaro a tutto il paese che i funzionari di Scotland Yard prendevano mazzette dai giornalisti del gruppo Murdoch per dare informazioni riservate sui vip e per chiudere un occhio su comportamenti e intercettazioni illegali. Di nuovo è affiorato un sistema “endemico e spregiudicato” di corruzione che ha toccato i livelli più alti delle istituzioni, ha lambito il governo e ha fatto vacillare ancora il mito di Scotland Yard. E sui media britannici è stato di nuovo evocato uno dei programmi televisivi più popolari a cavallo degli anni sessanta, Dixon of Dock Green, un telefilm che raccontava le gesta dell’agente Dixon, un vecchio Bobby, uomo perbene, rispettabile e amichevole, modello per agenti e colleghi in una stazione di polizia immaginaria nell’East End di Londra, umano e giusto anche quando manda dietro le sbarre i cattivi.
Ma il “Tabloidgate” è stato anche un ciclone salutare perché, sull’onda delle inchieste e dell’indignazione popolare, è partita una pulizia radicale, sono stati decapitati i vertici corrotti della polizia, incarcerate e indagate decine di giornalisti. L’opinione pubblica ha avuto un gran peso nel repulisti. Anche se siamo in una monarchia, qui ti senti cittadino e non suddito. E il cittadino britannico si considera prima di tutto inglese e poi di destra o di sinistra. Questi due elementi permettono all’indignazione di non essere a intermittenza politica e secondo le convenienze di parte. Il ladro è ladro indipendentemente dal partito di provenienza e lo stesso vale per i corrotti.
Lo scandalo dei rimborsi elettorali e il “Tabloidgate” sono stati la dimostrazione che su questioni fondamentali le posizioni di un intero popolo sono assolutamente trasversali rispetto alle differenze politiche. Dal “Tabloidgate” alle cose minime, dal grandissimo al piccolissimo, il sistema funziona perché si ha ancora la capacità di indignarsi, il cittadino conta qualcosa e quando protesta c’è qualcuno che dall’altra parte ascolta e reagisce.

Noi raccoglitori di junk mail siamo anche lettori delle notizie minori di cronaca cittadina. E una notizia mi ha particolarmente colpita, perché è molto più di un episodio: è l’icona di un popolo. Siamo in Temple Fortune Road, Barnet, sobborgo nel nord-ovest di Londra. Un pulmino della polizia parcheggia con i lampeggianti blu accesi sulle strisce riservate alla fermata del bus. Il fatto attira l’attenzione dei passanti che pensano a un intervento d’emergenza, tipo una chiamata al 999, il 113 di qui. Sarà una rapina? Un furto? Un omicidio? Invece niente inseguimenti né concitazione. Uno solo dei due agenti scende con calma dalla vettura e si dirige a passo lento verso un Costa Coffee, per poi ritornare senza fretta verso il pulmino portando in mano due caffè. E fin qui non sarebbe neppure una storia. È il seguito a renderla stupefacente. Quando capiscono che non si trattava di un intervento d’emergenza ma di una pausa caffè, i passanti da incuriositi diventano scandalizzati e indignati: come hanno potuto i due insolenti poliziotti parcheggiare in un posto proibito abusando delle loro prerogative? Così uno dei passanti, il più indignato, tal Mr D., si rivolge alla polizia denunciando il grave abuso di potere.
Il fatto appare così serio da occupare un’intera pagina dell’“Evening Standard”, il giornale pomeridiano distribuito gratuitamente in metropolitana, letto da milioni di pendolari. Quindi si suppone che questi milioni di lettori siano interessati al caffè preso con i lampeggianti accesi e si indignino in egual misura. Il giornale intervista addirittura il testimone che dichiara: “Il conducente se ne stava lì seduto e si guardava intorno in modo furtivo e ho pensato che fosse un comportamento strano. Per questo ho deciso di aspettare, così ho visto l’altro che usciva da Costa portando due caffè. Ho pensato che fosse un abuso assoluto dei loro privilegi e l’ho detto a quei due. Se fossi stato io a parcheggiare in quel posto, mi sarei beccato una multa. Loro hanno bloccato il traffico fermandosi in una corsia per i bus”. Ma non finisce qui. All’indignazione verbale sono seguiti i fatti. Perché l’indignato Mr D. si è rivolto alla stazione di polizia per lamentarsi. E lì si sono subito attivati per “monitorare strettamente la situazione” e hanno dato una bella strigliata ai due agenti. L’ispettore capo ha dichiarato: “Noi incoraggiamo i nostri agenti ad avere rapporti e a servirsi nei negozi locali, ma lo devono fare nella maniera giusta. Noi siamo consapevoli che il modo nel quale i nostri poliziotti agiscono è della massima importanza e questo tipo di comportamento è inaccettabile”. La storia finisce con i due tapini ammoniti e posti sotto “stretta sorveglianza”. Nel caso dovessero azzardarsi a prendere altri caffè abusando dei loro privilegi.
Una piccola storia. Ma è dalle piccole cose che si costruisce una grande comunità, unita da quello che è il vero spirito di Londra. Hanno fatto il giro del mondo le foto di cittadini comuni con la ramazza e i sacchi neri per ripulire la città dopo i disordini nei sobborghi dell’estate 2011. Centinaia di abitanti riversatisi in strada spontaneamente: dalla corpulenta donna giamaicana che si piazza di fronte ai rivoltosi dicendo loro che non è quello il modo di protestare, ai commercianti turchi di Dalston Lane e Green Lanes che si sono messi a difesa dei loro negozi di frutta e verdura muniti di mazze da baseball spalleggiati dalla popolazione. Noi lettori di junk mail e di cronaca cittadina lo sappiamo: lo spirito di Londra è figlio della democrazia diretta e la nutre a forza di piccole storie.

(C) Giangiacomo Feltrinelli editore Milano

 (foto Oli Scarff/Getty Images)

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