Il testo del discorso di Renzi

O meglio la trascrizione stenografica, dato che ha parlato a braccio: "vorrei essere l'ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest'aula"

Il secondo punto sulle riforme è il seguente. Noi vogliamo sfidare il Parlamento; non consideriamo il Parlamento un inutile orpello. Noi siamo pronti a recuperare, nell’ambito di una cornice condivisa, tutti i miglioramenti possibili. Noi non abbiamo l’idea di venire a dettare la linea e di aspettare che rapidamente si esegua nelle Aule parlamentari. Ma stiamo scherzando? Però, vi chiediamo di farvi carico, insieme a noi, del fatto che i tempi non sono più una variabile indipendente; e che se non iniziamo dalle riforme istituzionali e costituzionali e poi interveniamo nel pacchetto di riforme che vi ho esposto nel corso dell’intervento, noi perdiamo la possibilità di essere considerati credibili non tanto dai nostri partner europei, ma anche e soprattutto dai nostri concittadini.

Vado alla conclusione. Esistono numerosi provvedimenti, di cui abbiamo discusso in fase di consultazione, che non sono rientrati nell’ambito di questa relazione programmatica, per scelta. Mi piacerebbe raccontarvi quanto intendiamo investire sulla cultura come elemento identitario. So che c’è una parte tra voi, onorevoli senatori e gentili senatrici, che ritiene che la parola «identità» sia in qualche misura il baluardo contro la parola «integrazione». Non è così. Io credo che l’identità sia la base per l’integrazione. Il contrario di integrazione non è identità: è disintegrazione.

Un Paese che non si integra non ha futuro. Ecco perché, a fronte di un dibattito culturale che ha visto i diritti divenire oggetto di scontro (al punto che ciascuno di noi ha portato la propria bandierina in tutte le campagne elettorali sul tema dei diritti, a destra come a sinistra, ma poi non si è mai fatto niente), noi immaginiamo, con questo Governo e con il vostro aiuto, di trovare dei punti di sintesi reali, che permettano a quella bambina che ha dodici anni e che frequenta la quinta elementare… Quella bambina che è nata nella stessa città in cui è nata la sua compagna di banco, di avere la possibilità, dopo un ciclo scolastico, di essere considerata italiana, esattamente com’è la sua compagna di banco.

Ciascuno di noi ha una propria valutazione; se qualcuno di noi pensa che sarebbe giusto che quella bambina fosse considerata italiana al momento della nascita, ma altri tra di noi pensano che occorra almeno un ciclo scolastico, lo sforzo oggi non è affermare le proprie ragioni contro gli altri, ma trovare il punto di sintesi possibile, così come sui diritti civili. Oggi una mia amica mi ha scritto: «Se devi approvare una forma di unioni civili che non sia quella che vogliamo noi, allora non approvarla». No, non è così: sui diritti si fa lo sforzo di ascoltarsi, di trovare un punto di sintesi. Questo è un cambio di metodo profondo.

Sui diritti si fa lo sforzo di trovare un compromesso anche quando questo compromesso non ci soddisfa del tutto. Ci ascolteremo reciprocamente, ma la credibilità su questo tema sarà il punto di caduta di un’intesa possibile, che già è stata costruita nel corso di questi giorni. Lo vedremo. Sostenere, però, che l’identità è il contrario dell’integrazione significa fare a pugni con la realtà, significa prendere a botte il niente.

Vorrei che ci mostrassimo reciprocamente le facce dei nostri ragazzi quando vanno in uno degli eventi che organizzano gli enti territoriali o a visitare un museo di notte, quando si rendono conto, cioè, che la cultura è qualcosa con cui si mangia, ossia qualcosa di cui si nutre l’anima. Quando dico che si mangia con la cultura dico che, allora, bisogna anche avere il coraggio di aprirsi agli investimenti privati nella cultura.

Se si dice che è sbagliata la frase che con la cultura non si mangia, bisogna anche avere il coraggio di dire che la cultura deve aprirsi al coinvolgimento degli investimenti privati e creare posti di lavoro.

Vorrei, però, mostrare a me stesso e a voi le facce e i volti di chi, in questi anni, ha avuto modo, ad esempio, di vedere un museo di notte, ha avuto modo di farsi interrogare da un’opera d’arte, ha avuto modo di provare ad ascoltare la bellezza della musica, non soltanto nelle scuole – dove va portata o riportata in modo diverso – ma anche nella quotidianità.

In una qualsiasi realtà del mondo che non sia l’Italia, essere italiani è un dono. In una qualsiasi realtà del mondo che non siano i nostri palazzi dei poteri, essere italiani è un elemento di bellezza che non so quanto salvi il mondo, ma sicuramente salva l’export delle nostre aziende. In un qualsiasi luogo che non sia l’angusta autoreferenzialità del nostro dibattito, i valori della cultura fanno di noi una superpotenza mondiale.

Se noi non siamo nelle condizioni di comprendere che è il mondo piatto nel quale viviamo è un mondo che paradossalmente ci offre delle opportunità senza fine, che possono unire i distretti tecnologici con i beni culturali, che possono unire la capacità di investire sulle nuove generazioni con l’esperienza, la saggezza e la bellezza dei più grandi, se noi non siamo in grado, su questo tema, di essere concretamente operativi, perdiamo un pezzo del nostro patrimonio culturale ed economico.

È un pezzo della risposta alla crisi modificare le regole del gioco anche in questi settori.

Non ho parlato, ma non lo posso fare adesso, di come nel piano per il lavoro che presenteremo a marzo ci sarà una sorta di piano industriale per i singoli settori: sulle energie alternative, intese non semplicemente come il sussidio o l’intervento su un singolo settore, ma come il bisogno di andare a inventarsi nuovi posti di lavoro; sulla chimica verde, sull’innovazione tecnologica applicata alla ricerca, sugli investimenti veri e profondi che si possono fare contro il dissesto idrogeologico in un Paese in cui abbiamo soldi bloccati e fermi – anche per responsabilità delle pubbliche amministrazioni – che gridano vendetta, non soltanto per ciò che stanno vivendo in queste ore il modenese o l’area di Olbia, ma anche per come in questi anni abbiamo dovuto vivere con il fiatone certe emergenze che potevano essere affrontate in modo molto più semplice.

Ma davvero abbiamo ancora soldi fermi sulle casse di laminazione ed espansione, quando il mondo che sta cambiando rende così semplice intervenire in questa situazione? Ma davvero in alcune realtà del Paese ancora non sappiamo chi ha il potere di intervento sugli argini, per l’eccesso di funzioni tra le Regioni, le Province, i Comuni, le autorità d’ambito? Davvero pensiamo che questi siano temi di serie B, di cui non parlare perché dobbiamo confrontarci soltanto parlando tra di noi delle nostre realtà quotidiane? Come facciamo a non prendere atto che anche su questo tema c’è bisogno di una svolta reale?

Potrei continuare a lungo ma non lo farò. Mi limito a chiudere con l’espressione di un sentimento personale. Ieri, arrivato a Palazzo Chigi, ho scelto di fare alcune telefonate simboliche, ma non solo simboliche. Ho chiamato due nostri concittadini italiani che sono da troppo tempo bloccati a Nuova Delhi per una vicenda assolutamente allucinante, per la quale garantisco l’impegno personale mio e del Governo.

Ho chiamato una ragazza della mia età: si chiama Lucia, è di Pesaro. In questi giorni sta combattendo per un processo perché è stata sfregiata in volto dal suo ex fidanzato ed è una delle persone a cui ho voluto far sentire la vicinanza di questo Paese.

Ho chiamato – so che non vi interessa ma a me sì – un mio amico che ha perso il posto di lavoro. Credo che capire cosa significa incrociare lo sguardo di un papà (per non dire un babbo) che ha perso il posto di lavoro e rendersi conto che il tuo compito non è quello di star qui ad urlare, ma è cercare di dare delle risposte concrete per cambiare le regole del gioco segni la differenza tra la sua propaganda, senatore, e la nostra politica.

Tuttavia, ho scelto anche e soprattutto di pensare a cosa significhi per un ragazzo che oggi ha più o meno la mia età il fatto che il Governo scelga di dire che questo è il momento della svolta radicale. Mi sono cioè messo in testa di pensare a cosa possa significare per ciascuno di noi il fatto che non soltanto noi oggi viviamo un momento di cambio del Governo, ma cosa questo cambio del Governo significhi nella vita delle persone. Una signora, scherzando fino ad un certo punto (forse voleva farmi un complimento), ieri uscendo dalla messa mi ha detto: «Certo, se fai il Presidente del Consiglio tu, lo può fare veramente chiunque». Lei probabilmente voleva essere carina, non le è venuto granché bene, o forse è la verità. Però ho pensato che questo è proprio vero, fino in fondo.

Io arrivo a questa responsabilità provenendo da un’esperienza politica innovativa, forte ed autorevole quale quella del Partito Democratico, nella quale si è data la possibilità a una generazione di sfidarsi; si è data la possibilità di provarci. Al mio partito va la mia gratitudine, come naturalmente agli altri partiti che compongono la coalizione, come è doveroso che sia; tuttavia una gratitudine particolare va al mio partito, che in un certo momento ha consentito di dire: se avete idee giocatevela; se avete sogni, provate a mettervi in gioco.

Oggi noi siamo pieni di persone, di momenti, di vita, in cui è esattamente l’opposto, in cui ci dicono «no, non si può fare, non si riesce a raggiungere il risultato». In cui ci dicono praticamente tutti, sempre e comunque, che c’è un blocco, che l’Italia non esce dalla crisi, che il mutuo in banca non te lo danno per acquistare casa, che, mentre fai l’apprendista, non hai neanche la possibilità di avere quei soldi che ti servono per mangiarti una pizza e bere una birra. A questa generazione cosa diciamo noi oggi qui? Noi oggi qui diciamo che l’Italia vuole diventare il luogo delle opportunità. Non credo che ci siano pari opportunità nel fatto che ci sia la metà di donne nel Governo; l’opportunità – permettetemi la battuta – è dispari, non è pari, ce ne è sola una. Noi abbiamo una sola occasione: è questa. E noi vi diciamo, guardandovi negli occhi, che se dovessimo perdere, non cercheremmo alibi. Se perderemo questa sfida, la colpa sarà soltanto mia. Deve finire infatti il tempo in cui chi va nei palazzi del potere, poi, tutte le volte trova una scusa. Non ci sono più alibi per nessuno e primo per me.

In questo scenario però, lasciatemi concludere sul fatto che questa Italia delle possibilità è un’Italia che oggi vede un Governo chiedervi la fiducia sulla base di un cambiamento radicale, immediato e puntuale e che, però, contemporaneamente, offre tutto il meglio di quello che ha. L’idea che il futuro dell’Italia non sia quello di essere il fanalino di coda dell’Europa, che il futuro dell’Italia non sia stare a lamentarsi e piangere dalla mattina alla sera, che il futuro dell’Italia non sia semplicemente raccontarci come le cose vanno male o perché non ci fanno lavorare. Il futuro dell’Italia sta nelle qualità, nel genio, nell’intelligenza e nella curiosità di ciascuno di noi. Noi siamo assolutamente certi che, mettendo tutti noi stessi in questa sfida, la possibilità di cambiare è reale, concreta e immediata, purché ciascuno di noi viva il futuro non come un’incognita e purché ciascuno di noi sappia che è il tempo del coraggio e che questo tempo del coraggio non esclude nessuno e non lascia alibi a nessuno.

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