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  • lunedì 24 Febbraio 2014

«Avere ventiquattro anni è la nuova adolescenza»

Un estratto del primo romanzo di Neige De Benedetti, la storia di una bambina di cinque anni e della sua giovane maestra

di Neige De Benedetti

Quello che succede durante la cena non lo so. Ho sviluppato delle notevoli doti nell’inserire un pilota automatico che mi permette di avere conversazioni educate senza perdere la calma, l’unica controindicazione è che poi non mi ricordo più niente.
La sola cosa che rimane nella mia memoria sono le belle posate d’argento, i bicchieri di cristallo sui quali il rossetto di mia madre lascia l’unico segno di vita della casa, il lampadario della sala da pranzo, al quale da bambina immaginavo appesi coriandoli colorati, i fiori freschi, e le tende pesanti, che sono utilissime per giocare a nascondino.
 Ogni tanto mi arrivano delle parole chiave, ma non aprono più nessuna porta: responsabilità, lavoro, tua sorella, responsabilità, indipendenza, sciatta, responsabilità, artista. Mi stai ascoltando? Certo che no.

Tornando a casa maledico le mie scarpe, che mi si sfilano dai piedi in continuazione, e mi tolgo di dosso i miei genitori.
 Salgo in casa e mi tuffo nel letto, dormo così, vestita, ciniglia e tutto, a dimostrazione che ci ho provato un’altra volta.

Verso le tre non riesco più a dormire. Penso a Layla e al Signor Nessuno, chissà qual è il suo vero nome.
 Penso a Edoardo, che ha occhi scuri, come un bosco di montagna, e mi piacerebbe entrarci, e sentire l’odore del pino e il terreno di muschio sotto i miei piedi nudi.
Mi rigiro nel letto per un po’. Finché cedo. 20 gocce di Xanax. Buonanotte.
– Edoardo mi ha chiesto di darti questo – mi dice Layla porgendomi un origami. È un uccello bianco. C’è una minuscola scritta. «S’assoir et regarder le ciel».
– Oh, grazie Layla. È molto carino da parte sua – rispondo tutto d’un fiato mangiando la metà delle parole.
– Infatti, credo che vorrebbe essere tuo amico. Sorrido, dentro.
Layla oggi ha una faccia stanca, magari non ha dormito bene nemmeno lei.
– Sei stanca, Layla?
– Sì. Ieri abbiamo mangiato nel vivaio e poi abbiamo messo la musica e ballato molto e poi la mamma ha avuto ancora fame e allora ha rifatto da mangiare per tutti. E poi Edoardo ci ha raccontato di un posto che si chiama Lhasa, che è così tanto in alto che quando ci vai sei più vicino al cielo, e il sole brucia gli occhi. A te piace ballare?
– Mi piace ballare. Sì. – Anche a me.
Penso che Layla tutto sommato ha una vita felice.

Penso che suo padre l’ha lasciata in buone mani, amorevoli e attente. Mi chiedo se le manca, se se lo ricorda. Ma certe domande non sono da porre a chi può darti la risposta.

Il libro che il Signor Nessuno mi ha dato ieri è Il Piccolo Principe. Dapprincipio ci sono rimasta male. Ogni volta che chiedono a un sottosegretario, o a un calciatore, qual è il suo libro preferito, risponde: Il Piccolo Principe. Dev’essere l’unico che hanno letto, forse non hanno letto nemmeno quello, si ricordano delle interviste degli altri. Poi però ci provo.
– Oggi leggiamo una storia, bambini. Si chiama Il Piccolo Principe. Siete d’accordo? Fanno sì con la testa.
– Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato Storie vissute della natura, vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale…
Hanno tutti occhi attenti. E non sembrano annoiarsi.
Ricordo la prima volta che lessi Il Piccolo Principe. Ero più grande di loro, perché sapevo già leggere. Mi mettevo sotto un fico, nella nostra casa al mare, e seguivo con il dito ogni riga, pensavo che non sarei mai stata capace di leggere in un altro modo, che il mio indice fosse per sempre legato al filo d’inchiostro delle lettere. Viaggiavo con lui, su ogni asteroide. E la sera, prima di andare a dormire, facevo disegni sperando che di notte si sarebbero animati, e che anch’io avrei avuto una pecora, e che la pecora sarebbe uscita dalla scatola coi buchi.
Mi vengono in mente i miei genitori, com’erano meravigliosi ai miei occhi infantili. Hanno smesso di amarmi quando ho cominciato a pensare, prima era andato tutto così bene.

Leggiamo solo qualche pagina, non voglio annoiarli. I bambini si annoiano velocemente, bisogna fargli regali poco alla volta, centellinare lo stupore.
Layla dice di no, e forse ha ragione lei. Ma io la penso così.
Domani è sabato, e non c’è scuola. Mi piacerebbe tornare al vivaio con Layla, e ballare con loro fino a tardi e bere cioccolata e guardare le persone che si amano per davvero. Sono sola perché me la sono cercata.
Sono sola perché ho paura degli altri. Ho paura che mi feriscano, o che si facciano ferire da me.
Mi spaventa il contatto.
Dentro le mie mura sono al sicuro, perché nessuno può scalfirmi. È un’armatura fatta di distanze e silenzi la mia.
Difendo il mio feudo, è tutto quello che ho. Mi sento accerchiata, da vampiri e cannibali e combatto costantemente per tenerli fuori dal mio piccolo e fragile angolo di mondo. È una scelta.
È vero, rinuncio a cose che la gente dice essere vitali e immense. Non so cosa voglia dire essere amati, affidarsi a qualcuno, raccontare le proprie angosce, sentirsi capiti. D’altra parte, però, non sono mai stata lasciata, tradita, ferita.
Se niente può toccarmi, niente può uccidermi.
Solo io ho potere su di me. Solo io posso uccidermi.

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