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  • venerdì 14 Febbraio 2014

“The Wolf of Wall Street”, la storia vera

Come andò davvero la storia (pazzesca) del broker Jordan Belfort, raccontata nel film di Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio candidato a 5 premi Oscar

di Emanuele Menietti – @emenietti

La vita da sposato di Belfort
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La vita sentimentale di Belfort nel film è molto aderente alla realtà, o almeno a quella che lo stesso broker ha raccontato nel suo libro (e in un secondo volume sempre dedicato alla sua storia), ma per motivi di opportunità nella finzione i nomi delle mogli sono stati cambiati, come quelli di quasi tutti i personaggi. Come viene mostrato nel film, Belfort divorziò dalla prima moglie Teresa/Denise Lombardo dopo avere conosciuto a una festa della Stratton Oakmont un’altra ragazza, Naomi Lapaglia/Nadine Caridi, interpretata da Margot Robbie. Era una modella, aveva fatto qualche pubblicità per una marca di birra e Belfort era solito chiamarla “la duchessa di Bay Ridge”, perché di origini britanniche, ma cresciuta a Bay Ridge, Brooklyn. Viene chiamata così sia nel libro sia nel film.

Nel film i rapporti tra Belfort e Naomi sono spesso complicati e burrascosi, proprio come lo erano nella realtà tra Belfort e Nadine. Dopo un grande litigio, Naomi annuncia al marito che non faranno l’amore per un bel pezzo e che per punirlo lei andrà in giro per la casa senza indossare biancheria intima. Nel film la scena avviene nella stanza della figlia appena nata della coppia: Naomi è seduta a terra e mentre riferisce la punizione a Belfort mostra platealmente di non indossare nulla sotto al vestito. Il marito a quel punto le ricorda che nella stanza c’è una telecamera di sorveglianza nascosta per la sicurezza della bambina, e la invita a salutare gli addetti che li stanno osservando. L’episodio non è un’invenzione del film: è riportato tale e quale nel libro di Belfort – ma anche in questo caso si tratta della sua versione, difficile da verificare con sicurezza.

Quando Belfort finisce nei guai a causa delle indagini dell’FBI sulla sua attività, la moglie decide di chiedere il divorzio e gli comunica che terrà con sé la bambina. È una delle scene più drammatiche e forti del film: Belfort, sotto l’effetto di farmaci e droghe, reagisce colpendo più volte la moglie mentre raggiunge la stanza della bambina per prenderla in braccio e portarla via. Le cose andarono più o meno così anche nella realtà: Belfort racconta nel libro che, mentre aveva in braccio la figlia, diede un calcio alla moglie facendola cadere dalle scale.

Nel timore che la moglie desse seguito alla minaccia di non fargli più vedere la figlia dopo il divorzio, nel film Belfort sempre sotto l’effetto dell’alcol e della droga prende la bambina di circa tre anni, la mette sul sedile anteriore della sua auto senza assicurarla con la cintura di sicurezza e parte, andando a sbattere ancora prima di essere uscito dalla sua proprietà. Successe più o meno la stessa cosa anche nella realtà, fortunatamente senza gravi conseguenze per la bambina: l’auto prima andò a sbattere contro la porta del garage e poco dopo contro un pilastro ai lati della strada di accesso alla casa.

Yacht
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In una scena del film Belfort stupisce Naomi mostrandole il grande yacht che ha appena comprato e rivelandole di averlo chiamato con il suo nome. Le cose andarono così anche nella realtà: lo yacht fu battezzato Nadine, il vero nome della moglie.

Nel film, Belfort è in vacanza in Italia con la moglie sul suo yacht in Liguria, quando decide di spostarsi con urgenza a Montecarlo per sistemare alcuni affari. Il capitano gli fa notare che è previsto mare in burrasca e che è sconsigliabile partire, ma davanti alle insistenze di Belfort cede e avvia la navigazione. Lo yacht finisce nel mezzo della tempesta e viene affondato, in una scena molto forte e che appare inverosimile per la zona di mare in cui si verifica. I passeggeri e l’equipaggio vengono salvati dalle autorità italiane.

Belfort ha confermato che più o meno le cose andarono così nella realtà e che quando insistette con il capitano per partire era sotto l’effetto di stupefacenti. Il naufragio non avvenne tra la Liguria e Montecarlo, ma sulla rotta tra Civitavecchia e la Costa Smeralda in Sardegna, come raccontò un articolo di Repubblica del 24 giugno 1996:

Tutto comincia alle 11 di sabato, a Riva di Traiano, porto a sud di Civitavecchia. Rotta sulla Sardegna nord-orientale, destinazione la baia di Cala di Volpe, a due bracciate dal lussuoso hotel dell’ Itt Sheraton (un milione a notte), già di Karim Aga Khan. Il “Nadine” è una barca superba: 50 metri di lunghezza, elicottero a bordo, miniflotta di acquascooter, un “tender” che da solo vale 20 milioni. Alle 19 il panfilo imbarca acqua da un boccaporto, mare forza 7-8, il maestrale soffia alla velocità di 35 nodi, onde alte come palazzine a tre piani. Ecco il primo Sos captato dalla capitaneria di Roma: la situazione non sembra gravissima. Alle tre del mattino di ieri, il panico. “Eravamo disperati e abbiamo pregato tutti assieme”, racconterà Lucy Ann McManus, una inglese di 26 anni. Drammatica la seconda richiesta di soccorso. “Aiuto la nave è di traverso, non possiamo più governarla”, grida il comandante Mark Elliot. Ora coordina le operazioni di ricerca Antonio Camboni, il comandante della capitaneria di Olbia. Da Ciampino si alza in volo un elicottero, viene allertata l’ Aeronautica militare e l’ equipaggio della San Giorgio, unità della Marina militare in navigazione verso Fiumicino. Eccolo finalmente verso le 5,30. Due naufraghi vengono soccorsi dalla motovedetta Cp 802 mentre gli altri 17 sono tratti in salvo dalla San Giorgio. Ora Jordan Belfort sprizza gioia: “Ancora grazie, grazie di cuore”.

FBI
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Sulle attività di Belfort indaga Patrick Denham, un agente dell’FBI insospettito dal giro di affari della Stratton Oakmont. Il vero nome dell’agente, fuori dalla finzione del film, è Gregory Coleman. Belfort lo incontra per la prima volta a bordo del suo yacht – il loro dialogo è un’altra scena molto apprezzata del film – poco prima di tirargli alcune aragoste addosso quando lo caccia dalla sua barca. In realtà le cose andarono diversamente: il primo incontro avvenne solo quando Coleman eseguì il primo arresto nei confronti di Belfort. La scena è presente nel film e avviene mentre il broker sta girando uno spot sulle sue attività, cosa che non avvenne nella realtà.

Coleman indagò sulla Stratton Oakmont per sei anni, raccogliendo prove e seguendo tracce per scoprire le attività illecite della società. In seguito avrebbe spiegato di essersi appassionato al caso non solo per l’alto numero delle persone truffate, ma anche per la spregiudicatezza che Belfort e i suoi avevano nel condurre gli affari e nell’avere una vita sotto molti punti di vista sfrenata e priva di regole.

Svizzera
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Dopo essersi reso conto del particolare interesse dell’FBI per le operazioni della sua società, Belfort nel film decide di portare fuori dagli Stati Uniti buona parte del proprio patrimonio, depositandolo in alcuni fondi in Svizzera. Per farlo usa metodi creativi, compreso un sistema per attaccare con il nastro adesivo centinaia di banconote al corpo di una collaboratrice, in modo che possa passare i controlli alla dogana senza problemi nascondendo il denaro sotto i vestiti. Il piano viene poi modificato perché poco praticabile. Qualcosa di simile avvenne anche nella realtà: Belfort racconta che almeno una volta i soldi furono nascosti nel reggiseno di una collaboratrice.

Come si vede nel film, per gestire il suo patrimonio in Svizzera Belfort scelse di usare una zia della moglie come prestanome. Emma (il suo nome vero era Patricia) morì quando i soldi del broker erano ancora nelle banche svizzere, la circostanza è confermata da diverse fonti oltre al libro di Belfort e alla sua trasposizione cinematografica.

Arresto e collaborazione
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Nel 1998 Belfort fu infine arrestato con l’accusa di riciclaggio di denaro e truffa. Per ottenere una riduzione della pena, decise di collaborare con l’FBI per raccogliere prove su soci e amici alla Stratton Oakmont e non solo. Il film racconta abbastanza fedelmente questa parte della storia. In una scena Belfort incontra Azoff/Porush, che non ha ancora avuto problemi con la giustizia tali da impedirgli di occuparsi della società, e indossa un registratore nascosto per raccogliere le sue dichiarazioni utili per le indagini e la sua incriminazione. Belfort passa però un biglietto ad Azoff/Porush avvisandolo di avere un registratore addosso e di non dire cose compromettenti.

Nella realtà Belfort non fece mai nulla di simile con Porush per avvisarlo che lo stava registrando. La scena del film è ispirata a un altro episodio, raccontato nel secondo libro del broker sulla sua storia, in cui ammette di avere avvisato un amico sulla presenza di un registratore nascosto.

Condanne
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Grazie alla scelta di collaborare con la giustizia, Belfort fu condannato a 4 anni di carcere. Ci furono poi varie revisioni e sconti di pena. In carcere trascorse complessivamente 22 mesi e gli fu ordinato di emettere rimborsi per un totale di 100 milioni di dollari ai clienti che aveva truffato. A quanto pare Belfort non lo ha fatto del tutto.

Il film si sofferma poco sulla fine che fece Donnie Azoff/Porush. Per le sue attività illecite alla Stratton Oakmont fu condannato a circa tre anni di carcere. Oggi gestisce una società nel settore della sanità in Florida e vive con la sua seconda moglie in una villa da 4 milioni di dollari. Negli ultimi anni sono circolate notizie su sue possibili attività ai limiti del lecito legate alle forniture sanitarie. È stato anche coinvolto in una serie di indagini su una truffa legata alle vendite telefoniche di oggetti per collezionisti: gli acquirenti denunciarono di avere ricevuto ripetuti addebiti sulle loro carte di credito.

Consulente motivazionale
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Scontata la pena, Belfort si è inventato una nuova carriera come consulente e formatore motivazionale, sfruttando le sue qualità indubbie nel persuadere i clienti maturate negli anni in cui faceva il broker. Nella scena finale del film il vero Belfort appare brevemente mentre invita a salire sul palco il Belfort interpretato da DiCaprio, per una lezione dei suoi corsi motivazionali. Lo stesso DiCaprio ha realizzato un breve spot per promuovere le attività di Belfort, dopo essersi appassionato alla storia del lupo di Wall Street.

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