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  • venerdì 7 Febbraio 2014

Contro Putin

Chi fa l'opposizione in Russia? Con quali sacrifici, risultati e conseguenze? Qualche storia, a partire da questa faccia e tre date

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti

Sul “caso Bolotnaya”, come vennero poi definite le vicende giudiziarie legate alle proteste di quel 6 maggio, in Russia nacque un forte interesse. In breve tempo diversi gruppi per la difesa dei diritti umani e dei diritti civili accusarono il governo russo di portare avanti un processo politico: per esempio Ilya Yashin, cofondatore del movimento politico liberal democratico russo Solidarnost, definì quello che stava succedendo «una campagna di repressione politica che non si vedeva dai tempi dell’Unione Sovietica». Nacquero anche diverse iniziative per garantire un giusto processo alle 28 persone formalmente accusate per gli scontri. La versione inglese di una di queste si chiama “Bolotnaya Case Square” (esiste ovviamente anche la versione in russo). Il progetto è stato fondato nell’agosto del 2012 e ancora oggi viene tenuto aggiornato con le novità dei processi in corso. Secondo quanto si apprende da “Bolotnaya Case Square”, alcuni degli accusati sono ancora in attesa di giudizio, altri sono agli arresti domiciliari, altri ancora stanno scontando delle pene superiori a dieci anni. Solo cinque di loro hanno sfruttato l’amnistia recentemente approvata dalla Duma e sono state scarcerate.

L’amnistia per le Pussy Riot e Khodorkovsky, e quella degli altri
L’Occidente non ha accolto con grandi speranze la decisione di Putin di concedere l’amnistia ad alcuni detenuti. La diffidenza generalmente diffusa verso il governo russo ha spinto molti a notare come il provvedimento sia rivolto in realtà a poche persone, specialmente a quelle su cui l’attenzione dei media internazionali era più alta: è stato così per i casi di Mikhail Khodorkovsky, l’ex proprietario dell’unica azienda energetica rivale della statale “Gazprom” ed ex uomo più ricco della Russia, e delle due Pussy Riot rimaste in carcere, Maria Alyokhina e Nadezhda Tolokonnikova. La maggior parte degli accusati del “caso Bolotnaya”, per esempio, non è stata coinvolta nell’amnistia, e anzi gli attivisti hanno accusato il governo di avere usato verso di loro metodi punitivi tipici dell’epoca sovietica, come l’internamento in cliniche psichiatriche (una delle sentenza più discusse è stata quella nei confronti di Mikhail Kosenko, accusato di avere picchiato un poliziotto e forzato a sottoporsi a trattamento psichiatrico per schizofrenia). Decidendo a chi concedere l’amnistia, ha scritto il New York Times, Putin ha dimostrato tra l’altro di poter fare sostanzialmente ciò che vuole, senza badare troppo né alle sentenze della magistratura né alle leggi approvate dalla Duma.

All’interno di ogni foto, le storie di alcuni prigionieri russi interessati all’amnistia.

Secondo molti osservatori, tra cui alcune organizzazioni internazionali che si occupano di difesa dei diritti umani, l’amnistia è stata una specie di mossa di Putin per riavvicinarsi all’Occidente, almeno temporaneamente, in vista dei Giochi olimpici invernali di Sochi iniziati il 6 febbraio. Per esempio John Dalhuisen, direttore del programma relativo all’Europa e all’Asia Centrale di Amnesty International, ha detto: «La scarcerazione dell’uomo d’affari Mikhail Khodorkovsky, delle cantanti delle Pussy Riot Maria Alekhina e Nadezhda Tolokonnikova e di alcuni condannati del “caso Bolotnaya” non dovrebbe essere vista come un atto di clemenza fatto in buona fede, ma una manovra politica studiata in vista delle Olimpiadi di Sochi». La mossa di Putin potrebbe anche essere stata fatta per alleggerire le critiche che da diversi mesi hanno preso di mira la durissima legge anti gay approvata dal parlamento russo, e la più generale omofobia diffusa nel paese e documentata recentemente da un video piuttosto violento e impressionante di Human Rights Watch.

La fine di Dozhd, unico canale televisivo indipendente
Un altro grande problema dell’opposizione russa è il controllo praticamente totale esercitato da Putin sui mezzi di comunicazione. I canali di informazione indipendenti sono pochissimi e uno dei più importanti e diffusi sta passando guai piuttosto grossi. In un articolo pubblicato il 22 ottobre l’inviata del Guardian a Mosca, Miriam Elder, ha descritto così l’opposizione in Russia.

«Hanno i loro media. Leggono il loro magazine settimanale Bolshoi Gorod, guardano il canale TV indipendente Dozhd e ascoltano la stazione radio liberal Ekho Moskvy. Vanno ai loro caffè, frequentano il bistrò in stile francese Jean-Jacques. Il venerdì sera si possono trovare a Mayak, una roccaforte bohémien con l’aria tersa dal fumo, e il sabato vanno a Zavtra per ascoltare musica dai loro iPod»

Lo scorso mese il canale televisivo russo Dozhd ha lanciato un sondaggio online in occasione del 70esimo anniversario della fine dell’assedio di Leningrado (oggi San Pietroburgo), durante il quale morirono circa 800mila persone, tuttora molto celebrato e ricordato in Russia. Il sondaggio chiedeva: invece che resistere per 872 giorni consecutivi all’assedio dei nazisti, i russi non avrebbero fatto meglio ad arrendersi, in modo da risparmiare tutte quelle vite umane? Il canale Dozhd fu attaccato da molte parti, specie dai parlamentari russi pro-Cremlino, che chiesero al procuratore generale di avviare un’indagine per estremismo. Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, disse che si era superata una “linea rossa morale” e diverse piattaforme televisive satellitari cominciarono a parlare di interrompere le trasmissioni di Dozhd.

Dozhd è conosciuto per essere l’unico canale satellitare di news indipendente in Russia, uno dei pochi mezzi di informazione non appartenente all’ampio gruppo dei “media di stato”. È stato lanciato nel 2010 e ha dato ampia copertura ad alcuni avvenimenti poco seguiti dalla stampa nazionale – principalmente per ragioni politiche – come le manifestazioni anti-governative del 2010-2011, il processo alle Pussy Riot e il rilascio dell’oligarca Mikhail Khodorkovsky. Negli ultimi tre anni il suo pubblico è cresciuto in maniera significativa, specialmente tra la classe media russa con un buon livello di istruzione. Poi però è arrivata la vicenda del sondaggio online e le cose sono cambiate: i maggiori inserzionisti di Dozhd hanno cominciato a ritirare i contratti che avevano stipulato con il canale (i due principali inserzionisti, appartenenti allo stesso oligarca, ritirarono i loro contratti a distanza di 10 minuti l’uno dall’altro).

Lunedì 3 febbraio Natalya Sindeyeva, direttore generale di Dozhd, ha spiegato in una conferenza stampa che il canale si trova sull’orlo della bancarotta e molto presto potrebbe essere costretto a chiudere. A causa del guaio del sondaggio, Tricolor TV – una delle piattaforme più importanti che ospita le trasmissioni di Dozhd – ha già detto che ridurrà la diffusione del canale rendendolo visibile a sole 500mila persone (prima erano 17,4 milioni). Il redattore capo Mikhail Zygar ha detto alla stampa: «Tricolor TV è l’operatore più grande. Il suo ritiro è un punto di svolta. È una linea rossa che rende perfettamente chiaro che è iniziata una guerra contro di noi». Secondo Tonia Samsonova, inviata a Londra per la radio Ekho Moskvy e Dozhd, le pressioni nei confronti del canale indipendente sono cresciute con il ritorno di Vladimir Putin alla presidenza del paese nel 2011.

8 settembre 2013
Il miracolo di Alexey Navalny

Nonostante l’irrigidimento di Putin nei confronti delle opposizioni nell’ultimo anno, alcune forme di contestazione e competizione politica sono riuscite a ritagliarsi degli spazi notevoli, sfruttando in particolare una specie di protezione garantita dalla visibilità pubblica. L’esempio più calzante è Alexey Navalny, il più noto oppositore di Putin. Navalny – 37 anni, ex avvocato – si avvicinò alla politica nel 2007, quando iniziò a scrivere su un proprio blog cose legate alla corruzione diffusa tra i membri dell’apparato di potere russo. Col passare dei mesi, delle inchieste, delle proteste pubbliche e dei primi arresti, anche la stampa straniera cominciò a occuparsi di lui: il New York Times lo definì «l’uomo responsabile dell’incredibile attivismo antigovernativo» che aveva invaso Mosca alla fine del 2011, il Wall Street Journal come «l’uomo di cui Putin ha più paura», mentre Time lo accostò a Erin Brockovich.

Di certo da più di un anno Navalny è formalmente il leader del fronte di opposizione anti-Putin. Nell’ottobre del 2012 uscì vincitore da una votazione online a cui parteciparono molti leader dell’opposizione russa, tra cui lo scrittore Dmitry Bykov (arrivò secondo), l’ex campione di scacchi Garry Kasparov (terzo), la cosiddetta “Paris Hilton” russa, la presentatrice televisiva e figlia del mentore politico di Putin Ksenia Sobchak, e il leader del gruppo Solidarnost, Ilya Yashin.

Russia Opposition

Alcuni dei leader dell’opposizione russa prendono parte a un dibattito sul canale televisivo Dozhd a Mosca, il 22 ottobre 2012, che anticipava un voto online interno all’opposizione per scegliere un leader unico e mostrare di essere un fronte unito nella competizione contro il Cremlino. Da destra: il giornalista Sergei Parkhomenko, l’avvocato Alexey Navalny, il politico Ilya Yashin e Ksenia Sobchak. (AP Photo/Sergey Ponomarev)

L’8 settembre scorso Navalny è stato uno dei due candidati alle elezioni per il sindaco di Mosca: che non è poca cosa – Masha Lipman del New Yorker lo ha definito un mezzo miracolo – sia perché è stata la prima volta in 10 anni che i moscoviti sono andati a votare per il loro sindaco, sia perché da lì sono passati grandi politici russi, tra cui Boris Eltsin prima di diventare presidente. Navalny arrivò secondo, dietro al sindaco uscente e candidato di Putin, Sergei Sobyanin, che vinse con poco più del 51 per cento al primo turno, senza andare al ballottaggio.

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