• Sport
  • sabato 1 febbraio 2014

Football americano e commozioni cerebrali

Le brutte storie di quello che succede a moltissimi ex atleti quando smettono di giocare: un grosso problema, negato a lungo ma ormai di dominio pubblico

di Luca Misculin – @LMisculin

Anche Turley era un offensive tackle e ricorda vari momenti della sua carriera in cui subì delle commozioni cerebrali: «dopo non ricordi molto. Ci sono volte in cui colpisci un tizio e poi sei coinvolto in una mischia dove tutto finisce sottosopra. Sei confuso. E ci sono altre volte in cui parti dalla tua parte di campo, e vai su e giù, quindici, diciotto volte di fila. E ad ogni azione: scontro, scontro, scontro. Davvero, ci sono queste specie di esplosioni bianche – bum, bum, bum – e le luci diventano più fioche e chiare».

Turley racconta anche di una volta che perse conoscenza, fu preso in giro perché appariva intontito e portato di peso nello spogliatoio. Si tolse meccanicamente la divisa e si fece una doccia. Ricorda di essere stato seduto lì nello spogliatoio e poco altro. Giorni dopo però i suoi compagni gli raccontarono che alla fine della partita aveva abbracciato la proprietaria della squadra, Georgia Frontiere, mentre era nudo. Turley non se ne ricorda affatto. Quella volta fu poi portato in ospedale: nonostante gli facesse ancora male la testa dopo alcuni giorni ricevette il via libera per poter giocare, e si presentò agli allenamenti. Racconta: «Questo è il football. Ti dicono che può capitarti sia di farti male che di infortunarti. Non esiste una via di mezzo. Se sei infortunato non puoi giocare, ma se ti sei fatto male puoi giocare eccome. Il discrimine fra queste due cose è la capacità di mettersi in testa un casco e un paraspalle».

Turley e Wright soffrono entrambi di encefalopatia traumatica cronica (abbreviata in CTE), una malattia neurodegenerativa collegata alla cosiddetta “demenza pugilistica”, nota sin dagli anni Trenta, a causa della quale ex pugili soffrono di perdita della memoria a breve termine, difficoltà nei movimenti e diminuzione delle capacità motorie e cognitive.

Cos’è la CTE
Nel 2003, al laboratorio che si occupa delle neuropatologie dell’ospedale di Bedford, in Massachusetts, nel giro di poco tempo capitarono due casi molto simili fra loro.

Sul cranio di due pazienti morti di recente ai quali era stato diagnosticato il morbo di Alzheimer, una nota malattia degenerativa dalle cause ancora poco conosciute, era stata effettuata un’autopsia di routine che evidenziò risultati piuttosto insoliti. Poiché i pazienti soffrivano di una malattia neurologica, gli fu asportata parte del tessuto cerebrale, dal quale furono ricavati dei piccolissimi campioni. I campioni furono poi immersi in una sostanza speciale che evidenziasse la presenza di proteine dannose, le quali venivano acquisiscono colore e diventano così maggiormente visibili. In generale, nel cervello dei pazienti che soffrono del morbo di Alzheimer c’è traccia di due proteine: la betamiloide, visibile in rosso, per la quale è noto che una produzione anomala da parte del corpo “anticipa” una malattia degenerativa, e la tau, visibile in marrone, la quale si presenta di solito nella seconda fase delle malattie neurodegenerative ed è materialmente responsabile della graduale distruzione delle cellule cerebrali.

Nei pazienti a cui viene diagnosticato l’Alzheimer, un campione delle proprie cellule cerebrali si presenta macchiato sia di rosso sia di marrone. Nei due casi “insoliti”, invece, non c’era traccia del betamiloide, mentre era presente una grande concentrazione di proteina tau: una condizione tipica della encefalopatia traumatica cronica, una rara malattia causata da ripetute commozioni cerebrali. Insomma: la diagnosi riguardo il morbo di Alzheimer – nonostante i sintomi fossero simili, e cioè perdita della memoria e delle capacità motorie e cognitive – era sbagliata. Dopo alcune ricerche, inoltre, si scoprì che i due pazienti da giovani avevano entrambi praticato la boxe.

Ann McKee, la direttrice del laboratorio dell’ospedale di Bedford, cominciò a chiedersi quanti casi di Alzheimer erano stati diagnosticati a persone che da giovani avevano praticato sport che prevedevano la possibilità di essere ripetutamente colpiti alla testa, per anni, e che al contrario dei noti pazienti di “demenza pugilistica” (fra i quali i celebri pugili Sugar Ray Robinson e Jimmy Ellis) avevano praticato la boxe per pochi anni oppure altri sport altrettanto violenti. E la cui malattia, insomma, non era dipesa da una qualche predisposizione genetica, ma dalle botte in testa prese durante la propria carriera sportiva – quindi evitabili o in qualche modo prevenibili.

McKee allora contattò Christopher Nowinski, ex giocatore di football e wrestler professionista, che aveva fondato un’associazione per sensibilizzare riguardo le malattie causate da commozioni cerebrali (Nowinski ne aveva avute sei, in carriera, l’ultima delle quali gli lasciò alcuni effetti permanenti). McKee chiese a Nowinski di procurargli alcuni cervelli di ex atleti, sui quali condurre una ricerca più approfondita (McKee disse che ne aveva bisogno di almeno 50, per avere dei dati attendibili). Nowinski quindi cominciò a contattare per telefono i parenti di atleti morti recentemente, per chiedergli di donare il cervello per la ricerca. Ne trovò 16, appartenenti a persone di età diverse, la maggior parte dei quali erano stati giocatori di football americano che avevano giocato nella linea di attacco – proprio come Turley o Wright – o di difesa. Racconta Gladwell che il cranio di uno di loro, che aveva giocato nella NFL per 16 anni come offensive tackle, «mostrava una cicatrice scura sulla superficie del lobo frontale, esattamente dove il cervello aveva ripetutamente sbattuto contro il cranio. Era il tipo di ferita che ci si procura quando si utilizza la propria testa come una sorta di ariete da guerra». Era morto a causa di un incidente con una pistola, ma secondo McKee sarebbe comunque finito presto in un istituto per pazienti affetti da malattie neurologiche.

Un’indagine telefonica condotta dall’Università del Michigan ha indicato che il 6,1 per cento degli ex giocatori con più di 50 anni ha ricevuto una diagnosi di “demenza, morbo di Alzheimer o una malattia collegata alla memoria”: una cifra cinque volte superiore alla media nazionale riguardo lo stesso campione di età. Per quanto riguarda gli ex giocatori di età compresa fra i 30 e i 49 anni, invece, la percentuale era diciannove volte superiore a quella dei loro coetanei che non avevano giocato a football. Ma McKee ha inoltre analizzato il cervello di un ragazzo di 18 anni, morto per cause non chiarite, che ha giocato a football per circa due anni: racconta McKee che «ha tutta questa tau, e nelle regioni vulnerabili del cervello. Non vedresti un livello tau così alto nemmeno in un ottantenne, ma nemmeno in un cinquantenne».

Negli ultimi anni la CTE è stata diagnosticata a numerosi ex giocatori di football. Chris Henry, che quando aveva 26 anni giocava nei Cincinnati Bengals, morì cadendo da un camion in movimento: dall’autopsia si scoprì che aveva la CTE e prima di morire raccontò a sua madre che soffriva di frequenti emicranie e cambi di umore. Il 27 luglio 2012 si suicidò Ray Easterling, che giocava negli Atlanta Falcons, e ancora una volta l’autopsia mostrò i segni della CTE. Molti di essi si sono uniti alla causa intentata nel 2012 alla NFL.

Nel 2011 la commissione della NFL che si occupava di malattie neurologiche degli ex atleti fu rinnovata: i nuovi membri dissero che la precedente commissione aveva un «conflitto di interessi inaccettabile». Negli ultimi tempi la NFL ha appeso poster negli spogliatoi per sensibilizzare i giocatori contro i rischi delle commozioni cerebrali, e ha detto di avere pensato di introdurre multe e penalità per i giocatori che mirano volontariamente alla testa degli avversari durante gli scontri fra le linee. Un recente sondaggio di NBC News ha mostrato che il 40 per cento degli americani preferirebbe che i propri figli non praticassero il football, a causa dei danni permanenti causati dalle frequenti commozioni cerebrali.

Ira Casson, che assieme a Pellman diresse la prima contestata commissione della NFL, nel 2009 disse al New Yorker: «Sappiamo per certo che l’incidenza nella CTE nei pugili si deve alla lunghezza della loro carriera. Se volessimo applicarla al football – e non dico che si possa fare – dovremmo quindi costringere i giocatori a interrompere la propria carriera dopo sei o sette anni. Se venisse adottata questa misura nel pugilato, allora potremmo pensarci anche noi. Ma, d’altra parte, nella boxe non lo fa nessuno. Perché un pugile al top della sua carriera, dopo sei o sette anni, dovrebbe smettere di combattere proprio mentre sta facendo milioni di dollari? Il football è uno sport violento. Se volete, possiamo giocare a flag football [uno sport simile che però non prevede il contatto fisico]. Personalmente sarei d’accordo, ma non credo che i tifosi lo sarebbero altrettanto. Quindi che altro si può fare?».

foto: Andy Lyons/Getty Images

« Pagina precedente 1 2

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.