La gran vita di Hawa Abdi

Un capitolo di «Tener viva la speranza», l'autobiografia di una prime ginecologhe della Somalia, nonché una delle attiviste più celebri del mondo

Passarono diversi mesi e poi i genitori di Wim vennero in So- malia, per vedere il lavoro fatto dal figlio per noi. Hussein Salad li portò al campo; erano vestiti a lutto, in nero, come è usanza di molti europei. Offrimmo loro del succo di frutta e ci sedemmo insieme sotto gli alberi. Aden si alzò per parlare. «Wim era uno di noi» esordì. «Era parte di noi. Siamo tutti molto addolorati per quello che è accaduto.» Li accompagnammo nella sala riunioni dove Wim e io eravamo soliti sederci a chiacchierare e volli dare a sua madre la grande conchiglia-posacenere. Poi visitammo i bambini orfani, che avevano realizzato un cartellone con alcuni volontari del campo: «Wim ha dedicato la sua vita al nostro benessere» c’era scritto. Quando la madre lo lesse si guardò intorno, cercando il marito, e disse: «Vieni a vedere cos’hanno scritto questi bambini!»

Al momento di salutarci, io e sua madre ci abbracciammo, in lacrime. «Wim parlava sempre della dottoressa Hawa» disse. «Per lui questa era un’oasi di pace.» Qualche anno dopo, con una sov- venzione, realizzai una piccola scuola per infermieri all’interno dell’ospedale, tuttora in attività, e la intitolai a Wim Van Boxelaere.

Il giorno, per noi, era più facile, perché c’era da seguire la routine di sempre: le visite nei reparti, gli interventi programmati, le riunioni, i pasti, le visite delle delegazioni internazionali. Al contrario, ci facevano più paura le notti, quando i cooperatori e le loro guardie del corpo ritornavano al loro quartier generale a Mogadiscio mentre uomini armati scorrazzavano su e giù per Afgoi Road come formiche, sciamando oltre i posti di blocco e disperdendosi nella boscaglia per aggredire famiglie inermi, stuprare le donne e portare via tutti gli animali.

Non lontano da noi viveva un gruppo di miliziani Hawiye: alcuni giovani erano venuti, da bambini, alla nostra fattoria, e Aden li aveva portati in giro sul trattore. Una notte arrivarono come fantasmi e si presero le nostre ultime quindici mucche, il solo bestiame che ci era rimasto. Aden, che aveva diversi amici all’interno del loro clan, fece alcune telefonate e riuscì a rintracciare dodici delle vacche prima che fossero portate al mercato di Bakara per essere vendute. «Questi sono i miei animali» dichiarò Aden, sperando di metterli in imbarazzo. Impiegammo altri due mesi per ritrovare le altre tre mucche, ma anche queste tornarono da noi. Di notte, alcuni dei ragazzi più grandi cominciarono a dormire nei pressi del recinto per sorvegliare la situazione.

Eravamo molto vulnerabili: un insediamento di gruppi minoritari perseguitati e di donne, pervasi dal timore di essere attaccati in qualsiasi momento. A difenderci c’erano solo due guardie e il nostro gruppo di ragazzi – tra gli otto e i dodici anni – alcuni dei quali sorvegliavano le verande. Erano disarmati, ma erano in gra- do di restare di guardia tutta la notte, divisi in gruppetti. Erano loro i primi a sentire in lontananza il crepitio dei mitra o il rumore delle ruote di una macchina che sopraggiungeva senza luci, per sorprenderci: qualcuno che veniva in cerca di denaro, di cibo, di bambine da violentare.

Quasi ogni giorno sentivamo parlare di stupri; facevamo tutto il possibile per proteggere Deqo e Amina, di soli diciassette e tredici anni, e tutte le altre ragazzine del campo. Per cinque mesi dormii ogni notte in ospedale; gli ospiti ci portavano anche le loro figlie, in modo che potessero passare la notte in un posto sicuro. A volte avevamo anche cinquanta ragazze accampate in uno stanzone vuoto, una vicina all’altra, e altre cinquanta nella nostra camera da letto. Durante il Ramadan consumavano un pasto frugale tutte insieme dopo il tramonto e poi si avvolgevano nelle coperte, a parlottare e a scherzare tra loro a bassa voce prima di prendere sonno. Era troppo pericoloso uscire all’aperto per andare al bagno e Deqo aveva così tanta paura che dormiva sempre con le scarpe, in modo da correre più veloce in caso di necessità.

«Qui non può accaderci niente di male» la rassicurai una sera, seduta sulle sue coperte. Sapevamo che non era vero, ma in qualche modo l’aiutò a dormire.

Amina invece non dormiva mai. Se mi sedevo fuori, su una panca, tra un turno di guardia e l’altro in ospedale, subito dopo vedevo la sua ombra esile in lontananza. «Torna dentro» le dicevo mentre mi correva incontro. «Arrivo subito!»

Una sera tardi mi capitò di assistere un uomo che faceva parte del clan dei Galgale, soggetto a durissime persecuzioni nella nostra zona. Lo rifocillai, gli diedi un giaciglio per dormire e lo feci uscire prestissimo, prima che facesse giorno. «Non avvicinarti alla strada principale, passa dalla parte della boscaglia» gli raccomandai. «Mettiti in salvo!»

Alle undici del mattino si presentarono davanti all’ospedale trentacinque giovani armati di mitra; erano venuti a sapere dell’uomo dei Galgale. Cercarono di entrare, ostacolati da un’infermiera, la quale continuava a dire che le armi non erano ammesse. Sentii il trambusto e uscii dall’ambulatorio per affrontarli all’esterno. «Qui non c’è nessuno» dichiarai. «Questo è un ospedale. Ci sono solo due partorienti.»

Ma è impossibile cercare di ragionare con un giovane affamato, sovreccitato dal qat e armato di Kalashnikov. «Tu menti» disse. Notai che la sua spalla era scossa da un tic nervoso. «Cercheremo stanza per stanza, e così sapremo se stai dicendo la verità.»

«La gente che cercate l’avete uccisa quasi tutta voi, e quelli che sono rimasti vivi sono fuggiti» spiegai. «Non sono qui.»

«Facci entrare» insisté il giovane, agitando il mitra imbracciato. Una delle ostetriche uscì per vedere cosa stesse succedendo e tornò rapidamente dentro.

Temevo che se avessi lasciato entrare quegli uomini nell’ospedale, avrebbero cominciato a stuprare le nostre ragazze. Guardai il giovane dritto negli occhi, rossi e allucinati, e provai a parlargli come avrei fatto con uno dei miei figli. «Le persone che si trovano qui sono miei ospiti. Non lo vedi?» Feci una pausa e un sospiro. «Io qui curo la vostra gente. Come potete venire da me e pensare che terrei qui un vostro nemico? Non viviamo forse vicini? Non siamo lo stesso popolo?»

«Facci entrare!» sbraitò, facendosi più vicino.

«Se volete entrare, prima dovrete uccidermi» dissi.

Si fece avanti un altro uomo e prese la parola. «Ha ragione» disse, porgendomi il mitra in segno di scusa. «Perdonaci» aggiunse. Il giovane fece un passo indietro, senza cambiare espressione.

«Avete sbagliato persona» dissi, alzando una mano. «Io non saprei come usarlo. Riprendetevelo e non tornate mai più.»

Quando ripenso a quel periodo, mi torna in mente una giornalista che una volta mi fece la stessa domanda che mi aveva fatto Hussein Salad: «Perché lo fa?»

Avevo tentato di spiegare, ma la giornalista aveva una sua teoria. «Io penso che lei sia un po’ folle» aveva osservato. Capisco ora che parlare in modo così diretto con quegli uomini era stato come chiedergli, in pratica, di uccidermi. Ma se i poveri di cui mi occupavo fossero morti davanti ai miei occhi senza motivo, non avrei comunque potuto continuare a vivere.

Sentimmo dire che un’organizzazione umanitaria, la Swedish Church Relief, aveva intenzione di fare una cospicua donazione al nostro campo: cento tonnellate di riso, l’equivalente di quindici autocarri. Nell’attesa, immaginavo questa montagna di riso in arrivo dall’altra parte dell’oceano. Un giorno, uno degli addetti alla sicurezza venne a discutere con me della faccenda. «Possiamo gestire noi il trasporto» propose.

«Non dipende da me: se qualcuno ci fa una donazione, se ne occupa direttamente» spiegai. «Se t’interessa, va’ a chiedere a loro e mettiti d’accordo.»

Lui però non era intenzionato a chiedere nulla. «Se non ci dai il contratto di trasporto, ci portiamo via tutto il riso, e qui non ne arriverà neppure un chicco.»

«Sta a te decidere, se vuoi andare a chiedere a loro o no» risposi. Sebbene avessi risposto come se non m’importasse delle sue minacce, temevo che potessimo diventare vittime della violenza che aveva già fermato numerose altre organizzazioni umanitarie.

Andai al porto con la nostra Toyota Corolla bianca, accompagnata da due guardie e dall’autista, per sorvegliare l’arrivo del nostro riso e per controllare che venisse debitamente caricato sugli autocarri. Attraversammo la città senza problemi, anche se sentimmo colpi d’arma da fuoco quando entrammo nell’area del porto e dei magazzini. Tutto comunque procedeva bene e ci mettemmo in coda alla carovana che si dirigeva fuori città e su Afgoi Road.

Lungo il tragitto, a un centinaio di metri davanti a noi balenò una grande palla di luce, che fece tremare la terra a forza di esplo- sioni. L’autista sterzò violentemente, cercando di fermarsi accanto al camion davanti a noi per capire cosa fosse successo. Procedemmo a zig-zag per un paio di chilometri, finché qualcuno più avanti sparò una scarica a salve come segnale di tornare indietro, e tutto il convoglio si fermò. Sempre più nervoso, l’autista pigiò sull’acceleratore e superò la colonna di camion per rientrare al più presto al campo. Ma, quando superammo la testa del convoglio, vidi una «tecnica» ferma sulla strada, accanto a un autocarro attorniato da miliziani. Quando si accorsero di noi ci puntarono contro le armi.

«Vai! Vai!» Mi abbassai al centro del sedile posteriore, con il cuore in gola. Era un inseguimento di macchine come quello che avevo visto nei film, anche se tenevo gli occhi chiusi.

«Possiamo rispondere al fuoco!» gridò uno degli addetti alla sicurezza.

«No!» urlai, mentre intorno a noi si abbatteva una pioggia di proiettili.

Ci fermammo alla sede locale della Swedish Church Relief, e la «tecnica» tirò dritto. Eravamo finalmente al sicuro. «Sono co- sternato, cos’è successo?» volle sapere uno dei funzionari venuto ad accoglierci. «Abbiamo sentito che Mogadiscio è sotto assedio.»

Ricevetti una telefonata presso il loro centro: era l’addetto alla sicurezza che aveva minacciato di prendere tutto il riso. «Come stai, tutto bene?» mi chiese.

«Sì» risposi, incredula. Era lui il responsabile dell’agguato? E, in quel caso, come poteva essere così falso e fingere di preoccuparsi per me? Decidemmo di tornare al campo e lungo il percorso superammo uno dei camion che era finito fuori strada. Quando ci voltammo e vedemmo che non c’era più il carico, ci venne il timore che anche gli altri mezzi avessero subito lo stesso destino. Invece al nostro arrivo contammo tredici camion e, appena scesi dall’auto, vidi l’addetto alla sicurezza venirmi incontro. «Come stai?» chiese di nuovo. Questa volta mi limitai a ignorarlo.

Essendo cresciuta nella boscaglia, ho imparato che gli animali affamati fuggono e combattono senza pensare ai propri piccoli o agli altri animali di cui potrebbero diventare preda. La guerra agisce sulla razionalità delle persone in modo analogo, rendendole capaci di tutto pur di impadronirsi del cibo, anche quando è destinato ai più poveri. Il mio modo di pensare invece non era cambiato e non mi aspettavo che persone che mi conoscevano, che avevo aiutato e che lavoravano al mio fianco, potessero pensare di derubarmi. Invece, purtroppo, dovevo ammettere che la logica del tempo di guerra aveva spesso il sopravvento.

Avevamo ancora settanta tonnellate di cibo: era di gran lunga la donazione più cospicua che avessimo mai ricevuto. Bastava quello per mettere a rischio la mia vita? E che dire dei miei figli, costretti a vivere tra persone che combattevano per quel genere di cose? E se qualcuno avesse deciso di sequestrarli? Non avevo denaro per pagare un riscatto, ma solo una fattoria, una proprietà terriera inaridita e popolata di persone poverissime.

Il giorno seguente Aden e io ci mettemmo a segare a metà vecchi fusti d’olio; ciascuno di essi si trasformò in una pentola che mettemmo sul fuoco. Ogni giorno cuocevamo venti sacchi di riso da cinquanta chili, e così quella donazione, la più generosa mai ricevuta, durò settanta giorni. Due mesi e dieci giorni.

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