La gran vita di Hawa Abdi

Un capitolo di «Tener viva la speranza», l'autobiografia di una prime ginecologhe della Somalia, nonché una delle attiviste più celebri del mondo

La delegazione del CICR ci disse più volte che il nostro centro aveva qualcosa di speciale, perché vi regnava un’atmosfera di calma. Anche se per me era difficile vedere oltre la confusione e capire ciò che intendevano, mi faceva piacere pensare che da noi riuscissero a rilassarsi un poco. Quando arrivavano li accoglievo nella sala riunioni della clinica e cercavo di offrire loro il meglio: pesce di mare fresco, caffè e tè e, dopo il raccolto, fette di anguria dolce e succosa. Un giorno Wim trovò una grande conchiglia sulla spiaggia e la portò nella sala riunioni per usarla come posacenere in quei pomeriggi in cui, per qualche minuto, chiacchieravamo come vecchi amici delle nostre famiglie, dei nostri Paesi e della politica locale. In realtà eravamo tutti stanchi di parlare di politi- ca, ma era difficile evitare l’argomento. Ogni volta che il CICR si spostava nella nostra area era scortato da un imponente servizio di sicurezza e Wim era preoccupato per ciò che ci sarebbe potuto accadere durante la notte.

«Se dovessero venire a rubare questi viveri, tu daglieli e basta» mi consigliò. «Ve ne porteremo altri.» All’epoca avevamo anche noi due guardie che collaboravano alla sorveglianza dell’ospedale e alla distribuzione dell’acqua. Capitava a volte che cercassero di negoziare con i signori della guerra locali, ma Wim non voleva sentirne parlare. «Se vogliono venire a prendersi tutti i viveri, voi non opponetevi. Anche se il riso viene rubato, vorrà dire che andrà venduto al mercato, il che contribuirà ad abbassarne il prezzo.»

Un giorno in cui ci furono combattimenti particolarmente cruenti a Mogadiscio, venne da noi un gruppo di collaboratori del CICR. «Oggi sono arrivate altre duecento persone» dissi a Wim, avvilita, «tra cui molti feriti.» Non c’era nient’altro da dire su una situazione che peggiorava di giorno in giorno. Wim sapeva rispon- dere in un solo modo, dando ancora di più: duecento sacchi di riso, cento taniche di olio. Ricordo ancora quel giorno: era un lunedì. Il mercoledì pomeriggio, dopo aver finito il mio lavoro alla clinica, presi la corriera per Mogadiscio, dove volevo procurarmi dei materiali per il campo. Scesi alla solita fermata e, mentre mi dirigevo verso il mercato, notai due ambulanze con i lampeggianti e le sirene accese sfrecciare a tutta velocità verso l’ospedale Medina. Non vi diedi molta importanza. Al mercato salutai il proprietario di un negozietto, il quale conosceva delle persone che stavano da me. «Oh! Ha sentito del suo amico?» disse.

«Quale amico?»

«Uno di quelli del CICR. Ehi!» Diede di gomito a un uomo vicino. «Chi era?»

«Il belga» rispose l’altro. Wim. Restai in ansia tutto il pomeriggio che passai al mercato, dove mi procurai le medicine e i mate- riali che avrei potuto portare a piedi fino alla fermata del pullman per Afgoi prima di sera. Durante il viaggio di ritorno, seduta tra madri ciondolanti dal sonno e giovanotti nervosi e agitati sul se- dile, ripensai a Wim che si allontanava commosso dalla ragazza con la gamba spezzata. La guerra ci aveva portato persone venute dall’altra parte del mondo per aiutarci, e noi non eravamo in grado di difenderli come meritavano.

Quando tornai a casa sentii la notizia alla radio; prima della preghiera serale, entrarono i bambini e alcuni collaboratori per ascoltare. Quella mattina Wim era al lavoro all’ospedale Martini, dove si trovavano le scorte principali del CICR. Un uomo armato era entrato nel magazzino, puntando la pistola contro Wim. Un anziano somalo gli era balzato davanti con l’intento di proteggerlo, ma fu ucciso all’istante. Wim era stato ferito dal medesimo proiettile.

Quella notte non riuscimmo a dormire. Su una grande cartolina scrivemmo: Forza, non mollare. Torna da noi. Mogadiscio piange per te. Tutti pregano per te. Al mattino ero di nuovo sul pullman con il nostro messaggio. Andai direttamente all’ospedale Medina, dove conoscevo un medico del reparto di chirurgia. «Cos’è successo?» gli chiesi entrando. «Dove si trova Wim?»

«Oh» mormorò tristemente. Mi portò in una stanza dove giaceva un uomo coperto da un lenzuolo bianco. «Vedi? Quello è Wim. È arrivato a prenderlo il fratello, lo riportano in Belgio.»

Trattenni il respiro. Avrei voluto allungare una mano e toccarlo, per sapere se fosse cosciente o meno, ma non volevo disturbarlo. Accanto a Wim c’era il cadavere dell’uomo che si era sacrificato per salvarlo.

Durante il viaggio, mentre l’aereo sorvolava l’Italia, Wim morì. Quando ricevemmo la notizia ne fummo tutti molto colpiti, sapendo che quell’uomo gentile, che aveva aiutato la Somalia in tutti i modi, era stato ucciso da coloro che stava cercando di salvare. Non sapevamo come piangere adeguatamente la tragedia della morte di Wim e di tanti altri come lui, però eravamo certi che si trattasse di un duro colpo alla fiducia della comunità internazionale e di un segnale di pericolo per gli stranieri che venivano in Somalia come amici. Come si poteva pensare che qualcuno sarebbe stato dispo- sto ad aiutarci, se avevamo ammazzato le persone migliori, chi era tanto coraggioso da volerci provare, uccidendo per di più anche i nostri connazionali?

«Non mollare, abbiamo bisogno di voi» dissi a Hussein Salad quando ritornò al campo. «Questo è il nostro lavoro» mi rassicurò.

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