Internet è un brutto posto per le donne?

Un lungo articolo racconta cosa succede a «qualsiasi donna con una connessione a Internet», con conseguenze più gravi di quanto si pensi, e senza che possano fare molto

di Giulia Siviero – @glsiviero

Qualche numero
«Da buona giornalista», Amanda Hess spiega di avere un file in cui documenta e conserva i casi più gravi di molestie subite online: un gruppo di utenti di un sito per i “diritti dei maschi”, discutendo di una serie di fotografie in cui lei appariva con una nota femminista, si chiese come “avrebbero passato la notte” con loro e uno scrisse: «Le imbavagliamo e poi le leghiamo a 69 così le cagne non possono parlare o muoversi e andare in giro per il mondo»; un commentatore anonimo reagì a uno dei suoi articoli scrivendo: “Amanda, sto per stuprarti. Come ti senti?”. Hess spiega: «niente di questo mi rende eccezionale. Fa di me solo una donna con una connessione a Internet».

Citando un’altra ricerca del Pew Research Center su dieci anni di attività online di americani e americane, risulta che negli Stati Uniti dal 2000 uomini e donne accedono in numero uguale a Internet ma che gli episodi di violenza verbale riguardano per la maggior parte le donne. Delle 3787 persone che hanno segnalato molestie online tra il 2000 e il 2012 al “Working To Halt Online Abuse”, organizzazione statunitense di volontari per fermare gli abusi online, il 72,5 per cento erano donne. E il 5 per cento delle donne che hanno utilizzato Internet ha detto che prima o poi online è successo qualcosa che le ha portate a sentirsi in “pericolo fisico”. Nel 2006 i ricercatori dell’Università del Maryland hanno creato una serie di falsi profili online per una chat: i profili con nomi femminili hanno ricevuto una media di 100 messaggi al giorno sessualmente espliciti o minacciosi; quelli con nomi maschili ne hanno ricevuti in media 3,7.

Un mondo fatto da uomini per uomini
Uno degli aspetti del problema è che Internet resta ancora prevalentemente un mondo fatto da uomini e abitato da uomini, che spesso hanno troppo poca comprensione di ciò che sta accadendo: nel 2010 il 92 per cento dei fondatori delle società su Internet erano uomini, e mentre il numero delle donne che lavorano nel campo scientifico è generalmente in aumento, la percentuale di donne occupata nelle scienze informatiche è in diminuzione. Nel 2012 solo il 22,5 per cento dei programmatori di computer erano programmatrici e solo il 19,7 per cento degli sviluppatori di software erano sviluppatrici. Soltanto il 13 per cento degli autori di Wikipedia è composto da donne; a Twitter una sola donna fa parte dei dirigenti. «Ma le decisioni di questi uomini hanno gravi implicazioni per miliardi di persone. Lo squilibrio di genere nelle loro aziende compromette la loro capacità di comprendere la vita di metà dei loro utenti».

Che fare?
Le vittime di minacce online si trovano di fronte a un altro dilemma, secondo Hess: «che significato dare alla propria paura? Dovrebbero, come molti consigliano, ignorare la minaccia come uno stupido gioco, e non prendersi la briga di informare la polizia che qualcuno vuole stuprarle e ucciderle? O dovrebbero fare denuncia alla polizia, che molto probabilmente riterrà infondate le sue preoccupazioni?».

Nel complesso articolo di Hess non sono fornite soluzioni, ma vengono affrontate diverse questioni legate alla legislazione degli Stati Uniti: si spiega, per esempio, come ci sia un intenso dibattito intorno ad alcune proposte per migliorare le norme introducendo il concetto che l’abuso online costituisca «una discriminazione per le opportunità di occupazione delle donne». Considerare gli abusi online una violazione dei diritti civili è questione molto complessa, che pone diversi problemi di ordine pratico ma che potrebbe avere la conseguenza positiva di aumentare la pressione sulle forze dell’ordine nel non sottovalutare questo tipo di crimini.

Per quanto riguarda alcuni interventi da parte delle società che gestiscono i maggiori social network, Hess commenta definendoli «cerotti virtuali per problemi che hanno a che fare con il mondo reale e sono potenzialmente pericolosi». E racconta la storia di Caroline Criado, giornalista e attivista per i diritti delle donne, diventata famosa per aver lanciato e presentato una petizione per avere più donne sulle banconote del Regno Unito (cosa che ha poi ottenuto). Criado ricevette molte minacce di stupro e di morte su Twitter. Invece di ignorarle o chiudere l’account iniziò a ritwittare ogni violenza subita, aumentando il numero delle persone che come lei chiedevano venisse fatto qualcosa. L’episodio fece molto discutere e fu raccontato dai media internazionali: intervennero diversi politici, se ne occuparono Scotland Yard (che arrestò tre persone), il responsabile della sicurezza di Twitter e il direttore di Twitter UK. Il risultato è stata l’introduzione del pulsante “segnala abuso” sopra ogni tweet. Positivo, certo, ma non sufficiente commenta Hess, visto che Criado e molte oltre a lei continuano a ricevere minacce.

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