• Media
  • venerdì 10 Gennaio 2014

Come funzionano i fondi all’editoria

Quali giornali prendono i finanziamenti, diretti o indiretti, in base a quali criteri e di quanti soldi parliamo: una guida per capire la questione per bene, una volta per tutte

di Giulia Siviero – @glsiviero

Chi può accedere ai contributi?
I principi su cui si basa la legge del 2012 sono fondamentalmente due: una percentuale minima di vendita e un numero minimo di dipendenti. Si stabilisce che la testata debba essere venduta nella misura di almeno il 35 per cento delle copie distribuite se è locale e del 25 per cento se è nazionale: «si considera testata nazionale quella distribuita in almeno 3 regioni e con una percentuale di distribuzione in ciascuna regione non inferiore al 5 per cento della propria distribuzione totale». Per copie distribuite si intendono quelle «poste in vendita in edicola o presso punti di vendita non esclusivi, tramite contratti con società di distribuzione esterne, non controllate né collegate all’impresa editrice richiedente il contributo e quelle distribuite in abbonamento a titolo oneroso». Non rientrano, invece, quelle diffuse e vendute «tramite strillonaggio, quelle oggetto di vendita in blocco, da intendersi quale vendita di una pluralità di copie ad un unico soggetto, nonché quelle per le quali non sia individuabile il prezzo di vendita».

Una newsletter sul dannato futuro dei giornali

Per avere accesso ai contributi le imprese editoriali devono aver impiegato, nell’anno di riferimento del contributo, un numero minimo di dipendenti, con prevalenza di giornalisti, regolarmente assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato: almeno 5 se sono quotidiani, almeno 3 se sono periodici. Inoltre è stato eliminato, per ottenere i contributi, il limite delle entrate pubblicitarie che non dovevano essere superiori al 30 per cento dei costi complessivi dell’impresa. Infine, l’obbligo di avere adottato il divieto di distribuzione degli utili (legge 250/1990) è stato esteso a tutte le imprese che percepiscono contributi diretti.

Questi requisiti si applicano a: quotidiani e periodici editi da cooperative di giornalisti (come per esempio Il Manifesto); quotidiani editi da imprese editrici la cui maggioranza del capitale è detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali non aventi scopo di lucro che abbiano avuto accesso ai contributi entro il 31 dicembre 2005 (come per esempio Avvenire); quotidiani editi in lingua francese, ladina, slovena e tedesca nelle regioni Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige (come per esempio Primorski Dnevnik, giornale pubblicato a Trieste e unico quotidiano della minoranza di lingua slovena del Friuli-Venezia Giulia).

I controlli
La legge del 2012 ha inoltre reso più rigido il meccanismo della certificazione e dei controlli alle testate che vogliono avere accesso ai finanziamenti o che già li hanno percepiti. I dati relativi alla tiratura, alla distribuzione e alla vendita devono essere certificati da una società di revisione iscritta nell’albo della CONSOB. I codici a barre presenti sulle testate sono garanzia di tracciabilità delle vendite stesse.

Da una serie di accertamenti della Guardia di Finanza è risultato per esempio che 13 testate dal 1998 al 2011 hanno commesso delle violazioni. Qui c’è l’elenco con i contributi per cui è stata decisa la revoca, e che arrivano a un totale di 64.347.348,53 di euro: riguardano, tra gli altri, L’Avanti, quotidiano diretto fino al 2011 da Valter Lavitola, coinvolto in diverse indagini giudiziarie, LiberoIl Nuovo Riformista.

Quanto?
l calcolo dei contributi diretti si basa sulla somma di una parte che potremmo definire fissa e una parte variabile. La prima può arrivare fino al 50 per cento dei costi sostenuti: i costi ammissibili sono stati specificati nel decreto dell’8 marzo 2013 e fanno riferimento alle “spese vive” sostenute da un giornale: l’acquisto della carta, il costo per la stampa e la distribuzione, il costo per il personale dipendente e il costo per l’acquisto di servizi da agenzie di stampa o agenzie fotografiche. Non più affitti o consulenze come un tempo. La seconda – diversificata per quotidiani nazionali, quotidiani locali e periodici – si basa sulle singole copie vendute (e non più su quelle distribuite): fino a 0,25 euro a copia per i quotidiani nazionali, fino a 0,40 euro per i periodici e fino a 0,20 euro per i locali.

Sono stati inoltre fissati differenti limiti massimi ai valori complessivi delle due quote e che per i quotidiani non possono superare un massimo di 3.500.000 euro complessivi, per i periodici un massimo di 300 mila euro complessivi e per i quotidiani locali un massimo di 1 milione e 500 mila euro. Infine si è stabilito che l’importo complessivo corrisposto a ciascuna impresa non potesse comunque superare quello erogato nel 2010.

L’articolo 3 della stessa legge prevede di favorire il passaggio all’editoria digitale. In particolare, stabilisce che le imprese editrici già destinatarie dei contributi per l’anno 2011 possono continuare a percepire i contributi qualora la testata sia pubblicata, anche non unicamente, in formato digitale. La testata in formato digitale deve essere accessibile online e produrre (con almeno 10 articoli al giorno) almeno 240 uscite per i quotidiani, 45 per i settimanali, 18 per i quindicinali e 9 per i mensili. La misura del contributo cui hanno diritto le imprese per la pubblicazione della testata in formato digitale è articolata in una quota pari (per i primi due anni) al 70 per cento dei costi sostenuti (e definiti da un decreto dell’11 marzo 2013) e una quota di 0,10 euro corrisposta per ciascuna copia digitale venduta in abbonamento (tale importo non può essere comunque superiore all’effettivo prezzo di vendita di ciascuna copia digitale).

La quota complessiva messa a disposizione per i contributi diretti all’editoria è diminuita di anno in anno. Nel 2010 era di 150 milioni, nel 2012 si è passati a 80 per arrivare a 52 del 2013. L’articolo 167 della legge di stabilità approvata dal governo Letta lo scorso dicembre prevede un «fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria» da 120 milioni di euro nei prossimi tre anni: 50 milioni per il 2014, 40 milioni per il 2015 e 30 milioni per il 2016. Lo scopo è «incentivare gli investimenti delle imprese editoriali, anche di nuova costituzione, orientati all’innovazione tecnologica e digitale, all’ingresso di giovani professionisti qualificati nel campo dei nuovi media» e «sostenere le ristrutturazioni aziendali e gli ammortizzatori sociali».

E all’estero?
Da una ricerca del Reu­ters Insti­tute for the Study of Jour­na­lism dell’Università di Oxford sui sistemi di finanziamento pubblico all’editoria in vigore in 6 paesi occiden­tali (Ger­ma­nia, Gran Bre­ta­gna, Fran­cia, Ita­lia, Finlan­dia e Stati Uniti) risulta che la situazione del nostro paese non è così anomala: con­fron­tando i dati uffi­ciali i ricer­ca­tori hanno dimo­strato infatti che l’Italia è penul­tima come stan­zia­mento pub­blico com­ples­sivo a soste­gno di stampa e tv pub­blica, e ultima come spesa pro capite (43 euro con­tro i 130 della Fin­lan­dia). Andrea Zitelli su ValigiaBlu, spiega come funziona in Europa:

La Francia presenta, ad esempio, aiuti diretti che comprendono agevolazioni nelle tariffe di trasporto ferroviario dei quotidiani, aiuti alla modernizzazione della rete di vendita, fondi specifici per favorire la diffusione mondiale della stampa francese. Ma anche indiretti con  tariffe postali e aliquota dell’Iva (al 2,10%) agevolate. Lo Stato francese è quello che spende di più con i suoi 1,2 miliardi di euro per finanziare i propri media. Numeri che hanno favorito la presentazione di una prossima riforma del settore.

Ma anche per gli altri Paesi del vecchio continente benefit di vario genere sono garantiti per favorire il pluralismo informativo. Se in Irlanda e in Gran Bretagna sono assenti gli aiuti diretti da parte dello Stato – ma non quelli indiretti – e in Germania e in Spagna i contributi spettano ai Länder e delle Comunità Autonome, gli altri Stati europei come il Lussemburgo, la Svezia, i Paesi Bassi, il Portogallo e i Paesi Bassi hanno un sistema che li prevede e che i ricercatori suddividono in quattro sezioni: «contributi erogati in modo indifferenziato alla stampa; contributi selettivi destinati a sostenere pubblicazioni deboli sotto il profilo della raccolta pubblicitaria; contributi costituiti dal finanziamento di progetti specifici; contributi misti, che combinano più elementi». Infine, nella maggiora parte di questi Paesi non sono esclusi aiuti all’editoria di partito.

« Pagina precedente 1 2