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  • sabato 4 Gennaio 2014

Storia di Chrysler

Oggi è un'azienda automobilistica di proprietà italiana che emerge da un periodo difficile, prima è stata moltissimo altro

di Stefano Vizio – @stefanovizio

Negli anni Cinquanta Chrysler collaborò al programma spaziale realizzando dei componenti per i missili Redstone e nel decennio successivo per i razzi del programma Apollo. Nel 1955 fece uscire per Dodge la storica Le Femme, un’auto interamente rosa pensata per le donne: stava finendo l’epoca dell’auto concepita unicamente come mezzo di trasporto familiare, guidata rigorosamente dal capofamiglia. Negli anni Sessanta, invece, come tutte le principali marche americane di auto, produsse le sue “muscle car”, le auto aggressive e ad alte prestazioni molto diffuse in quel periodo, come la Ford Mustang o la Pontiac GTO. Chrysler produsse la 300F, Plymouth GTX, la Dodge Daytona e molte altre. Ma la sua fetta di mercato automobilistico americano era diminuita: nel 1975 era al 14 per cento, con Ford al 28 per cento e GM al 53 per cento.

I nuovi modelli non avevano ottenuto il successo dei vecchi. La crisi petrolifera degli anni Settanta portò a una drastica riduzione delle vendite, tanto che nel 1979 l’azienda dovette chiedere al Congresso un prestito di 1,5 miliardi di dollari per sopravvivere. Negli anni Ottanta, sotto la guida dell’amministratore delegato Lee Iacocca, le cose andarono meglio: nel 1987 la società acquisì il profittevole marcho Jeep e anche il marchio Lamborghini (poi rivenduto nel 1994). È proprio alla fine degli anni Ottanta che iniziano i contatti tra Chrysler e FIAT: nel 1988 Chrysler divenne distributrice delle auto Alfa Romeo nel Nord America.

Alla fine degli anni Novanta, fu firmato un accordo di fusione tra Chrysler e la casa tedesca Daimler-Benz: in sostanza, però, il controllo della Chrysler passò ai tedeschi, e l’azienda cambiò il suo nome in DaimlerChrysler. Fu un disastro. Gli standard e la produttività di Chrysler erano ormai lontani da quelli di Ford e General Motors. Daimler investì inutilmente moltissime risorse, pregiudicando la sua stabilità finanziaria: nel 2001 un ambizioso nuovo modello di minivan, settore nel quale Chrysler aveva il dominio del mercato, fu lanciato malamente e provocò grandi perdite (direttamente e in termine di quote di mercato); un modello molto popolare, invece, il PT Cruiser, fu prodotto in quantità insufficiente. Ci fu qualche anno migliore, tra il 2004 e il 2005, e qualche altro anno di perdite, e alla fine nel 2007 Daimler cedette l’80 per cento di Chysler al fondo Cerberus Capital Management, uno dei più grandi degli Stati Uniti, che aveva intenzione di rivenderla dopo poco. Chrysler tornò Chrysler Motors, DaimlerChrysler tornò Daimler.

Ma nel frattempo arrivò la crisi. Le vendite di Chrysler arrivarono a diminuire anche del 30 per cento rispetto all’anno precedente, non c’erano modelli forti su cui puntare, l’intero mercato dell’auto collassò e quindi nemmeno General Motors – con la quale negli anni si era parlato di fusioni o collaborazioni – riuscì a evitare il colpo. Il governo statunitense dovette intervenire per evitare il fallimento delle Big Three, Chrysler compresa, ma la liquidità non bastava a rimettersi in carreggiata: il prestito allora fu subordinato a un rinnovamento dell’azienda da portare avanti attraverso la cessione del 20 per cento delle azioni a FIAT e di un’altra fetta delle azioni a un fondo del sindacato dei lavoratori. Sergio Marchionne, amministratore delegato di FIAT, assunse il comando operativo della casa automobilistica statunitense.

Chrysler iniziò allora a riprendersi, insieme a Ford e General Motors e in generale al mercato dell’auto statunitense. Ha restituito in anticipo i prestiti ricevuti dal governo statunitense, e nel 2012 è tornata a produrre utili. Nel 2011 comprò uno spazio pubblicitario durante il Super Bowl per uno spot molto apprezzato il cui senso era appunto: siamo tornati.

FIAT ha messo a disposizione di Chrysler alcune sue tecnologie sui motori, soprattutto quelli più avanzati nella tutela dell’ambiente, e ha aiutato l’azienda a distribuire alcuni suoi modelli in Europa; e ha usufruito della rete di Chrysler in Nord America per lanciare alcuni suoi modelli di auto. Negli ultimi anni ha progressivamente aumentato la propria quota azionaria, finché ha annunciato di aver raggiunto un accordo con Veba, il fondo del sindacato americano dell’auto, che dopo la crisi aveva assunto il controllo del resto delle azioni Chrysler. E così FIAT, che aveva il 58,5 per cento di Chrysler, ha acquistato per 3,65 miliardi di dollari il rimanente 41,5 per cento.

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