• Cultura
  • domenica 22 dicembre 2013

Vita di Schulz

L’introduzione alla biografia dell’autore dei Peanuts, scritta da David Michaelis e appena uscita in Italia

«È quasi come se Charles Schulz fosse morto con un segreto custodito in sé», ha suggerito a suo tempo un giornalista sulle colonne di un quotidiano. Aveva lasciato che il suo pubblico sapesse moltissimo su Peanuts. A parte il suo aver riconosciuto che Snoopy era stato modellato su Spike, il cane selvaticamente indipendente della sua infanzia, egli lasciò deliberatamente senza risposta qualsiasi domanda circa il fatto che Charlie Brown e Lucy, con le loro rispettive ansie e spigolosità, potessero essere stati basati su modelli reali, negando qualsiasi parallelismo fra le relazioni tra i suoi personaggi e quelle della sua vita privata, alludendo a volte a delusioni personali e imbarazzi nei quali era caduto nel passato, o semplicemente aggirando qualsiasi tentativo d’analogia asserendo che tutti i personaggi erano ripresi da sé stesso: «Sono tutti lati del mio carattere», ebbe a dire.

«Se state per creare personaggi a fumetti potete crearli solo a partire dalla vostra personalità. Non potete davvero creare granché osservando gli altri. Non c’è in verità molto da osservare»: un’affermazione sorprendente, da parte di qualcuno in perenne osservazione e dallo sguardo arguto.

Disegnare fumetti può essere un’attività intensamente personale ed espressiva. Schulz aveva bisogno di sapere che stava raggiungendo il lettore con la propria voce – quasi come se il suo mezzo di comunicazione fosse stato la radio – perché voleva che il suo pubblico si identificasse non con lui ma col suo carattere. Col passare del tempo e con l’espansione del successo dei Peanuts dal consenso iniziale prima diffuso solo tra pochi intenditori – insomma dalla popolarità presso gruppi di lettori di formazione universitaria – fino al definitivo raggiungimento di un successo universale e trasversale, Schulz cominciò a essere sempre più guardingo circa il fatto che i lettori decifrassero quanto di sé veniva costantemente riversato nelle sue strisce settimanali. Laddove egli inizialmente aveva ritenuto importante il fatto che i lettori pensassero che egli fosse Charlie Brown, nel 1972 cominciò a rispondere, alla classica domanda ricorrente «Charlie Brown è davvero il suo alter-ego?», dicendo, con un sogghigno, «Non proprio, però è una fantasia interessante».

(Le strisce dei Peanuts sul Post)

Dieci anni dopo, la scrittrice Laurie Colwin gli chiese se qualcuno che avesse seguito la striscia fin dagli esordi potesse «scrivere una vera e propria biografia» dell’uomo Schulz; egli rispose, con voce pacata: «Credo di sì. Ma dovrebbe far sfoggio di tanta immaginazione, suppongo». Un saggista ebbe a salutare la notizia del suo ritiro dall’attività di fumettista con un’altra affermazione: «Non possiamo pensare ad alcun altro americano più meritevole di una ricerca biografica in vero e proprio stile “Rosebud”. Ma Schulz, da sempre un maestro della narrativa in (quattro) vignette, ci ha già fornito tutte le tessere».

E infatti le cose stavano proprio così: nel 1941, Quarto potere era stato proiettato a St. Paul, al cinema Park Theatre, e un elettrizzato Sparky Schulz ne riconobbe immediatamente la grandezza. Negli anni esso sarebbe divenuto una piccola ossessione, il suo film preferito. Schulz rivide la pellicola più e più volte, forse quaranta: la storia di un uomo potente e riservato, figlio unico di genitori poco affezionati, mandato via dalla sua umile casetta nella nevosa prateria e gettato nel bel mezzo della vita metropolitana, dove, allevato da un ricco banchiere, diventa una ricchissima ma solitaria autorità, isolato nel suo immenso castello, Xanadu. Come l’eroe di Welles, Charles Foster Kane, che «ottenne tutto quel che voleva, per poi perderlo», Charles Monroe Schulz avrebbe raggiunto un successo superiore a qualsiasi suo sogno d’infanzia, e tuttavia avrebbe sempre lottato per dare e ottenere amore.

Per tutta la vita si sentì solo, e passò la maggior parte dei suoi cinquant’anni di vita adulta cercando di essere accudito e compreso. Perché? Se sua madre non lo avesse lasciato suo malgrado quand’era ragazzo, sarebbe lo stesso scaturita in lui, e da dove, questa dolorosa sensazione che la cosa di cui più egli aveva bisogno gli era stata sottratta?

Ogni volta che Schulz veniva sollecitato a parlare della sua vita, non cominciava mai dall’inizio. Mai dalla sua nascita, il 26 novembre 1922, o dai suoi primi anni, ma sempre dalla morte della madre, il 1° marzo 1943, dalla sua chiamata alle armi e dalla spietata rapidità di quegli eventi: in una sola, fatidica settimana, Dena Halverson Schulz moriva di lunedì, veniva sepolta di venerdì e sabato l’esercito si portava il figlio chissà dove.

La storia cominciava sempre con un giovanotto solitario. Un semplice ragazzo condotto chissà dove su di un treno che viaggiava lungo un binario che tagliava sferzante un paesaggio immerso nella neve.

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