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  • sabato 30 Novembre 2013

La scomparsa di Kiribati

Un reportage racconta la vita sul piccolo paese dell'Oceania, che rischia di non esistere più entro il 2100 a causa del riscaldamento globale

Il capo dell’ente che si occupa di opere pubbliche, Kevin Rouata, che ha “il lavoro impossibile di proteggere la falda”, ha spiegato che gran parte delle persone sono abituate da sempre a defecare in mare o in spiaggia: “c’è la brezza, una bella vista e acqua per lavarsi. Dobbiamo far sapere alla gente che anche i servizi igienici in casa sono piacevoli”.

Un’altra minaccia per l’acqua potabile di Kiribati viene dalle usanze che riguardano i morti: questi vengono seppelliti nei minuscoli e sporchi giardini delle case, spesso al livello della falda o vicino ai pozzi, e dopo un po’ di tempo i resti vengono esumati, le ossa lavate e portate ad alcune cerimonie e riunioni familiari.

La cultura di Kiribati crede nella permanenza degli spiriti, nella contiguità dei vivi e dei morti. D’altra parte, gli abitanti delle isole vivono un’esistenza che si svolge quasi totalmente in comune, senza quasi differenze di ceto sociale. Goldberg scrive che, nelle scuole che ha visitato, i bambini che avevano le ciabatte erano considerati privilegiati rispetto a quelli che andavano a scuola scalzi (camminare scalzi è la norma anche tra gli adulti). Le relazioni tra i clan e le famiglie sono strettissime e danno ordine a un territorio così sovrappopolato che, in caso di loro assenza, precipiterebbe presto nella violenza.

In questa situazione già precaria, l’oceano causa lentamente molti danni. Nel villaggio di Te Bikenikoora, di circa 400 abitanti, una quarantina di case sono state sommerse dall’acqua negli ultimi anni. Le persone si riuniscono normalmente nel maneaba – la chiesa-scuola-auditorium al centro del villaggio – e parlano spesso delle possibilità che hanno per reagire alla minaccia dell’acqua. Il leader del villaggio è il reverendo pentecostale Eria Maerere: durante la funzione religiosa a cui ha assistito Goldberg, i canti erano del tenore “Dio, tu sei più grande di ogni marea, più potente di ogni vento”, e i passi del libro della Genesi che descrivono il Diluvio sono tra i più letti e commentati nella vita religiosa della comunità, parzialmente adattata all’onnipresenza degli eventi naturali nei pensieri degli abitanti.

La ricchezza di Kiribati
I primi europei arrivarono dalle parti di Kiribati per la prima volta nel Seicento, ma l’impero britannico decise di fare un protettorato delle Isole Gilbert – come le chiamarono in onore dell’esploratore Thomas Gilbert – solo nel 1882. Prima di allora, per circa tremila anni, gli antenati della popolazione attuale, provenienti in origine dall’odierna Indonesia, erano vissuti in quasi totale isolamento, vivendo di tonno, di frutti di mare e di noci di cocco.

I britannici se ne andarono definitivamente solo nel 1979, l’anno in cui finì lo sfruttamento dei depositi di fosforo dell’isola di Banaba. L’unica ricchezza rimasta nell’area, palme di cocco a parte, è costituita dalle riserve di pesca. Goldberg definisce Kiribati “l’Arabia Saudita del pesce”, con la notevole differenza che la risorsa è sfruttata dalle grandi flotte straniere, in primo luogo di Taiwan, Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti. E oltre a questo, i politici locali non sembrano in grado di sfruttarla al meglio: anche grazie alle generose donazioni delle società ittiche straniere ai suoi funzionari, il ministero della Pesca – probabilmente il più importante del governo locale – continua a ricavare solo 30 milioni di dollari l’anno per la vendita delle licenze. Su un budget annuale di circa 130 milioni, la cifra è notevole e permette all’economia di tenersi a galla, ma molto probabilmente un’asta frutterebbe molto di più.

Nel complesso, l’economia del paese è in grave difficoltà e per metà dipende dagli aiuti stranieri. I problemi economici portano facilmente con sé quelli di carattere sociale: Goldberg racconta che intorno alle navi straniere nel porto di Betio c’è un fiorente traffico di prostitute minorenni, a volte spinte a farlo dai parenti stessi. Secondo il responsabile della missione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel paese, André Reiffer, un quarto delle donne con meno di 25 anni sull’isola di Tarawa si sono prostituite. In alcuni casi, ha detto a Goldberg, vanno dai marinai delle navi perché questi le trattano meglio degli uomini a casa, visto che nell’isola c’è un serio problema di violenza domestica legata all’alcolismo. Se non sono pagate in contanti, come spesso accade, ricevono orologi o gioielli o un tonno, con cui possono sfamare le loro famiglie per molto tempo. E oltre a questo, il pesce pescato al largo è sano, non contaminato dagli escrementi.

Tra le malattie che colpiscono gli abitanti del porto di Betio c’è anche la lebbra, i cui casi sono in grandi crescita negli ultimi anni a causa della sovrappopolazione. Mentre nel 1993 c’erano solo 13 casi in tutto il paesi, oggi i casi sono circa duecento. L’arrivo improvviso della dieta occidentale e di uno stile di vita sedentario per una popolazione abituata al “duro lavoro”, come dice il presidente Tong, hanno aumentato enormemente anche i casi di diabete. Nell’ospedale di Tarawa, il più grande del paese, arrivano a dare una mano medici cubani che si specializzano in amputazioni: ogni mese venti o trenta persone perdono un piede o una gamba a causa della malattia.

Il governo, scrive Goldberg, ha un piccolo budget con cui manda i pazienti più gravi in aereo in India, per essere curati. Un gruppo di medici si riunisce periodicamente e decide chi può essere mandato via. Il capo del programma statale per la lotta alla tubercolosi Takeieta Kienene ha detto al giornalista che i pazienti spediti in India sono molto raramente i malati di cancro: «Non ne abbiamo molti casi perché la gente non vive abbastanza a lungo per contrarlo. Molti muoiono cinquantenni e non hanno il tempo di sviluppare il cancro ai polmoni dovuto al fumo». L’aspettativa di vita per gli uomini, a Kiribati, è di 63 anni, mentre per le donne è di 67: complessivamente, il paese è al 173esimo posto nella classifica mondiale, appena sotto il Ghana.

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