13 canzoni dei Waterboys

Scelte dal peraltro direttore del Post, per chi li ha visti a Roma o andrà stasera al concerto di Milano (e per tutti gli altri)

A man is in love
(Room to roam, 1990)
“A man is in love” è una delle più belle canzoni d’amore di sempre. Non tanto per un andamento struggente o sdolcinato che non ha (è un’allegra danza irlandese di violini e chitarre): ma per come racconta di quest’uomo innamorato, e di tutti i suoi imbarazzi, e di come non smetta di parlare quando tu sei vicina, e del modo in cui ti guarda, e insomma di quanto sia innamorato, quest’uomo. E sono io, quest’uomo.

Something that is gone
(Room to roam, 1990)
Canzone stupenda, dal suono più americano, sull’aver perso qualcosa – ma cosa? –, un attimo, un pensiero, un’occasione. Così, in un lampo.

How long will I love you?
(Room to roam, 1990)
Un testo da Cole Porter, elenco di metafore sulla durata dell’amore: “Quanto ti amerò? Tanto quanto le stelle staranno in cielo, e se posso di più”.

Glastonbury song
(Dream harder, 1993)
Glastonbury non è solo la cittadina dove si tiene ogni anno il festival pop più affollato d’Inghilterra; secondo la leggenda è anche il luogo della prima chiesa cristiana dell’isola, fondata da Giuseppe d’Arimatea nel primo secolo dopo Cristo per ospitare il Sacro Graal. Altri miti l’associano ad Avalon o la danno come passata sede della tomba di re Artù. Qualcosa di tutto questo, e molto 
altro ancora, ha a che fare col fatto che Mike Scott “ci abbia trovato Dio, dove è sempre stato”.
 Divenne tutt’altra storia nella traduzione di Samuele Bersani, quella intitolata “Cosa vuoi da me”.

Too close to heaven
(Too close to heaven, 2002)
Dodici anni dopo, Mike Scott pubblicò in un cd i brani avanzati da Fisherman’s blues. Tra cui questi dodici minuti di canzone, eredi nella lunghezza e nell’andamento sia di quello che erano stati i dischi iniziali dei Waterboys, che della vita da pub irlandesi che aveva generato Fisherman’s blues.

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