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  • lunedì 4 Novembre 2013

I cani di San Francisco

Le carceri della California, Abu Ghraib e altre storie dal libro di Enrico Deaglio La felicità in America

Stessi cani, stesse prigioni

Il sistema viene esportato. Il resto lo sapete: le fotografie e lo scandalo. Insomma, in un mondo globale, il mondo delle prigioni americane si era riprodotto a distanza. I cani erano stati chiamati a fare “il loro dovere”, anche se questa volta stavano senza collare nelle mani di soldati e guardie e non in quelle di avvocati ed ergastolani. Se Schneider leggeva Tolkien, le guardie leggevano The Arab Mind. Se Robert Noel e Marjorie Knoller cercavano, nella loro pazzia, un po’ di guadagno extra moltiplicando la discendenza del Supremo Bane, i contrattisti guadagnavano 100.000 dollari l’anno. Il generale Miller disse di avere un’utopia: “Trasformare Abu Ghraib in un centro di informazioni per la guerra globale contro il terrorismo”; il sindacato delle guardie carcerarie della California sostiene nel suo statuto di operare “in nome delle vittime”, per la “sicurezza dei cittadini” e definisce i suoi iscritti “operatori di pace”. I detenuti di Abu Ghraib erano per la massima parte persone fermate ai posti di blocco, quelli californiani sono in grande quantità ragazzi afroamericani imputati di spaccio di marijuana o cocaina.

Sarebbe improprio, però, fare paragoni. Per esempio, secondo quanto riporta il famoso giornalista investigativo Seymour Hersh nel suo libro Catena di comando: “Numerose donne irachene detenute avevano inoltrato messaggi alle famiglie, pregandole di far pervenire loro del veleno allo scopo di farla finita, mentre altre hanno inoltrato messaggi simili in cui chiedevano insistentemente di venire subito uccise, appena fossero state rilasciate. Un codice d’onore vigente in molte zone del Medio Oriente. Vite innocenti devono andare perdute perché le famiglie possano sopravvivere alla vergogna”. E questo comportamento non fa parte della cultura della California.

Il buon marinaio. William J. Kimbro

Neppure la vendetta alligna in California. Al massimo potrete trovare qualche spirito caustico che scrive lettere ai giornali: “Ministro Donald Rumsfeld, quando lei testimonierà di nuovo di fronte alla Commissione d’inchiesta del Congresso, pensa che sarà più facile tirarle fuori la verità se la mettessero nudo legato a testa in giù, con un cane che le ringhia davanti alla faccia e un soldato mascherato che ogni tanto le ficca la testa in un secchio d’acqua fino a farle perdere il respiro?”. Piccoli sogni innocenti.

Pochi giorni fa, cercando il suo nome su Google, ho finalmente visto, in un breve video, una brava persona di cui avevo annotato il nome, in questa storia di cani, perversioni e prigioni.

Si chiama William J. Kimbro, marinaio di prima classe: basso di statura, con la testa rasata e il grugno alla Popeye, compare nei cortili della base americana di Sigonella, in Sicilia, con il suo cane Nicky, un pastore belga, cui fa compiere semplici esercizi. Poi un colonnello gli appunta una medaglia, con la motivazione: “Da tre anni istruttore di cani nella nostra base, assegnato per una missione, Kimbro ha portato la sua morale, la sua coscienza e i valori della Marina fino alla prigione di Abu Ghraib, in Iraq, dove si è rifiutato di prendere parte a interrogatori impropri”.

Il commento della giornalista Michelle Kurak, che cura il sito ufficiale della base militare: “Questo è stato un gran giorno, l’ultimo giorno del marinaio di prima classe Kimbro alla nostra base, ma Kimbro non si monterà la testa. Sarà però rimpianto dai suoi superiori, dai suoi commilitoni e dal suo cane, con il quale ha lavorato per due anni e mezzo”.

Il fatto è successo alla fine del 2003, quando ad Abu Ghraib a tre istruttori di cani venne chiesto di partecipare agli interrogatori. Il sergente Michael Smith arrivò con Marco, il sergente Santos Cardona portò Duco, il marinaio William Kimbro portò Nicky. Tutti e tre pastori belgi. Il sergente Frederick ordinò di far ringhiare i cani contro un detenuto “non collaborativo” ammanettato nel corridoio. Cardona e Smith erano perplessi: “Senza museruola?”. Frederick assicurò che la procedura era autorizzata, per cui accettarono. Kimbro invece portò via Nicky e quando il generale Taguba lo interrogò nell’ormai famosa “inchiesta interna”, Kimbro rispose secco: “Gli altri cani erano eccitati e non volevo che la stessa cosa succedesse a Nicky”. Il generale inserì nel rapporto una nota di encomio per il marinaio. Anche il detenuto venne interrogato. Si chiama Ballendia Sadawi Mohammed. Dichiarò: “Mi hanno mandato due cani contro. Uno mi ha morsicato la gamba sinistra, mi hanno dato dodici punti e ho perso molto sangue”. Dall’interrogatorio del soldato Sabrina Harman si apprende che era Duco, il cane di Cardona, e che Cardona lo sciolse perché convinto che il detenuto stesse per attaccare il soldato Charles Graner jr.

Un latrato a San Francisco non può produrre un tuono a Baghdad, è vero. Certo, giocare a “unite i puntini e vedete che cosa apparirà” può portare, su mappe così vaste, a disegni sconclusionati o mostruosi. Ma forse Novey, Schneider, Noel, Knoller, Bane, Hera, Whipple, Coombs, saputo che cosa era successo così lontano da loro, sulla scena della storia, avranno pensato: “In fondo, noi fummo i precursori”.

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