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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Matteo Renzi

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Cambiare verso»

L’ITALIA DEVE CAMBIARE VERSO ALL’EUROPA
1. Ce lo chiede l’Europa?
Non è in crisi l’Italia. O meglio, non è in crisi solo l’Italia. È in crisi l’Europa che si scopre a fatica non più cuore economico del mondo. Il sogno e la visione dei padri costituenti dell’Europa di fare del nostro continente sempre più un luogo di pace ha visto una progressiva realizzazione. I nostri nonni affrontavano i francesi e i tedeschi sui campi di guerra, noi abbiamo la fortuna di essere divenuti la generazione Erasmus. Mai prima di oggi si era registrata una stagione di pace cosi intensa e bella. Ci sono state delle pagine vergognose che non vogliamo dimenticare mai, da Srebrenica al mercato di Sarajevo. Ma l’Europa come occasione per garantire la pace nei confini interni ha funzionato. È arrivato il momento di dire con forza che quel sogno così bello e rilevante non può bastare più. E il ritornello “Ce lo chiede l’Europa” ci ha stancato. Le cose che dobbiamo fare le vogliamo fare per noi, non per i burocrati di Bruxelles. Ci interessa adesso che la politica italiana inizi a dire cosa chiediamo noi all’Europa. E vogliamo che il PD sia protagonista – non solo alle Europee – di una campagna per raccontare che tipo di idea di Europa abbiamo in testa e di una battaglia per realizzare un’Europa dei cittadini e non solo dei tecnici. Nella seconda metà del 2014 l’Italia guiderà il semestre europeo. Si tratta di un appuntamento molto atteso, che il PD dovrà riempire dei propri contenuti. Basta con il “ce lo chiede l’Europa”, iniziamo a dire cosa chiediamo noi all’Europa. La sfida è istituzionale, sociale, economica.

2. Verso gli Stati Uniti d’Europa
Si può procedere nella direzione degli Stati Uniti d’Europa solo a condizione di investire di più su un’idea di identità europea. Non ci piace l’Europa che ci dice tutto sulle normative per impacchettare i prodotti tipici ma ci volta le spalle sulla questione immigrazione. Immaginiamo un’Europa che gradualmente proceda verso l’unificazione federale, che punti all’esercito europeo, a una diplomazia comune partendo dalla scuola di diplomazia unitaria. E per essere coerenti con questo lungo percorso immaginiamo che le Elezioni Europee – verso le quali ci avviciniamo in un rapporto di sempre maggiore integrazione con il Partito Socialista Europeo – non siano un test per capire lo stato di salute dei partiti in Italia o magari l’occasione per vedere se c’è spazio per qualche nuovo partitino. Sarebbe un’occasione persa, sarebbe un errore imperdonabile. Proviamo a segnare la differenza: più potere per il Parlamento europeo, risorse certe ed autonome per il bilancio UE, elezione diretta del Presidente Europeo e poteri esecutivi per la Commissione, la progressiva equiparazione della Banca Centrale Europea a vero e proprio custode della moneta unica, sul modello della Federal Reserve negli Stati Uniti. L’Europa ha bisogno di essere governata dai rappresentanti dei cittadini non da un’oscura burocrazia. Perché non basta l’unione monetaria: il futuro è l’unione politica.

3.Una sfida
Il PD deve chiedere che i giovani europei possano sperimentare un servizio civile continentale, che le normative sul lavoro vadano progressivamente integrandosi, che gli scambi studenteschi e universitari siano ulteriormente implementati. Il PD deve chiedere che ci sia una voce unitaria nella politica estera, un’attenzione non saltuaria alle emergenze umanitarie, alle guerre civili, ai conflitti dimenticati. Il PD deve chiedere all’Europa di considerare il Mediterraneo davvero il Mare Nostrum e dialogare con le sponde africane con un linguaggio nuovo di cooperazione ma anche di potenziale sviluppo, come è accaduto negli anni Novanta con l’Adriatico durante la crisi umanitaria in Albania, Paese che adesso speriamo di accogliere quanto prima nell’Unione Europea. Solo che ti serve la politica. Non puoi lasciare tutti i problemi sulle spalle dei sindaci coraggiosi o dei volontari della Caritas. Ecco perché occorre la politica.

4. No alla tecnocrazia
Se l’Italia fa l’Italia, se l’Italia fa il suo mestiere, l’Europa trae giovamento. E rottamiamo anche l’idea di Istituzioni che si pongono soltanto come guardiano dei conti altrui. Le politiche di euro-austerity hanno dimostrato il fiato corto e si sono rivelate inidonee e a rilanciare la ripresa. Il PD deve cambiare verso a questa discussione assicurando l’impegno italiano per rimettere a posto i conti. Non rimettiamo a posto i conti perché ce lo chiedono le cancellerie europee: rimettiamo a posto i conti perchè ce lo chiede la serietà verso il destino dei nostri figli e dei nostri nipoti. Ma il PD che cambia verso all’Italia ha tutti i titoli per chiedere all’Europa di modificare il proprio approccio tecnocratico, che non risolve i problemi di crescita. Per competere nel mercato globale, l’Europa ha bisogno di noi. L’Europa non può essere semplicemente il guardiano dei conti, l’Europa non è può essere un estratto conto. L’Europa è un organismo complesso, fatto di persone, storie di vita, istituzioni locali, culture e territori. Non basta fissare qualche percentuale per governare questo organismo complesso, serve conoscere il suo passato e definire il suo futuro. I conti non sono un fine a sè, sono un mezzo; un mezzo per definire saldamente il futuro di una comunità. Sacrosanto è lo sforzo al risanamento pubblico e alla riduzione del peso del debito. Ma una nuova Europa non può non accorgersi che la cura può uccidere il malato, che con la recessione in casa serve un grande piano espansivo di investimenti che faccia ripartire il mercato interno e l’economia.

5.Superare il tre per cento
Superare l’austerity come religione e i conti come fine è il primo passo per costruire una Europa politica che sappia scegliere e non solo amministrare. Cambiare l’Europa è una sfida che possiamo vincere. Per farlo, però, abbiamo bisogno anzitutto di cambiare verso all’Italia. Solo cambiando, l’Italia può acquistare la forza e la credibilità necessarie per chiedere all’Europa di cambiare le sue regole e perfino i suoi paletti. A partire dal parametro del 3% nel rapporto deficit/pil; un parametro anacronistico. Siamo noi che dobbiamo chiedere all’Europa di cambiare, ma prima di farlo, iniziamo a realizzare in casa le riforme che rinviamo da troppo tempo. Il 3%, infatti, deriva matematicamente da un obiettivo (stabilizzare il debito alla media Ue dell’epoca, il 60%) e da un’ipotesi/speranza (che il Pil crescesse in media del 3% l’anno). Entrambe le cose nel 1992 erano vere e realistiche. E ora non lo sono più: la media del debito nell’area euro è il 90%, e il tasso di crescita medio è molto più basso del 3% (anche a causa delle economie emergenti). In più il 3% soffre problemi di credibilità…quando nel 2003 l’hanno violato Francia e Germania, si è preferito sospendere il Patto di Stabilità piuttosto che applicare la sanzione. Significa un “tana libera tutti”? No, specialmente per un paese come il nostro che ha un debito (132% del Pil) superiore sia alla media Ue del 1992 che a quella di oggi. Significa invece disegnare un nuovo e credibile sistema di vincoli che sia al passo coi tempi, che permetta di risanare i bilanci realisticamente (senza uccidere il malato) e che possa essere rispettato da tutti. Se iniziamo a cambiare verso all’Italia, poi abbiamo le carte in regole per chiedere che cambi verso l’Europa.

CONCLUSIONI

Per realizzare un progetto così ampio, per vincere una sfida così difficile avremo bisogno di tanto coraggio ma non basterà il nostro coraggio. Avremo bisogno di studiare tanto, ma non basterà il nostro studio. Avremo bisogno di libertà, ma non basterà la nostra libertà. Perché avremo bisogno anche e soprattutto di tutto il nostro entusiasmo. Fare politica oggi è un rischio. Una scommessa. Un azzardo, forse. Sarebbe più comodo ritirarsi da parte, aspettando che passi lo scontento, la rabbia, la stanchezza. Ma pensiamo che tocchi a noi cambiare l’Italia, senza lamentarsi di chi non vuol farlo e mettendosi in gioco. Perché questo accada, non basta avere buone idee, bisogna avere la voglia e la forza di concretizzarle coinvolgendo gli italiani, suscitandone speranze, alimentandone i sogni. Ecco perché abbiamo bisogno di entusiasmo, di speranza, di fiducia. Ecco perché tutto quello che abbiamo scritto sta in piedi solo con lo sforzo personale di chi non si arrende, di chi non si rassegna, di chi ha voglia ancora di alzarsi e di provarci. Non è possibile cambiare verso senza liberare tutto l’entusiasmo che abbiamo. Per cambiare verso propone per la guida del PD, proponiamo Matteo Renzi, 38 anni, sindaco di Firenze dal 2009. Matteo è molto conosciuto per i suoi slogan, ma il suo slogan migliore è la concretezza delle cose realizzate da amministratore. Tra le sue iniziative in Comune: ha abbassato le tasse riducendo l’addizionale Irpef, raddoppiato spazi e utenti delle biblioteche, approvato il primo piano strutturale a mattoni zero di una grande città italiano, pedonalizzato 12 ettari di centro storico attraverso quattro diverse operazioni, ridotto del 90% le liste d’attesa degli asili nido, aumentato gli investimenti su sociale, e scuola nonostante la crisi, dimezzato il numero degli assessori della giunta, dove le donne sono in maggioranza rispetto agli uomini, venduto le auto blu, portato la differenziata dal 36 a più del 50%, salvato il teatro della pergola e inaugurato il teatro dell’opera. abbassato del 13% il costo del personale del comune che in 4 anni è passato da 199 milioni l’anno a 174 milioni e molto altro che potrete trovare su www.matteorenzi.it. Niente di speciale, sia chiaro: ha fatto solo il proprio dovere. Lo pagano per questo. Ma il piccolo elenco è dedicato a chi dice che gli amministratori del PD sanno solo parlare. Invece fare è possibile. Basta cambiare verso!

Foto: Matteo Renzi a Bari, 12 ottobre 2013
(Donato Fasano – LaPresse)

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