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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Matteo Renzi

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Cambiare verso»

5. Il PD e le categorie su cui siamo forti. Il pubblico impiego, le pensioni, la scuola
Siamo il primo partito nel pubblico impiego e nei pensionati. Il secondo partito tra gli studenti. Addirittura il terzo tra operai, disoccupati, professionisti, imprenditori. Vogliamo essere il primo partito in tutte queste categorie. Ma per farlo dobbiamo cancellare il conservatorismo di chi vorrebbe fare sempre le stesse cose. Vivacchiare non serve a nulla e a nessuno. Neanche a mantenere il target su cui il Partito democratico è forte: pensionati e dipendenti pubblici. Non serve perché è sbagliato. Perché il mondo è cambiato e sono cambiati i bisogni anche di chi fino ad oggi ha scelto di votare per noi credendo in un progetto che, se non si rinnova, non è più un progetto. Quando eravamo piccoli un insegnante o una maestra di asilo, una professoressa o un docente sentivano su di loro il calore e l’affetto di una comunità che ne riconosceva il ruolo civile. Intendiamoci, gli stipendi erano bassi anche allora. Non è solo una questione economica, ma proprio di autorevolezza sociale. Entrando in un bar, dialogando in una sezione, discutendo al campo sportivo o al circolo, in parrocchia o in piazza, l’insegnante era comunque visto come un punto di riferimento. Perché sapevi che a lui o lei ogni mattina tornavi a consegnare il bene più prezioso: l’educazione alla libertà di tuo figlio. Oggi non è più così: purtroppo. Gli insegnanti sono stati sostanzialmente messi ai margini, anche dal nostro partito. Abbiamo permesso che si facessero riforme nella scuola, sulla scuola, con la scuola senza coinvolgere chi vive la scuola tutti i giorni. Non si tratta solo di un autogol tattico, visto che comunque il 43% degli insegnanti vota PD. Si tratta di un errore strategico: abbiamo fatto le riforme della scuola sulla testa di chi vive la scuola, generando frustrazione e respingendo la speranza di chi voleva e poteva darci una mano. Il PD che noi vogliamo costruire cambierà verso alla scuola italiana, partendo dagli insegnanti, togliendo alibi a chi si sente lasciato ai margini, offrendo ascolto alle buone idee, parlando di educazione nei luoghi in cui si prova a viverla tutti i giorni, non solo nelle polverose stanze delle burocrazie Casa per casa, comune per comune, scuola per scuola, da gennaio 2014 i nostri insegnanti, i nostri assessori alla scuola, i nostri circoli, i nostri ragazzi saranno chiamati alla più grande campagna di ascolto mai lanciata da un partito a livello europeo, sul doppio binario di una piattaforma tecnologica dedicata e di un rapporto personale, vis a vis. Chiameremo il Governo, il Ministro, i suoi collaboratori a confrontarsi sulle proposte e sulle idee. E daremo risposte alle proposte degli insegnanti, non lasciandoli soli a subire le riforme, ma chiedendo loro di collaborare a costruire il domani della scuola. È solo un esempio, sia chiaro, di quello che faremo. Perché non consideriamo il nostro elettorato più forte conquistato per sempre. Al tempo della società liquida un partito politico deve conquistarsi il consenso ogni giorno.

6. La proposta sul lavoro
I nostri convegni, i nostri discorsi, le nostre mozioni danno spesso grande spazio alla parola “lavoro”. Ci piace discuterne. Ci rassicura sapere che la priorità è il lavoro. Ci emoziona pensare che la Costituzione – che pure vedeva la presenza di culture ben diverse tra loro – abbia messo il lavoro al primo posto, in cima agli articoli. Ne parliamo tanto, ma dobbiamo fare di più. Perché il lavoro è considerato un’emergenza solo a parole. Ma oggi dobbiamo avere il coraggio di dire che, a parte il pubblico impiego, noi non riusciamo a incrociare le preferenze di chi lavora e nemmeno di chi sognerebbe un lavoro come i nostri concittadini disoccupati. È imbarazzante sapere che il partito della sinistra italiana, autore di alcuni tra i convegni più interessanti sull’operaismo, è il terzo partito tra gli operai. Le fabbriche non ci votano, ne siamo consapevoli? I disoccupati non affidano a noi la speranza di stare meglio, ci è chiaro? Chi crea posti di lavoro, investendo sulle aziende e non sulla finanza, non si fida ancora di noi, lo sappiamo? Ecco perché dobbiamo cambiare verso. Anche al modo di affrontare l’emergenza lavoro, in un Paese in cui qualcuno aveva proposto di creare un milione di posti di lavoro, ma alla fine di quella storia il milione di posti di lavoro è in meno, non in più. Se toccherà a noi guidare il PD proponiamo di cambiare verso a questa discussione in modo molto netto. Vanno cambiati i centri per l’impiego, in un Paese dove si continua a trovare lavoro più perché si conosce qualcuno che perché si conosce qualcosa: la raccomandazione più che il merito. E qualcosa vorrà pur dire se i centri per l’impiego in Italia danno lavoro a 3 utenti su 100 contro quelli svedesi che arrivano a 41 su 100 o quelli inglesi che raggiungono la cifra di 33 su 100. Abbiamo bisogno di una rivoluzione nel sistema della formazione professionale, che troppo spesso risolve più i bisogni dei formatori che di chi cerca lavoro: e dobbiamo avere il coraggio di dire che sono state scritte pagine indecorose da alcune amministrazioni locali – persino vicine al nostro partito – nella gestione della formazione professionale. Dobbiamo semplificare le regole del gioco: sono troppe duemila norme, con dodici riviste di diritto del lavoro, con un numero di sindacati e sindacalisti che non ha eguali in nessun paese occidentale. La funzione insostituibile del sindacato va difesa dagli eccessi e garantita attraverso la legge sulla rappresentanza e una rigorosa certificazione dei bilanci di ogni organizzazione sindacale, così come la dignità della politica va difesa dagli sprechi di alcuni politici e della casta. Le associazioni degli imprenditori e dei datori di lavoro – che tante indicazioni danno in occasioni delle proprie assemblee annuali – debbono essere chiamate a una precisa rendicontazione dei vari contributi che ricevono le aziende socie: diminuire i contributi a pioggia che ricevono alcune aziende per abbassare le tasse a tutte le aziende. Attenzione ai nuovi settori: Internet ha creato 700.000 posti di lavoro negli ultimi 15 anni, ma sembra ancora un settore riservato agli addetti ai lavori. E un piano per il lavoro da presentare al Paese prima del prossimo Primo Maggio per raccontare che idee abbiamo noi del lavoro, dalla possibilità di assunzioni a tempo indeterminato per i giovani con sgravio fiscale nelle aziende per i primi tre anni fino all’investimento necessario per chi si trova senza lavoro all’improvviso a cinquant’anni.

7. Il PD come partito di amministratori, di circoli, di parlamentari
Sono tre le basi del nostro PD. I circoli, aperti, entusiasti, appassionati. Fatti dai militanti che meritano la nostra attenzione, la nostra gratitudine, il nostro rispetto. Che ci mettono la faccia sempre, anche quando costa fatica. Che fanno iniziative e feste, approfondimenti e volantinaggi. Che conoscono ancora il gusto di attaccare i manifesti e non meritano di essere costretti a serate batticuore come nelle ultime elezioni. I circoli però non devono essere solo il luogo dove trovare braccia quando c’è da lavorare, devono essere la sede naturale del confronto con i cittadini. Gli amministratori. Che sono abituati a decidere, che non possono permettersi di tentennare in un tempo in cui la parola d’ordine sembra essere sempre rinviare, che sanno assumersi le proprie responsabilità. E che spesso sono lasciati soli. E poi i parlamentari, che devono avere sempre di più la consapevolezza di essere maggioranza in Parlamento. Il PD deve dettare l’agenda, non subirla: e questo anche nel tempo delle grandi intese, a maggior ragione dopo. Negli ultimi 20 anni abbiamo subito l’agenda degli altri: cambiamo verso! Nel PD che faremo conteranno di più i territori e di meno i dipartimenti centrali. Rottameremo innanzitutto le correnti, perché le buone idee non sono monopolio di qualcuno e non ci possiamo permettere un segretario che sia semplicemente punto di equilibrio tra gruppi diversi. Il partito è di amministratori, di circoli, di parlamentari: di tutti insomma. Poi ha bisogno, al centro come in periferia, di avere dei punti di riferimento. Qualcuno tra noi ritiene che la parola leader sia una parolaccia. Ogni squadra ha un capitano. Se gioca bene il capitano, gioca meglio la squadra; se gioca bene la squadra, è più semplice il lavoro del capitano. La foga con cui una parte del nostro mondo cerca di distruggere i propri capitani è incomprensibile e dannosa: non abbiamo perso perché avevamo leader troppo forti, ma perché gli italiani non hanno considerato sufficientemente forti i nostri leader. Che è una cosa ben diversa.

8. Custodi del bipolarismo
Chiediamo soprattutto a questo congresso di pronunciarci sul modello di partito che vogliamo offrire agli italiani. Noi crediamo nel bipolarismo e nell’alternanza. Pensiamo che le larghe intese siano una faticosa eccezione, non la regola. Vogliamo un bipolarismo gentile ma netto. Gentile nel senso che non sopportiamo più la violenza verbale riservata agli avversari nei talk-show e sui giornali (talvolta non solo agli avversari: garantiamo che noi rispetteremo sempre i nostri compagni di strada e competitor interni, non ci sono ‘fascistoidi’ nel nostro partito!). Gli stessi che si scontrano all’arma bianca nei talk poi votano lo stesso governo alla Camera dei Deputati. Maggiore gentilezza dunque, ma nettezza inequivocabile sul sistema di governo. La legge elettorale che proponiamo ai cittadini nelle primarie dell’8 dicembre è una legge che sia chiara, che faccia sapere subito chi ha vinto e chi ha perso, che garantisca a chi ha vinto di poter fare, a chi ha perso di controllare e soprattutto ai cittadini di giudicare. Una legge elettorale che tolga gli alibi a chi governa “non mi hanno fatto lavorare” e che restituisca ai cittadini il sacrosanto diritto di scegliere a chi affidare i propri sogni, le proprie speranze, i propri progetti. Pensiamo che il PD abbia il dovere di fare la prima mossa sulla legge elettorale partendo dalla Camera di Deputati dove già adesso ci sono i numeri per modificare il sistema autorevolmente ribattezzato “Porcellum” dagli stessi ideatori della norma.

9. Comunicazione e trasparenza
Un partito che sappia comunicare bene. Perché la parola comunicazione non deve fare paura. Chi non comunica è perduto. Saper usare la comunicazione è una priorità per la madre che insegna a parlare al bambino, per l’innamorato che vuole esprimere il proprio sentimento alla persona che ama, per il lavoratore che deve confrontarsi con i colleghi, per i nonni che vogliono entrare in rapporto con i nipoti. Senza comunicazione non c’è vita. In questi anni abbiamo finto di pensare che la comunicazione fosse patrimonio della destra e che chi tra noi parlava di comunicazione in realtà fosse un potenziale traditore, un infiltrato del nemico. Recuperare una dimensione pulita e semplice di comunicazione partendo da un più accorto uso degli strumenti di proprietà del PD e dialogando con le realtà editoriali ad esso collegati sarà una nostra priorità. Inizieremo con l’obiettivo di spendere meno in comunicazione rispetto agli ultimi anni. Spendere meno, ma spendere meglio. E rendicontare tutto, ogni centesimo, attraverso la totale trasparenza delle spese. Se inizieremo noi, poi saranno costretti a farlo tutti. Inizieremo dai soldi raccolti con le primarie che a differenza del passato dovranno avere una destinazione e un utilizzo chiaro. Tutta la rendicontazione la metteremo su Internet, accessibile a tutti. Il PD non è l’obiettivo, è lo strumento. Noi non vogliamo chiudere le sedi del PD, anzi vogliamo spalancarle. Vogliamo cambiare l’Italia e il PD è lo strumento per questo.

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