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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Gianni Cuperlo

4. Il partito che vogliamo

Il PD deve pensare in grande. Deve progettare il futuro oltre le contingenze. Non si tratta di una fuga dalla realtà. Il buon governo dell’esistente, il riformismo concreto, la capacità di muovere i passi, anche piccoli, ma nella direzione giusta dell’uguaglianza, del lavoro, delle conoscenze e delle opportunità diffuse, sono condizioni vitali della buona politica. Non c’è azione riformatrice che non parta dai bisogni e dalle domande delle persone. E dalle risposte possibili. Ma in un tempo difficile, dove la crisi semina povertà, sfiducia, ribellione, si è aperta una frattura rischiosa tra chi è immerso nel governo del presente, condizionato dalle scarse risorse e dai limiti esterni, e chi reclama un domani migliore, non trovando però la mediazione della politica. Questa frattura attraversa il centrosinistra e ha costituito una delle ragioni dell’insuccesso elettorale. Non possiamo accettare che tante domande di cambiamento, benché parziali o incompiute, vengano spinte verso estremismi privi di sbocco. Il PD deve diventare molto più che un collegamento tra la società e le istituzioni. Il distacco, l’estraneità di oggi sono anche il risultato di una politica che ha finito per identificarsi, sino ad annullarsi, dentro le istituzioni. Costruire un nuovo partito vuol dire ribellarsi alla dittatura del presente, alla gestione ordinaria del potere, alla tendenza a occupare la società anziché rappresentarla.

Altro che piccoli passi. Dobbiamo avere una energia rivoluzionaria per cambiare il corso delle cose. La distinzione tra partito e governo non è una questione organizzativa. È una condizione per vincere. La vittoria non è conquistare il potere in una condizione di consenso precario o di sfiducia crescente verso la politica. La vittoria è il buon governo sostenuto da un partito che ha radici salde nella parte di società che vuole liberarsi, emanciparsi, dal bisogno e dall’oppressione della sua autonomia, nelle forze creative, consapevoli e vitali della società e dell’economia, che si fa attraversare dalle domande e dai conflitti. Negli ultimi vent’anni la destra ha pensato di colmare lo scarto di sfiducia con robuste iniezioni di populismo. Poi la protesta anti-sistema ha raccolto istanze di rinnovamento anche a causa della nostra debolezza, e tuttavia ha accentuato le pulsioni plebiscitarie e leaderistiche. Anche per questo la distinzione delle figure del candidato premier e del segretario del partito non può essere trattata come un cavillo. È una scelta politica e culturale. L’identificazione dei due ruoli non ha funzionato proprio perché il governo da solo non ce la fa. Il migliore di tutti noi da solo non ce la fa. Un partito forte ha bisogno di una leadership autorevole, ma la leadership non esaurisce la funzione del partito. Il partito non è un comitato elettorale permanente a servizio dei candidati alle varie competizioni elettorali. Questa concezione ha alimentato degenerazioni correntizie che rappresentano oggi malattie gravi del PD. La distinzione tra partito e governo aiuterà anche a formare gruppi dirigenti nuovi e plurali, a favorire il ricambio e una partecipazione attiva, ad aprire il partito a nuove forze civiche e sociali.

La cultura democratica del PD ha un potenziale enorme ed è un contributo importante alla famiglia dei progressisti europei. Il nostro orizzonte non è mai stato ridurre storie diverse a una storia sola. La ragione fondativa è costruire un partito nuovo per una sfida radicalmente originale. Una politica consapevole del proprio limite, ma al tempo stesso radicale nei valori e nel progetto di alternativa. Una politica laica, perché questo è il terreno del bene comune. Una politica ancorata alle domande di uguaglianza e di equità. E ai principi costituzionali. Una politica che intende confrontarsi sul destino della persona, e per questo è aperta al pensiero religioso e a ogni riflessione che cerca i nessi tra la coscienza del singolo, l’impegno per una società migliore e la domanda di futuro. Siamo oltre i tempi del “dialogo” tra la sinistra storica e il cattolicesimo democratico. Il PD è nato per dare nuova vitalità e sintesi alle culture personaliste e solidariste.

Dirigere il PD, a ogni livello, deve tornare ad appassionare. Non può essere la corvée in vista di un altro incarico, ma un impegno a cui dedicarsi senza riserve. È la condizione per ritrovare quella condivisione di sentimenti, valori, destino con tante e tanti che dalla politica oggi si sentono delusi. È la condizione per riportare il partito nei luoghi della sofferenza e del conflitto. Anche perché molto di buono è fuori da noi. E dobbiamo cercarlo nei comitati di quartiere, nelle associazioni e nei movimenti di base, nel lavoro volontariodi milioni di persone, riannodando così i fili della sinistra diffusa, del pensiero critico e delle donne, della radicalità cattolica. Non sarà il riformismo dall’alto a cambiare la nostra società. Dobbiamo dirlo con chiarezza: è stata questa un’illusione. Ora si deve correggere la rotta. La distinzione tra incarichi di partito, a tutti i livelli, e incarichi nei governi, a tutti i livelli, deve essere sancita come un impegno comune della rinascita del PD. Eliminare i doppi e tripli incarichi è una questione seria. Ed è anche un atto di trasparenza, di moralità che si deve in primo luogo a un popolo, il nostro, che pretende misura e
rigore nel momento in cui, dopo tanti errori, ci proponiamo di ripartire insieme. Dobbiamo costruire un partito vero, pure in un sistema che sembra avere terrore nell’usare questa parola, iscritta nella Costituzione e indispensabile ovunque al linguaggio democratico. Il dilemma non è tra partito pesante e partito leggero. Il problema è essere davvero un “soggetto” politico e non uno “spazio” senz’anima. La dissoluzione della rappresentanza del PD alle elezioni del presidente della Repubblica è una ferita ancora aperta. E non a caso parliamo di un congresso di rigenerazione e ripartenza. Un partito intelligente, aperto, democratico. Il PD deve ridare sostanza a una democrazia schiacciata dall’erosione della sovranità nazionale, dall’apparente primato della “tecnica”, dal peso della finanza e degli interessi più forti. Per farlo deve riconoscere la ricchezza straordinaria di idee e intelligenze che la società contemporanea racchiude al suo interno. E al tempo stesso deve sapere che la fatica della democrazia non può risolversi in una consultazione telematica permanente degli individui. Il PD deve contrastare l’idea che le scelte per il governo della cosa pubblica possano essere appannaggio di una ristretta élite di monopolisti dei saperi e della scienza dell’amministrazione, ma deve essere rigoroso nel rifiutare la demagogia e l’improvvisazione e attingere sempre alle competenze migliori.

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