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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Gianni Cuperlo

Bisogna puntare sulla crescita dimensionale e sull’innovazione tecnologica; incentivare le produzioni sostenibili (a partire dalla mobilità); investire sulle reti digitali; riqualificare le aree urbane; volgere all’efficienza energetica l’edilizia e sviluppare in modo diffuso le energie rinnovabili; mettere in campo una vasta opera di difesa e valorizzazione dell’ambiente e del territorio; sviluppare filiere agro-alimentari di qualità nella prospettiva dell’integrazione mediterranea; avviare una moderna industria culturale, non solo turistica; favorire i servizi avanzati e l’impresa sociale, come veicolo di integrazione, anche tra generazioni, per una civiltà della convivenza e del benessere; investire in formazione e strutture scolastiche. Il miglioramento dei servizi pubblici può diventare anche una leva occupazionale per i giovani.

Pensiamo a un’Italia che riscopre il modello di un’economia civile con l’impresa responsabile motore di crescita e incubatrice di capitale sociale e cooperazione. I semi di queste tendenze sono diffusi, basta cercarli. Abbiamo giovani, studenti, ricercatori, e tra questi moltissime donne, che non temono confronti, eccellenze nei campi della creatività, della network science, in tanti settori della produzione innovativa. Forze che hanno scoperto il modo di reagire alla crisi creando nuovi lavori e persino stili di vita. Gente ‘speciale’, nel senso letterale del termine, che sta invadendo i campi della rete, che promuove scelte di sostenibilità ambientale e di una diversa responsabilità verso la comunità. Entrare in una fase nuova vuol dire per prima cosa non isolare queste forze, aiutarle a tagliare i loro traguardi e soprattutto farne un sistema ambizioso in cui l’efficienza sia orientata al bene comune, alla ‘felicità’ pubblica. Per riuscire in questo bisognerà fare perno su termini come reciprocità e gratuità, in una logica dove non esista solo il “dare per avere” o il “dare per dovere”. Le nostre società vedono l’emergere di nuovi bisogni quasi ogni giorno. Il vecchio intervento pubblico non può farvi fronte da solo. Non è tanto questione di costi o risorse insufficienti, che pure pesano. È la presa d’atto dell’esistenza di una domanda di beni relazionali come l’amicizia o la fiducia. È la strada di un nuovo welfare civile capace di salvare l’universalismo senza cedere all’assistenzialismo. Qui c’è uno spazio enorme per il Terzo settore e per le sue organizzazioni. Non parliamo di utopie filantropiche, ma di una realtà che in Italia, solo nell’ultimo decennio, ha rappresentato il settore che ha meglio retto l’urto della crisi con oltre un milione di occupati e quasi cinque milioni di volontari.

Lasciarsi alle spalle la destra e la sua stagione significherà anche potersi finalmente occupare di giustizia per tutti e non per uno solo, poter guardare il funzionamento del sistema giudiziario dal punto di vista delle imprese e dei cittadini, in particolare dei più deboli, e non della pretesta di impunità dei potenti. Aver difeso strenuamente il principio dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e l’autonomia della magistratura in questi anni non siignifica difendere il modo in cui oggi funziona il servizio giustizia in Italia. La priorità di una politica seria è costituita certamente da un radicale interventosui tempi e sulle modalità di funzionamento della giustizia civile, che oggi costituiscono un pesante disincentivo agli investimenti economici e alla possibilità di fare impresa in modo trasparente e pulito. Ma accanto a questo, c’è l’urgenza della riforma della custodia cautelare, la depenalizzazione dei reati minori e il superamento delle fallimentari leggi manifesto della destra (la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Fini-Giovanardi sulla droga, la ex-Cirielli sul versante dell’inasprimento delle pene): sono le precondizioni per alleggerire l’ingolfamento dei tribunali e affrontare la drammatica emergenza carceraria, vergogna del nostro Paese.

L’amnistia e l’indulto, che in ogni caso non potranno riguardare reati fiscali o di particolare allarme sociale, vanno prese in considerazione al termine di questo percorso, dopo aver affrontato in modo strutturale il problema del sovraffollamento delle carceri che il Presidente Napolitano ha giustamente denunciato nel suo messaggio coraggioso al Parlamento. Su queste basi una moderna sinistra di governo, che non può che fare del garantismo e del rispetto diritti umani una delle sue stelle polari, non può avere esitazioni, né cedimenti a facili populismi. Per chiedere all’Europa di fare la sua parte, l’Italia deve cominciare da
se stessa, cambiando le proprie norme sull’immigrazione. La Bossi-Fini va abolita e sostituita con una nuova legge. Il reato di immigrazione clandestina va cancellato. Va garantito un corridoio umanitario per profughi di guerra e perseguitati politici. I bambini, figli di immigrati e nati nel nostro Paese, devono potersi dire italiani: è questa una norma di civiltà il cui significato va oltre la legge. Anche per questo, oltre che per una ragione democratica e culturale, che ci ricorda che parte della nostra identità nazionale è stata costruita dai milioni di emigranti che il nostro Paese ha sparso nel mondo, il contributo di milioni di immigrati regolari al nostro Pil va accompagnato all’esercizio dei diritti civili fondamentali, cominciando dall’accesso al voto.

La nostra profezia è la promozione della dignità di ognuno, nel mondo e nelle nostre città. Questa scelta non ha solo a che fare con la tutela dei diritti delle minoranze ma è una leva decisiva e formidabile di crescita dell’economia e di coesione della società come confermano tutti i paesi che hanno investito sulla democrazia e su una qualità migliore della cittadinanza.

Dire ognuno significa vederlo, nominarlo, sempre e ovunque: portatori di diverse abilità, chi soffre nelle carceri o nei centri di reclusione dei clandestini, chiunque sia discriminato e perseguitato in ragione della sua condizione, magari perché è anziano, solo con una pensione minima e non autosufficiente. O per chi arriva migrante da paesi lontani. O per il colore della pelle e la sua religione. Le tragedie dell’Europa del ‘900 insegnano che non dobbiamo dimenticare che la “banalità del male” cova sotto le ceneri. Ma c’è una premessa. Perché alla fine forse tutto di lì ha inizio: il rispetto dei diritti umani delle donne, l’inviolabilità del loro corpo come antidoto alla legge dei più forti. Anche il nostro presente è segnato da quell’antico conflitto che ora mostra forme e volti inediti, il conflitto per il potere, il dominio sull’autonomia, sulla libertà delle donne. Una vera e propria strage delle innocenti che trascina i destini dei minori e dei bambini. L’uguaglianza e la libertà delle donne come condizione di contrasto a ogni differenza e discriminazione. Anche per questo è indispensabile riprendere il filo dei diritti umani per scrivere la stagione della “rivoluzione globale della dignità”. La grande e concreta profezia di un partito per una democrazia a cui non venga sottratto alcun potere. Deve essere netto l’impegno del PD per un confronto pubblico permanente sui temi di civiltà. Deve essere un programma la cui bussola siano laicità e dialogo. Solo così, con una alternativa da costruire fin da adesso, potremo essere credibili nei nostri sì. Sì a una legge organica contro il femminicidio, sì a una legge saggia sulla fine vita, sì ai diritti e doveri per coppie di fatto omosessuali, sì al miglioramento della legge contro l’omofobia, sì alla piena applicazione della 194, sì a un nuovo testo per la fecondazione assistita, sì alla cittadinanza, si a estensione di tutele per le donne in maternità. Sì a una battaglia contro ogni discriminazione. Tutto questo non è un elenco di voci, ma un modo di pensare e governare la società. Nulla del resto può compensare il venir meno delle narrazioni sul significato della storia se non la potenza di un nucleo di libertà e doveri fondamentali che percorre il mondo segnando la strada di una pienezza della dignità. Forse nessuno più del cardinale Martini ha avuto la forza di condurre questo pensiero a sintesi: “Chi è orfano della casa dei diritti, difficilmente sarà figlio della casa dei doveri”. Sono i termini morali di un ‘nuovo corso’. Sono parte fondamentale della rivoluzione dell’uguaglianza che è oggi per noi rivoluzione della dignità.

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