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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Gianni Cuperlo

All’interno di un percorso europeo condiviso, il primo terreno su cui sperimentare un’alleanza fra capitale e lavoro che consenta di redistribuire a favore dei settori produttivi il reddito di cui si è appropriata la rendita finanziaria è quello dei beni comuni, la cui missione deve tornare a essere la fornitura di beni e servizi a cittadini e imprese con l’obiettivo di aumentare il benessere collettivo e non quello di cercare solo il profitto d’impresa. La nostra proposta prevede che le grandi società di gestione delle reti di servizi (telecomunicazioni, energia, acqua, trasporti) possano progressivamente integrarsi su scala europea e regolare la propria azione sulla base di un nuovo diritto speciale europeo, diverso dal diritto societario e dalle regole di borsa. Bisogna inoltre migliorare l’efficienza dei mercati delle merci e dei servizi, liberalizzare le professioni, colpire le corporazioni. Vi è qui una delle più importanti eredità riformatrici dei precedenti governi di centrosinistra, da riprendere e sviluppare.

L’obiettivo è promuovere gli investimenti. La sfiducia diffusa nel ruolo dello Stato ha portato a sottovalutare il ruolo cruciale che esso ha giocato nei casi più rilevanti di crescita guidata dall’innovazione. Ciò è vero per gli Stati Uniti e per la Germania, per citare due esempi rilevanti in cui i governi non si sono limitati a garantire condizioni favorevoli all’innovazione o investimenti in capitale umano, ma hanno fornito e continuano a fornire supporto diretto all’attività innovativa. Investire direttamente in ricerca di base e applicata e promuovere il trasferimento tecnologico dagli enti di ricerca al mondo dell’impresa è una condizione essenziale per rilanciare la crescita, troppo a lungo sottovalutata dalle politiche pubbliche. Occorre inoltre valorizzare i punti di forza del nostro sistema produttivo, raddoppiare gli sforzi per la promozione di settori come l’agroalimentare, con tutte le filiere di terra e cibo, e la meccanica di precisione, che non hanno fatto argine alla crisi; ripensare logistica e sostenibilità di comparti tradizionali che invece non hanno retto l’urto, ma restano strategici, come la siderurgia o la chimica, e metterli in rete con quell’altra economia, figlia della rivoluzione digitale che oggi consente di ricomporre la mente e la mano superando definitivamente un secolo di cultura fordista. Internet non è solo un’innovazione tecnologica, ma sociale, un modo diverso di entrare in relazione, di pensare e di produrre cose, sapere, significati. È già il tempo dell’internet delle cose e questa è un’opportunità straordinaria per il Paese del ‘saper fare’ per eccellenza. La strada che si apre davanti a noi è quella del made in Italy digitale, dell’innovazione che contamina la tradizione e la reinventa. Dobbiamo innalzare il contributo digitale al Pil, mobilitando i grandi comparti dell’economia nazionale, dal design alla moda, all’arredamento, all’enogastronomia. L’Italia deve puntare alla prima fila nelle produzioni “intelligenti” e nelle nuove culture digitali. Una politica che abbia lo sguardo lungo deve attrezzarsi per sostenere le imprese che autoproducono o co-producono il proprio software, specie se lo fanno attraverso soluzioni open source che garantiscono accesso diffuso. Con un patrimonio culturale e storico come il nostro il digitale può avere un impatto dirompente nella selezione dell’offerta culturale; nella produzione di servizi legati al design; nel ripensare vocazione e sviluppo dei media a partire da quelli pubblici; fino alle soluzioni di realtà virtuale per il nostro patrimonio artistico. Anche la scuola può ripensare il rapporto col mondo del lavoro prevedendo, sull’esempio della riforma tedesca, la sperimentazione di forme di artigianato digitale.

Altro tema chiave del nostro tempo è la sostenibilità sia ambientale che sociale e dello sviluppo. Per troppo tempo la politica, i settori produttivi, il comune sentire hanno percepito la tutela dell’ambiente come elemento di conservazione, come ostacolo alla crescita e alla modernità. Con la crisi si è definitivamente infranta l’illusione di uno sviluppo senza regole, di una produzione fondata sul consumo dissennato delle risorse e del suolo. È necessaria una nuova visione. Un nuovo equilibrio fra economia, società, ambiente e istituzioni. Un Paese come l’Italia deve assumere tre grandi opzioni strategiche, che possono diventare grandi direttrici di crescita e di lavoro: sviluppo della green economy, produzione di energie rinnovabili e tutela della biodiversità. Ma l’Italia deve anche affrontare, con visione strategica, la vera emergenza nazionale della difesa del suolo e della sicurezza idrogeologica. La più grande sfida nazionale dei prossimi vent’anni è una grande opera di riassetto del territorio: infrastrutture ambientali che mettano in sicurezza dal rischio idrogeologico, interventi di prevenzione dai rischi legati ai progetti di trasformazione del territorio. Vanno trovate le risorse che servono, perché i mancati interventi di prevenzione ambientale, rischiano di generare un costo molto più alto poi per riparare i disastri. Il deterioramento del territorio, le conseguenze dei cambiamenti climatici, la cattiva gestione dell’acqua e dei rifiuti, produrranno spese insostenibili se non avremo preso misure adeguate in tempo. L’ambiente non è affare di élite: è l’occasione per un grande processo di democratizzazione dell’economia e della società. Si possono, si devono coinvolgere le comunità locali nei processi decisionali di trasformazione del territorio. Le consultazioni pubbliche, serie, regolate e responsabili, su questioni di rilevanza ambientale, comprese le grandi opere, collocheranno il Paese sulla frontiera internazionale del progresso democratico e aiuteranno a superare i troppi stalli decisionali. Anche su queste forme di “democrazia di prossimità” dobbiamo giocare il rinnovamento del PD.

La crisi ha colpito duramente il Paese in ogni sua parte, ma nel Sud ha scaricato gli effetti sociali più drammatici: l’inoccupazione di massa e le nuove povertà, la desertificazione produttiva e la fuga dei giovani. Sono stati anni di abbandono, di dimenticanza, di rimozione. Abbiamo fatto fatica, anche a sinistra, a pronunciare la parola “Sud”. A riempirla di senso, di forza politica. La questione meridionale è diventata una questione dei meridionali, o ridotta a questione criminale, come se i temi della moralità pubblica, della legalità e delle mafie, non riguardassero ormai da tempo l’intera penisola. I governi a trazione nordista della destra sono stati i più antimeridionalisti della storia della Repubblica. Ma il problema riguarda l’Italia tutta, l’intera sua classe dirigente, i grandi mezzi di comunicazione che nell’ultimo ventennio hanno rimosso il Mezzogiorno. Il Sud è invece la frontiera europea della crisi. Solo da queste aree si potrà avviare una ripresa, durevole, solida, dello sviluppo del continente. Questo è ancora più vero per l’Italia, che ha nel Sud il suo maggiore potenziale di sviluppo e che invece senza Sud non sembra avere margini per rilanciare davvero una nuova crescita. Abbiamo bisogno che torni una visione politica d’insieme sul Mezzogiorno, che non può più essere surrogata dalla frammentazione di interventi finanziati coi fondi strutturali.

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