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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Gianni Cuperlo

La spesa pubblica va riqualificata e non ridotta. Al netto degli interessi è già sensibilmente inferiore, in termini pro capite, a quella di Germania, Francia e Regno Unito, particolarmente in comparti come l’istruzione, la sanità, la ricerca, le politiche sociali. Il vero problema della spesa pubblica italiana non è la sua entità, ma la sua profonda inefficienza e la sua distribuzione. Per questo va riqualificata e riallocata. Rimuovendo le cause di sprechi e inefficienze, a cominciare dall’interferenza della politica nella pubblica amministrazione e dalla moltiplicazione dei centri di spesa. In quest’ottica occorre ripensare il titolo V della Costituzione, la cui riforma, nonostante esempi virtuosi, ha contribuito in modo rilevante ad aumentare l’inefficienza del sistema pubblico. Occorre invece aumentare le risorse per comparti strategici come la scuola, l’università, la ricerca, risolvendo anche i problemi della stabilizzazione dei precari della Pubblica amministrazione e dell’inserimento dei vincitori e idonei di concorso. Bisogna superare il problema degli esodati e introdurre un criterio di flessibilità nel sistema pensionistico per facilitare l’uscita graduale dal lavoro; intervenire sulle pensioni d’oro bloccandone l’adeguamento al costo della vita per sostenere le pensioni più basse, sulle quali ogni taglio è moralmente inaccettabile. La pressione fiscale è al limite massimo e il carico fiscale va redistribuito . Anzitutto bisogna aggredire l’evasione fiscale che in Italia è doppia rispetto alla media europea. Ciò richiede un patto tra il governo e i cittadini per un fisco più equo e servizi migliori. Un patto fondato su controlli, tracciabilità, sanzioni, ma anche sulla promozione dell’adempimento spontaneo e su interventi che affrontino le difficoltà di quanti si ritrovano ‘strangolati’ da una tassazione insostenibile. La pressione fiscale va rimodulata tra chi non paga le tasse e chi ne paga troppe, ma anche tra il lavoro, le rendite e i patrimoni, che sono tra i meno tassati d’Europa. L’obiettivo è diminuire la tassazione sul lavoro e sulle imprese per aumentare il reddito disponibile delle famiglie, per dare impulso agli investimenti e alla competitività, per favorire l’occupazione partendo dalle situazioni più deboli nel mercato del lavoro: i giovani, le donne, gli over 50 e i disoccupati di lungo periodo. La riduzione del debito non può passare per un aumento della pressione fiscale, ma per il rilancio della crescita. Per accelerarla è giusto pensare a dismissioni di una parte del patrimonio pubblico innanzitutto immobiliare, ma non sono accettabili scelte che portino a perdere il controllo dei grandi asset strategici del Paese come Eni, Enel, Finmeccanica, Poste.

La pubblica istruzione è la colonna vertebrale della nazione italiana . Da un secolo e mezzo la nostra penisola è unificata dalla scuola e dall’università pubbliche. Ora è il tempo di immaginare e praticare una formazione continua che si sviluppi lungo le diverse fasi della vita. Ogni mattina gli studenti italiani e i loro docenti costruiscono il nostro futuro. Grazie a questa grande comunità di studenti, di docenti e di studiosi l’Italia, che ha dato vita all’umanesimo moderno e alla scienza sperimentale, continua a essere uno dei protagonisti del mondo. Ma nell’ultimo ventennio la crisi che ci ha attraversato ha messo in difficoltà il nostro sistema d’istruzione: non si è trattato solo di un ridimensionamento delle risorse economiche. È aumentato l’abbandono scolastico e sono diminuiti gli studenti universitari in particolare nelle aree meridionali e tra i ceti più bassi. Soprattutto si è diffusa una corrente di pensiero secondo cui l’istruzione pubblica rappresenterebbe una categoria ormai superata, da sostituire con un sistema di mercato in grado di valorizzare meglio i gruppi sociali e le tradizioni più forti. La precondizione per premiare davvero il merito è contrastare le esclusioni di classe. Il nostro sistema formativo può uscire dalle sue difficoltà solo scegliendo in modo definitivo il modello europeo. Nel nostro continente la scuola e l’università si fondano su una solida prevalenza di istituzioni pubbliche e autonome; l’istruzione è universale, finanziata dalla fiscalità generale, rivolta a tutti i giovani, con strumenti robusti di diritto allo studio; i percorsi di studio terminano con titoli riconoscibili e comparabili tra le diverse nazioni del continente; la formazione e la ricerca hanno le loro radici in una tradizione culturale e scientifica che si rinnova continuamente, e che viene messa al servizio dello sviluppo della persona e della sua integrazione nella comunità. La ricerca non è un lusso. I Paesi che hanno reagito meglio alla crisi sono quelli che hanno investito di più in ricerca e innovazione. Negli ultimi anni la Germania ha aumentato i finanziamenti alla ricerca del 15%. L’Italia li ha ridotti del 20. Per la scuola, l’università e la ricerca italiana è arrivato il momento di scegliere l’Europa. Abbiamo bisogno di nuove ed efficienti politiche pubbliche per rafforzare il nostro sistema produttivo e favorire una concorrenza sana e regolata. Una nuova politica industriale non deve riproporre ricette invasive di capitalismo pubblico, ma usare gli strumenti delle garanzie pubbliche, delle partecipazioni al rischio, degli incentivi alla ricerca. Anche alla luce di un giudizio critico sulle privatizzazioni degli anni Novanta, che hanno visto un capitalismo privato incapace di occupare lo spazio lasciato libero dallo Stato, oggi occorre rafforzare le aziende italiane, sperimentando all’occorrenza in modo pragmatico nuove forme di intervento pubblico nella compagine azionaria dei grandi complessi strategici. Un intervento pubblico, per quanto è possibile transitorio, animato da visione strategica, orientato da obiettivi di integrazione internazionale e sviluppo e non dal mero presidio dell’esistente.

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