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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Gianni Cuperlo

Il Partito Democratico in Europa con i socialisti e i progressisti per il dialogo e la pace.
Questo percorso di rinnovamento ha senso solamente in un orizzonte europeo. Per noi la costruzione di un’Europa politica e sociale oggi è la sfida fondamentale. È la condizione per la salvezza dell’Italia, per la riconquista di uno spazio per la democrazia, per promuovere un ordine mondiale più democratico e soprattutto più giusto. Per questo il PD che scegliamo è un partito europeo. Orgoglioso della sua identità originale e frutto dell’incontro tra culture e tradizioni del riformismo italiano. Ma schierato saldamente nella sinistra e nel centrosinistra europei, e capace per questo di portare l’Europa al centro della politica italiana e del suo discorso pubblico. Il nostro sostegno alla candidatura di Martin Schulz alla presidenza della Commissione punta a far emergere un sistema politico europeo e affermare una novità cruciale per dare una diversa legittimità democratica alle istituzioni dell’Unione. Ma deve anche costituire l’occasione per completare il percorso avviato con la costituzione del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo: collocando i democratici italiani nel PSE, e al tempo stesso contribuendo al suo allargamento e rinnovamento. Per questo proponiamo che il PD partecipi al Congresso del PSE che nel prossimo febbraio ufficializzerà la candidatura alla Presidenza della Commissione, e in quella sede concorra alla costituzione del Partito dei socialisti, dei progressisti e dei democratici europei. Noi sosteniamo Enrico Letta con lealtà e autonomia. Ma la nostra responsabilità è incalzare il governo sul lavoro, la lotta alle povertà, l’equità nello sviluppo. La scelta del governo di servizio non è stata facile anche perché è nata da un rovesciamento della nostra proposta elettorale. La ragione del nostro impegno sta anzitutto nell’emergenza sociale e nella necessità di realizzare alcune prime riforme a partire dalla legge elettorale. Un’altra elezione dall’esito nullo rischierebbe di delegittimare lo stesso edificio costituzionale. Il PD deve sollecitare il governo affinché realizzi i presupposti sociali e istituzionali del cambiamento. Il governo non continuerà a ogni costo. Il suo orizzonte temporale è la conclusione del semestre italiano di presidenza europea. Ma bisognerà dare battaglia perché la legislatura produca risultati positivi in termini di sviluppo economico, redistribuzione di opportunità e redditi, lotta alle povertà, affermazione del principio di legalità. E tutto ciò a partire dalle modifiche necessarie alla legge di Stabilità che può essere migliorata non solo nella struttura ma anche nella dimensione. E’ positivo infatti che per la prima volta da molti anni la manovra dia più di quanto toglie. E tuttavia crediamo vi siano alcuni punti fermi. Garantire le pensioni sino a sei volte il minimo e non penalizzare ulteriormente chi per la crisi ha già pagato un prezzo pesante. Chiudere la vergogna degli esodati. Rafforzare l’intervento sulle politiche sociali e di contrasto alla povertà. Concentrarsi sul rilancio della domanda interna, aiutando i redditi più bassi (anche con un’azione mirata e selettiva della riduzione del cuneo fiscale sul lavoro per i giovani e le donne). Inoltre si deve prendere atto che i vincoli europei offrono maggiori margini di azione. Portando il deficit dal 2,5 previsto al 2,7 (quindi sempre al di sotto del 3%), si potrebbero destinare circa 3miliardi agli esodati, all’occupazione giovanile e a un programma straordinario di investimenti per la messa in sicurezza del territorio e delle scuole che avrebbe un impatto virtuoso sulla crescita e l’occupazione senza compromettere e anzi rendendo più sostenibile il percorso di riduzione debito/Pil. Il governo è un bisogno per l’Italia ma non annulla un terreno di battaglia politica con la destra. Il PD deve affermare le proprie ragioni e priorità nell’azione parlamentare.

Dobbiamo da subito costruire il cambiamento. L’orizzonte politico del PD non sono le larghe intese come strategia, né un neocentrismo esplicito o camuffato. E neppure il sogno dell’autosufficienza. Lavoriamo per una moderna democrazia dell’alternanza, fondata su grandi partiti di tipo europeo. Dobbiamo fare più grande il PD, essere perno e motore di una grande alleanza civica, politica e sociale, coinvolgendo le forze del lavoro, dell’impresa, della conoscenza, della società che si organizza. Di questa alleanza il sindacato è interlocutore essenziale, e le recenti intese con gli imprenditori dimostrano come la crisi rilanci urgenza e potenzialità del patto sociale. Il PD rispetta l’autonomia sindacale: la riteniamo parte di un sistema più ampio di autonomie e partecipazione che oggi non si può scindere dall’idea stessa di democrazia, e dunque vogliamo aiutare quel processo unitario che molto può dare al Paese. Di riforme c’è bisogno, eccome. Per rafforzare la Costituzione, non certo per allontanarsene. Le soluzioni presidenzialiste sono estranee alla nostra storia e rischiano di spingerci verso esiti populisti. Benché si presenti come una semplificazione, la proposta del cosiddetto sindaco d’Italia si inserisce nel solco di quel presidenzialismo che non è la risposta ai problemi dell’Italia. Molti paesi europei, pure con sistemi tra loro diversi, dimostrano che le forme di governo parlamentare non ostacolano governi forti e leadership autorevoli. E ciò sempre con partiti responsabili, mai costretti a improbabili alleanze artificiose per conquistare premi di coalizione. Tenendo la barra della manutenzione costituzionale, accantonando definitivamente i propositi di una nuova Carta coltivati a lungo dalla destra, si può uscire dall’incubo dell’ultimo ventennio. Ovviamente, la premessa irrinunciabile è una legge elettorale che cancelli la vergogna del Porcellum. Noi continueremo a batterci per il maggioritario a doppio turno di collegio. Ma comunque con le vecchie regole non si deve più votare. È questo un impegno solenne che il PD deve assumere coi propri iscritti ed elettori. L’ipotesi di una riforma che preveda il ballottaggio eventuale tra i due partiti, o coalizioni, meglio piazzati al primo turno, è un buon terreno di lavoro. In ogni caso, le intese vanno cercate nel quadro di un rafforzamento della forma di governo parlamentare, sul modello del cancellierato o del governo del primo ministro. È necessario il superamento del bicameralismo paritario e la riduzione del numero dei parlamentari, da affiancare alla riforma del titolo V e alla istituzione di un Senato delle Regioni e delle Autonomie. Lo sviluppo anomalo del federalismo italiano è stato uno dei fattori che hanno contribuito a portare la spesa pubblica fuori controllo, ad aumentare inefficienze e clientelismo.

Bisogna costruire l’alternativa di un nuovo centrosinistra. Non una semplice alternanza di governo dentro i binari dell’ortodossia liberista. Il cambiamento ci sarà comunque: la sfida della sinistra è dargli un esito democratico, sottrarlo alla sovranità delle oligarchie e tecnocrazie, imprimergli un contenuto sociale. Dobbiamo raccogliere e fare nostro l’appello di Papa Francesco per vincere la “globalizzazione dell’indifferenza”. Questa è la partita storica che abbiamo di fronte: o la democrazia saprà rinnovarsi, costruendo una nuova sovranità dei cittadini, oppure il potere abbandonerà le istituzioni rendendoci tutti sudditi. Bisogna pensare, progettare una svolta profonda che affronti i nodi irrisolti del Paese. A partire dal Sud, che è l’avamposto della crisi e costituisce oggi la più drammatica delle nostre fratture sociali. Il legame tra questione democratica e questione sociale resta inseparabile. Per tornare a crescere bisogna ricomporre l’unità della nazione. La prova è redistribuire fiducia, non solo redditi e opportunità. Sono i cardini di una democrazia sociale che vuole portare l’articolo 3 della Costituzione nel cuore della costituzione materiale del Paese.

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