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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Gianni Cuperlo

Deve riconoscere l’autonomia della scienza e la forza del suo metodo critico, respingendo ogni chiusura ideologica. Sfidando però l’egemonia delle culture conservatrici, elaborando soluzioni nuove e restituendo identità e senso alla sinistra. Per questo il PD deve ripensare il suo modo di essere e organizzarsi, e dare vita a forme nuove di discussione, elaborazione collettiva e decisione lungo le linee tratteggiate con serietà dalle note elaborate nei mesi scorsi da Fabrizio Barca e da altri contributi. Una democrazia pensante e deliberante, fondata sul confronto dei punti di vista, lo studio dei problemi, la ricerca di soluzioni comuni e la definizione di procedure rigorose per le decisioni. Una democrazia capace di sfruttare fino in fondo le potenzialità enormi della rete, per articolare e allargare la partecipazione e snellirne tempi e forme. Ma una democrazia ancorata ai territori e ai luoghi di lavoro e di studio, e fondata sul confronto con le persone, sul dialogo, sull’amicizia e sulla riscoperta di un sentimento di comunità. Il PD deve dotarsi a ogni livello di organismi dirigenti ristretti e autorevoli, e al tempo stesso coinvolgere direttamente i propri iscritti
nell’elaborazione dei programmi e nelle decisioni. Deve rispettare il pluralismo, ma contrastare la piaga del correntismo, privilegiare sempre passione, impegno e competenza. Il PD deve restituire senso all’adesione attribuendo più peso ai propri iscritti e promuovendone la formazione. Ma deve evitare ogni chiusura, dando vita a una comunità di democratiche e democratici aperta a un dialogo permanente con la società, coi suoi corpi intermedi e con i movimenti, anche con la costituzione di consigli del lavoro e della formazione.

Una riforma della struttura, dell’organizzazione, delle regole interne al PD è necessaria . Si tratta di scelte organizzative che hanno un valore politico.

1) Organismi più snelli, in grado di discutere e decidere, da comporre con un’ampia rappresentanza eletta dai territori.

2) Eliminazione di doppi e tripli incarichi, con la previsione di una rotazione nelle funzioni.

3) Rilancio dei circoli, a partire da un maggiore investimento di risorse sui livelli locali. È un obiettivo da tenere fermo anche nel quadro di un ripensamento del finanziamento pubblico che resta, in ogni caso, un presidio di democrazia e libertà affermato in tutta Europa.

4) Istituzione di consultazioni periodiche, anche referendarie, su temi specifici o su questioni di indirizzo.

5) Patti di consultazione e collaborazione con associazioni, comitati, movimenti civici.

6) Azioni positive per la promozione nei gruppi dirigenti e nelle istituzioni di un pluralismo sociale e culturale.

7) Conferma del principio della democrazia paritaria, che resta scolpito e dal quale non si torna indietro.

8) Più forte investimento sulla formazione di iscritti, militanti, dirigenti.

9) Un nuovo modo di vivere la rete, non solo come strumento di scambio o propaganda, ma come la più formidabile opportunità per ripensare i luoghi fisici – i nostri circoli – e quelli immateriali dell’impegno e della partecipazione. Costruire una “rete di reti” può diventare un trampolino verso un partito-rete che trasforma il rapporto tra centro e periferie.

10) Ridare valore alla tessera. Agli iscritti deve essere riconosciuto un potere di intervento, di decisione, di controllo, anche perché sono la forza e il presidio della nostra autonomia, sono gli anticorpi che in questi anni hanno fatto argine a un’idea della politica proprietaria e personale.

La nuova Assemblea nazionale eletta dal Congresso deve impegnarsi ad aprire intorno a queste e altre proposte sulla forma partito una discussione che coinvolga gli iscritti e si concluda entro un anno con una Convenzione per il nuovo PD che affronti e vari le necessarie riforme organizzative e statutarie.

L’etica per un partito è tutto. È molto più di un buon programma di governo. È una veste che deve tornare a coprire ogni cosa che riguardi un soggetto politico: l’uso delle risorse, l’entità dei compensi, la coerenza con cui si perseguono obiettivi e si affermano idee, lo stile nel dire e nel fare, la sobrietà dei singoli, la trasparenza nelle nomine, l’onorabilità nell’esercizio di una funzione pubblica. Accanto all’etica dobbiamo riscoprire anche un’autonomia che è forza responsabile. Non distacco, né indifferenza, piuttosto la “distanza” che arricchisce la prospettiva, dà profondità, indipendenza e consente una vera libertà di scelta nel perseguire l’unico interesse che conti: quello comune. Ma la parola che più ci è necessaria è forse la più scontata di tutte, e anche la più negletta dai nostri tempi: onestà. Umberto Saba disse una volta: “Ai poeti resta da fare la poesia onesta”. Ai politici resta da fare una cosa sola: la politica onesta. Potrebbe sembrare troppo poco, il minimo dovuto. Ma l’onestà, per la politica, è la fedeltà alle proprie parole, alla propria visione, a se stessi. Ecco una bella sfida per il PD di domani: fare ciò che, a partire da un certo punto in avanti, non siamo più stati capaci di fare, ma è, al tempo stesso, ciò che da sempre si pone come compito a ogni politica: dire chi siamo, in cosa crediamo e per cosa ci battiamo. E poi farlo davvero, ogni giorno. È tale la grandezza etica racchiusa in questo proposito, che, raggiunto, basterebbe da solo a far parlare di rivoluzione.

Foto: Gianni Cuperlo apre la campagna elettorale per le primarie del Partito Democratico,
18 ottobre 2013 (Roberto Monaldo / LaPresse)

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