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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Il tatticismo esasperato di chi si dispone sempre a giocare (male) nel campo altrui, la politica cumulativa e contabile delle alleanze larghe e variabili, l’attitudine sistematica, ora tacita ora apertamente teorizzata, al compromesso politico e culturale con l’avversario come condotta preventiva e predittiva (tanto da soli non si vince…), la familiarità con la sensazione di non contribuire più alla formazione di una struttura di comunicazione con interessi sociali definiti, ma alla difesa di apparati autoreferenziali, la convivenza pacifica con la consapevolezza di aver perso la famosa «connessione sentimentale» con la base nel disprezzo plateale delle sue richieste: tutto ciò è stata la lunga traversata nelle istituzioni di deliberazione pubblica e di governo di una classe dirigente che ha fatto del suo essere post la cifra riassuntiva del suo lungo percorso di esaurimento politico, culturale e in alcuni casi persino morale.

I postumi rimuovono la propria storia. La mettono da parte senza farci davvero i conti. Finiscono per buttar via i bambini, e lasciar lì l’acqua sporca. I bambini sono i sogni, le speranze, la tensione verso la libertà e l’uguaglianza delle generazioni prima di noi e alcune straordinarie elaborazioni che ancora potrebbero parlare al nostro presente. L’austerità di Berlinguer, così diversa dall’austerity che oggi ci viene rappresentata, o il modo in cui Aldo Moro reagì alla rivoluzione del sessantotto. L’acqua sporca è l’idea del potere come fine ultimo dell’azione politica, che giustifica i mezzi e mette tra parentesi i fini e gli obiettivi di trasformazione. La seconda patologia della memoria (e dell’identità) della sinistra italiana è la rimozione. Che esista una dimensione benefica dell’oblio è indubbio: senza dimenticare parti del nostro passato, non potremmo avere coscienza attuale di noi stessi e della nostra vicenda biografica. La rimozione però è un’altra cosa: come l’amnesia, non è una misura corretta dell’oblio, necessaria alla sopravvivenza, ma una riduzione della capacità di ricordare, è la traccia di un trauma che non è possibile portare alla coscienza senza patirne, ma che è altrettanto impossibile ignorare senza portarne i sintomi.

La postumità e la rimozione ben definiscono gli errori compiuti in questi anni dal Partito democratico. Il rischio che alcuni rimedi alla lunga si rivelino peggiori del male, perché delle due cause della malattia sono troppo debitori, è molto alto. La ‘rottamazione’, come espressione (non a caso) meccanica e a tratti luddista delle sacrosante istanze di rinnovamento anagrafico del personale politico, di aggiornamento cognitivo della sua visione della società e di inevitabile redde rationem in merito a precise responsabilità per gli insuccessi elettorali, è una terapia d’urto che si applica troppo a ridosso del problema: è la figlia primogenita del fallimento tanto della rimozione che della postumità. La rottamazione senza originalità di progetto è un’illusione, che assembla le sue politiche come il suo pantheon di dei ed eroi.

Eppure l’Ulivo, una generazione fa, ci aveva spiegato che era possibile immaginare qualcosa di nuovo, partendo da ciò che c’era già. Eppure in questi anni non sono mancati rilanci e ripensamenti.

 

IL POPOLO DEMOCRATICO

Il Partito democratico, fondato per unire e trasformare in qualcosa di nuovo il meglio della storia cattolica, di quella comunista e di quella socialista e liberale, è diventato la riunione degli epigoni delle sue culture di appartenenza, finendo così per archiviare il suo progetto prima ancora di aver anche solo provato a realizzarlo. Soprattutto, un partito aperto, capace di ascoltare quanto si muove nella società e muove i suoi elettori, dentro e fuori la politica, capace infine di superare i dibattiti identitari, ormai vuoti, per dotarsi di strumenti organizzativi, partecipativi e quindi politici capaci di dare un nuovo senso alla militanza e alla partecipazione. Per rispondere alle domande “a che cosa serve il Pd?” e “a che cosa serve militare in un partito?”: serve e ha senso se in quel partito è possibile davvero esprimersi, valorizzare le competenze, influenzare dal basso e dalla mobilitazione diffusa il governo e le scelte del Paese. Serve se si decide, insieme, se si è coinvolti non solo nella scelta delle persone, una volta all’anno, come fosse una festa comandata, ma se si discute e si valuta la linea politica sulle questioni fondamentali. Quello è un partito in cui vale la pena credere, e impegnarsi.

Se questo disegno così ambizioso resta ancora valido, non è possibile che a portarlo avanti siano coloro sulle cui spalle gravano i nostri maggiori fallimenti. Perché, ben al di là dei risultati elettorali (invero scarsi) la vera colpa di gran parte dei nostri dirigenti è aver tutelato la loro continuità mettendo a rischio la costruzione del nuovo partito. A fronte delle dimissioni di Pierluigi Bersani, che è anche l’unico che si sia davvero dimesso e a cui va comunque reso l’onore del lavoro svolto, i dirigenti attuali non sembrano rassegnarsi a fare alcun passo indietro, mentre il partito, come pure il governo, galleggiano in un limbo di cui non si vede la fine. «È tempo di crederci», ci dicono ora, ma poi si scopre che sono gli stessi che ci hanno guidato fin qui. Ma quel tempo per loro era ieri, e l’hanno consumato insieme alle nostre attese; ora è il momento di lasciare ad altri la possibilità di tentare a fare ciò che a loro non è riuscito: un partito nuovo per una società migliore: si tratta di accelerare la sfida di un passaggio di consegne dovuto da troppi anni. Un partito che non teme il futuro: è “al futuro” ed è al futuro, non al passato, che si affida.

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