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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Stabiliamo allora un principio semplice, dal forte valore simbolico e concreto in termini di spesa pubblica: nessuno può guadagnare più del 90% del Presidente della Repubblica, incluso il primo presidente della Corte di Cassazione, a cui molte delle remunerazioni della pubblica amministrazione sono legate. Imporre il limite che nessuno nella pubblica amministrazione, anche cumulando diversi incarichi, possa guadagnare più di 210.000 euro lordi, garantisce finalmente chiarezza nella struttura delle remunerazioni e un controllo della spesa pubblica. È un tetto generoso che offre ampi margini alla remunerazione del merito nella pubblica amministrazione. Certamente questa riforma non sarà in grado di risolvere questa peculiarità della spesa pubblica nella sua interezza. Eppure offre un punto di partenza importante per ridurre un eccesso di spesa, nel confronto internazionale, obiettivamente indifendibile. Questa riduzione offre veri risparmi di spesa corrente, che possiamo utilizzare a favore dei lavoratori, tagliando le aliquote dell’imposta sui redditi, a partire dalle aliquote più basse.

 

Una lotta all’evasione credibile e condivisa

Una volta tagliate le aliquote saremo in grado di affrontare l’insostenibile evasione fiscale su basi rinnovate. Ogni anno al momento di presentare la dichiarazione sui redditi, questo paese mente a se stesso. Stando al Dipartimento delle Finanze del MEF, 27.500 Euro è il reddito lordo (percepito prima delle imposte) che bastava aver dichiarato nel 2012 per essere più ricchi di 4 contribuenti italiani su 5. È difficile credere che figure professionali quali un commissario di polizia con qualche ora di straordinario o un insegnante di scuola media con 30 anni di anzianità, entrambi con una remunerazione lorda superiore ai 27.500 Euro, siano realmente parte del quinto più ricco di questo paese. 27.500 Euro è quindi una menzogna.

Dobbiamo riaffermare la credibilità nel contrasto all’evasione fiscale con un cambiamento di prospettiva. Per farlo introduciamo misure ovvie, come la riduzione del contante e la digitalizzazione e centralizzazione delle fatture (il fisco 2.0), riorganizziamo il sistema delle deduzioni, rendiamo detraibili più spese per scoraggiare l’elusione fiscale, correggiamo insomma le contraddizioni di un sistema fiscale disorganico. Ma soprattutto riduciamo le aliquote della imposta sul reddito del lavoro, a partire da una forte affermazione del principio di progressività, che si è perso nel corso degli ultimi anni.

Ogni euro strappato all’evasione fiscale sarà poi impegnato in fondo blindato per la riduzione delle imposte sul reddito da lavoro l’anno seguente. Impegnando i proventi dell’evasione in riduzione delle imposte sul lavoro per i primi cinque anni di governo, la lotta all’evasione beneficerà tutti i cittadini onesti invece che fermarsi alla sola sanzione degli evasori. Solo a questo punto la lotta all’evasione diverrà credibile, come non è mai stata. Per la prima volta verremo in sostegno dei contribuenti onesti, abbassando il carico fiscale sui produttori, prima di gravare su tutti con controlli onerosi e intrusivi per scovare i disonesti. Non sarà una lotta all’evasione solamente credibile ma, a differenza del passato, anche condivisa.

Sarà il più grande cambiamento della storia della lotta all’evasione. Tra cinque anni questo potrà essere un paese diverso: con un’evasione fiscale ai livelli delle altre economie sviluppate e un livello di imposizione del reddito da lavoro ridotto del 20% rispetto a oggi.

Sarà una riforma straordinaria, senza essere finanziata da vendite straordinarie di patrimonio dello Stato. Una Repubblica fondata sul lavoro, in cui il sistema fiscale riconosca la centralità dei produttori per favorire la trasformazione produttiva, è alla nostra portata: per un paese migliore, un paese che non c’è mai stato e l’unico che possiamo permetterci oggi. Un paese possibile.

Foto: Giuseppe Civati, Milano, novembre 2011 (Gian Mattia D’Alberto/LaPresse)

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