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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

È in gioco la sopravvivenza del paese che conosciamo e del benessere a cui siamo abituati. Con un passato ipotecato e un presente da dimenticare, cerchiamo di ricostruire il nostro futuro. Davanti a noi c’è una tentazione: imputare alla reazione disordinata di un paese sfibrato e spaventato l’impossibilità di riforme. Così facendo non rimane che perpetrare l’ennesima promessa di sostegno dell’economia basata su maggiore spesa pubblica. È quel che la politica italiana ha offerto per tutti gli anni dell’ultimo decennio precedenti alla crisi, quando la spesa pubblica, al netto della spesa per interessi, è passata dal 39.5% del Pil (474,9 miliardi Euro, fonte Istat) nel 2000 al 45,6% (714,4 miliardi di Euro, fonte Mef) nel 2012 e la pressione fiscale seguiva passando dal 41% al 44% del Pil (fonte Istat) nello stesso.

Eppure un paese spaventato dalla crisi e incerto sul futuro merita di meglio: ha bisogno di essere cambiato con una proposta politica che cambi radicalmente la struttura produttiva per tornare a crescere.

 

La nostra missione produttiva

I problemi italiani sono precedenti alla crisi economica e la scelta cruciale per un paese che non cresce è come generare il cambiamento della propria struttura produttiva. Oggi più che mai siamo quel che creiamo. Per cambiare dobbiamo però mutare gli incentivi alla base delle scelte fondamentali della vita delle persone. Quanto lavorare e con quali prospettive? Quanto investire su se stessi? Il principale problema italiano è che questo paese ha smesso da molto tempo di cercare di essere il luogo per chi vuole lavorare. Lo ha fatto con una pubblica amministrazione inefficiente e un livello di corruttela endemico ma, soprattutto, ha fallito per un mercato del lavoro incoerente e un sistema fiscale sconsiderato.

Lavorare ormai non assicura le stesse opportunità del passato. Comprare casa è forse l’esempio più eclatante di questa trasformazione: se nel 1980 l’appartamento medio valeva tra 3 e 4 volte il reddito lordo annuo medio di un trentenne, oggi vale più di 10 di queste annualità. Non è il risultato di una bolla immobiliare italiana sproporzionata – certo non maggiore che negli altri paesi: dipende dal fatto che iI reddito da lavoro ha semplicemente smesso di essere centrale.

Senza la centralità del lavoro, la società italiana ha fermato la mobilità sociale e raggiunto una disuguaglianza dei redditi sugli stessi livelli di Stati Uniti e Regno Unito. La nostra diseguaglianza è però diversa da tutte le altre: è la diseguaglianza tra chi produce, autonomo o dipendente, vive del proprio lavoro e paga le tasse e chi invece vive di una rendita patrimoniale o di posizione. Dobbiamo incoraggiare le persone a investire su se stesse, sulla propria professionalità e sulle loro attività imprenditoriali, a mettersi in gioco nella competizione internazionale attraverso le loro capacità e i loro talenti. L’esatto contrario di quanto è avvenuto in Italia negli ultimi vent’anni.

La Repubblica fondata sul lavoro 

Nel paese con la più alta tassazione sul lavoro tra tutti i partner Europei di rilievo, l’imposta sul reddito è il punto di partenza ideale da cui cominciare per tagliare le tasse. Il fisco italiano è responsabile dello svilimento del ruolo del lavoro. Secondo i dati relativi al 2010 siamo il paese che tassa gli individui di più: più di Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti, Francia e Spagna.

Per rendersi conto della stortura nell’attuale sistema fiscale italiano, basta osservare come è cambiata l’aliquota marginale di imposizione fiscale sul reddito. Chi oggi guadagna 10.000 euro lordi paga un’aliquota marginale quasi doppia rispetto al 1975. Se nel 1975 pagava un’aliquota marginale per l’imposta sul reddito uguale al 13%, oggi questa è del 23%. Il caso più eclatante è quello del contribuente che oggi guadagna 30.000 euro lordi all’anno, circa 1.600 euro netti al mese. Nel 1975 l’aliquota marginale su un reddito equivalente era del 25%, oggi questa è al 38%. Questo significa che se il datore di lavoro di questo contribuente volesse offrirgli 100 euro in più, meno di 30 finirebbero nello stipendio al lavoratore stesso. 38 euro svanirebbero per l’imposta sul reddito delle persone fisiche, circa 2 euro se ne andrebbero tra addizionali regionali e comunali e circa altri 30 euro finirebbero in contributi sociali. Tutto questo non ha senso. Non possiamo tenere in piedi un sistema fiscale così penalizzante per il lavoro.

In un paese di questo tipo il dibattito pubblico dovrebbe essere ossessionato dal tema della tassazione del lavoro. Invece siamo ostaggi della discussione sull’imposta sulla prima casa. Partiamo dall’Imu sulla prima casa: se la si abolisse si perderebbero circa 4 miliardi di Euro di gettito, stando ai livelli 2012. Il gettito complessivo da Imu in percentuale del Pil è circa la metà della Francia e della Gran Bretagna. Anche includendo l’Imu, il fisco italiano non è certo più patrimonializzato che altrove. Inoltre, l’Imu sulla prima casa è già una imposta piuttosto progressiva: più della metà di questo gettito viene dal 30% delle famiglie più ricche. Abolendo l’Imu sulla prima casa, come è stato fatto con una sospensione per il 2012, si renderebbe il nostro sistema fiscale perfino più regressivo. In un’economia come quella italiana che, fino al 2012, vantava una pressione fiscale più alta di Germania, Francia, Spagna e Inghilterra, una riduzione di imposta è una buona notizia. Eppure non c’è una sola buona ragione economica per cominciare dall’Imu.

 

Non più in alto del Quirinale

Per reperire le risorse per cominciare la riduzione delle imposte sul reddito delle persone fisiche è importante riconoscere che, alle distorsioni del sistema fiscale, corrispondono distorsioni nella distribuzione della spesa pubblica italiana. Uno dei casi più sorprendenti e importanti per finanziare la riforma fiscale è la spesa per gli organi esecutivi, legislativi e affari esteri: il cuore dell’amministrazione statale che però non eroga servizi parte del nostro stato sociale. Secondo Eurostat, nel 2010 questa si attestava in Italia a 1% di Pil più in alto della Gran Bretagna, dello 0,7% più della Germania e dello 0,8% più della Spagna. Alcune remunerazioni di alti funzionari dello Stato sembrano davvero incomprensibili. Molto si è scritto sulla remunerazione del precedente capo della polizia, che guadagnava quasi il doppio del capo dell’Fbi. Il suo non è purtroppo un caso isolato: il Presidente della Consulta che guadagna il doppio del Capo dello Stato. Anche il segretario generale della Consulta supera il Presidente.

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