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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Attualmente si tratta di meno di 2000 euro, e non è l’indennizzo diretto al lavoratore, dovuto per esempio in Germania: tuttavia è un primo modo, non ideologico, di ricondurre concretamente la responsabilità del mantenimento del posto di lavoro in capo all’impresa.  Dall’allargamento della base imponibile derivante dalla revisione della contribuzione dovuta dalle imprese per gli ammortizzatori sociali e, soprattutto, da una profonda revisione del sistema assistenziale che riveda, ad esempio, i criteri di assegnazione dell’indennità di accompagnamento e delle pensioni di invalidità civile, ci aspettiamo le risorse per istituire anche in questo paese un reddito minimo garantito, affiancato da un programma specifico di sostegno dei minori (sul tipo del programma Children Care inglese, o di quello, più articolato nell’offerta di servizi, francese o belga) e da un eventuale supporto per l’affitto. I criteri devono essere definiti a livello nazionale per garantire una maggiore efficienza ed equità. I comuni potrebbero essere gli operatori responsabili dell’applicazione e del controllo di questi criteri.

Il primo passo è quello di indicare i destinatari: i senza reddito, inoccupati o disoccupati, che abbiano compiuto 18 anni, che abbiano una situazione finanziaria al di sotto di una certa soglia (in Gran Bretagna è fissata a 6000£), che dichiarino l’intenzione di far parte della forza lavoro o che studino secondo un regolare corso di studi universitari, che non siano titolari di pensioni a nessun titolo. Se più individui che si trovino in questa condizione condividono la residenza, scatteranno dei coefficienti di ponderazione a partire dal secondo individuo (ne sono un esempio i coefficienti adottati dalla Provincia Autonoma di Trento per l’erogazione di un reddito di garanzia). L’intenzione di far parte della forza lavoro deve essere comprovata dalla partecipazione ad attività di formazione e riqualificazione, coordinate dalle Agenzie per l’Impiego, che dovrebbero vedere il coinvolgimento più largo possibile di imprese dei vari settori. La formazione potrebbe anche essere finalizzata ad avviare forme di self employment: in questo caso, sarebbero fondamentali accordi con istituzioni finanziarie disponibili forme di micro-credito. Una stima ragionevole per il reddito di base, prendendo come riferimento altri paesi europei e le valutazioni dei recenti studi citati, potrebbe essere intorno ai 400-450 euro mensili.

 

Liberi da (questi) ordini (professionali)

Gli ordini restringono eccessivamente l’accesso alla professione, diventando spesso una barriera insormontabile che si pone fra il giovane e il mondo del lavoro. Da anni ignoriamo gli effetti deterrenti che gli ordini hanno nei confronti di chi deve scegliere il proprio percorso formativo. Ed è purtroppo impossibile quantificare lo scoramento prodotto dalla loro esistenza, perché si può monitorare solo ciò che succede a chi prova ad accedere all’albo (riuscendoci o meno). Pensate a quanto talento sprecato, per esempio, fra chi sceglie di dedicarsi a un diverso percorso di studi solo perché scoraggiato dall’eventuale gara a ostacoli che dovrà intraprendere. O da chi decide di partire per esercitare la sua professione senza sottostare alle regole vigenti in Italia.

In un’economia moderna gli ordini professionali non dovrebbero rappresentare un capriccio legislativo, o uno strumento di difesa degli interessi particolari di potenti e inflessibili lobby; dovrebbero essere concepiti, invece, come garanti del consumatore che si deve orientare in mercati difficili e particolari. L’ordine dovrebbe fare da intermediario tra il consumatore e il professionista, garantendo che quest’ultimo: abbia uno specifico titolo di studio, abbia sostenuto un esame abilitante, abbia svolto un periodo di formazione per uniformare la qualità del servizio prestato e si conformi a un codice deontologico. Gli ordini dovrebbero quindi essere preposti a proteggere il consumatore, escludendo dal mercato tutti i professionisti che non sono in grado di fornire un servizio adeguato.

Per questa ragione serve una modifica degli ordini professionali che ne esalti l’utilità’ collettiva riducendo gli effetti distorsivi. Serve una riforma che agevoli l’accesso dei giovani professionisti (anche quelli che non hanno un genitore o un parente all’interno dell’ordine) – ma anche e soprattutto l’efficienza, garantendo servizi migliori a prezzi più bassi. Bisogna separare la funzione di rappresentanza dal controllo deontologico e eliminare l’esame di Stato perché il diploma di laurea potrà essere titolo abilitante per l’esercizio stesso della professione. In questo schema si possono prevedere dei tirocini da svolgere durante il percorso di studi, della durata non superiore a due anni (il governo Monti ha previsto 18 mesi). L’esercizio delle professioni regolamentate dovrà poter essere svolto oltre che nelle forme già previste anche in forma societaria ed eventualmente con apporto di capitale. La maggior parte dei cambiamenti elencati non richiederebbe misure drastiche ma semplici accorgimenti e riforme graduali. Il problema risiede come sempre nell’esistenza di una volontà politica a favorire l’uguaglianza e l’efficienza.

Il fisco giusto ovvero il Paese che siamo e il tempo che non abbiamo (più)

C’è un elemento comune che lega le difficoltà delle famiglie e imprese italiane, la tassazione esorbitante di chi guadagna 30.000 euro lordi all’anno, la spesa pubblica nel cuore dello stato e la lotta all’evasione. Questo elemento comune è la fine della centralità del lavoro in Italia ed è la ragione profonda per cui dobbiamo ridurre le imposte sul reddito da lavoro.

La scarsa crescita italiana è impressionante nel confronto con le altre economie sviluppate. Tra tutti i paesi dell’Ocse, l’Italia è l’unica economia ad avere avuto un tasso di crescita del reddito reale medio pro capite negativo nell’ultimo decennio. Mentre – secondo i dati Ocse – dal 2001 al 2011, il reddito reale medio è cresciuto in tutte le economie sviluppate ed emergenti, nel nostro paese questo è calato. Ci ritroviamo nel 2012 ad essere mediamente più poveri di ben dieci anni fa. Non siamo più poveri del 2007, ma del 1997.

Con un debito pubblico proiettato sui 2.100 miliardi di Euro e un deficit al 3% del Pil per il 2013, con una produzione industriale che riporta il Paese indietro di quindici anni e una capacità di risparmio delle famiglie italiane che è meno della metà di quella del 1980, bisogna smettere di dare per scontata la nostra posizione nel mondo. Non possiamo permetterci di perdere più tempo. Abbiamo perso due decadi depredando il nostro passato. Negli anni ottanta abbiamo accumulato più debito pubblico che nei 30 anni che li avevano preceduti. Dagli inizi degli anni 2000, durante i primi anni dell’Euro, abbiamo perduto un’altra decade. Mentre la spesa per interessi su uno dei debiti pubblici più alti del mondo era passata da più del 10% del PIL della prima metà degli anni novanta a poco più del 4%, il paese perdeva l’ennesima occasione per riformarsi in profondità. Il risultato di questa mancanza è stato impressionante: negli anni 2000 la produttività del lavoro italiana calava rispetto a Germania, Francia, Stati Uniti e Giappone, mentre il costo unitario del lavoro cresceva più che in ciascuno di quei paesi.

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