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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Se a questo aggiungete che sulla base della regola retributiva i due milioni di pensionati più ricchi ricevono una pensione per cui in media hanno contribuito solo per metà. I soldi ottenuti dalla tassazione aggiuntiva delle pensioni più alte e da una maggiore tassazione sul patrimonio andrebbero tutti investiti sul mercato del lavoro, istituendo il reddito minimo garantito e il sussidio universale di disoccupazione.

Ci troviamo di fronte al paradosso di uno stato sociale che accresce la disuguaglianza offrendo ingenti trasferimenti monetari a chi non ne avrebbe bisogno. Gli assegni familiari e i sussidi di disoccupazione non arrivano quasi mai alle fasce più povere: i primi sono riservati ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, i secondi proteggono solo chi ha già guadagnato l’accesso a un’occupazione stabile e regolare. Per questa ragione le politiche per il lavoro e quelle per la famiglia vanno ripensate in senso universalistico. La strada maestra è indicata con chiarezza dal successo dei paesi scandinavi, che hanno perseguito importanti riforme nel passato e ora raccolgono i dividendi di scelte coraggiose e lungimiranti. Esistono due misure attuabili in tempi brevi per riformare il sistema in chiave universalistica (riducendo i livelli di povertà e fornendo una protezione adeguata a tutti): il reddito minimo garantito e gli ammortizzatori universali per i disoccupati.

Il reddito minimo è la garanzia di un livello base al di sotto del quale nessun individuo (a prescindere dalla sua condizione occupazionale) possa scendere. Si tratta del riconoscimento di un principio minimo in linea con gli altri paesi europei e un’armonizzazione delle varie misure esistenti in alcune regioni. Garantire un reddito minimo di quattrocento euro a persona (aggiustato al costo della vita nelle varie aree del paese e alla composizione della famiglia) costerebbe 7,1 miliardi di euro (solo lo 0,5% del Pil) e supporterebbe circa l’8% delle famiglie italiane. Questo calcolo è basato sull’assunto di distribuire il beneficio solo a coloro i quali hanno un reddito inferiore a quattrocento euro per arrivare a tale cifra. Ovviamente ove le finanze pubbliche lo consentissero si potrebbe pensare di alzare questa asticella nel tempo a 600-700 euro. Un altro dato interessante è che attualmente solo il 27% delle famiglie al di sotto della soglia di povertà sono supportate direttamente dallo Stato, mentre con il reddito minimo garantito questa percentuale salirebbe al 91%.

Al reddito minimo andrebbe aggiunto un sussidio universale di disoccupazione, accompagnato da politiche attive sul mercato del lavoro. Il successo di queste politiche in molti paesi del Nord Europa dimostra come il welfare non sia solo uno strumento di protezione sociale, ma anche una leva imprescindibile per lo sviluppo economico. Serve in tal senso un sussidio universale di disoccupazione, accessibile in qualsiasi momento della vita lavorativa. Il sussidio dovrà essere limitato nel tempo e offerto solo a chi si impegna realmente per cercare lavoro. Tito Boeri aveva stimato nel 2008 che il costo di un sussidio con queste caratteristiche si sarebbe aggirato intorno ai 9 miliardi di euro. Nello stesso anno l’Italia spendeva 240 miliardi di euro per le pensioni (un terzo di essi per i due milioni di pensionati più ricchi).

Con meno di 20 miliardi di euro l’anno si potrebbero creare simultaneamente il reddito minimo garantito e il sussidio universale di disoccupazione, cambiando in modo radicale il nostro mercato del lavoro e accrescendo il livello di tutele per i più poveri e per coloro i precari. Potrebbe sembrare paradossale, ma in Danimarca, dove la protezione sociale per i lavoratori è molto elevata, è più facile licenziare un lavoratore a tempo indeterminato rispetto all’Inghilterra (dove la protezione sociale è molto più bassa): la protezione non si basa sul rendere rigide e impercorribili le vie che portano al licenziamento ma sul prendere per mano il lavoratore, che per varie ragioni (competenze obsolete, ciclo economico negativo in un settore) si trova disoccupato. Tutto ciò avviene attraverso la garanzia di un reddito sostanziale per l’intera durata del periodo di inattività, e l’offerta regolare di opportunità formative per rientrare nel mercato del lavoro in una posizione più forte rispetto a quella precedente.

In una revisione complessiva del welfare, non si può prescindere dalla drammatica situazione del mercato del lavoro (segmentazione, diminuzione dei posti di lavoro, salari d’ingresso al di sotto dei minimi contrattuali, mancanza di tutela per i lavoratori “atipici”); né dalle indicazioni che vengono dal Governo, che auspica un ridimensionamento dell’attuale regime di cassa integrazione verso un ritorno alla sola cassa ordinaria. Sarebbe auspicabile anche un superamento dell’istituto della mobilità, per andare verso una maggiore responsabilizzazione dell’impresa rispetto ai posti di lavoro direttamente gestiti. In questa direzione, del resto, si muove anche l’Aspi, con l’introduzione di “una tassa sul licenziamento”, per quei contratti che non prevedano il versamento di contributi, in modo da consentire ai perdenti posto di usufruire di un’indennità di disoccupazione.

Rispetto alla Cig, istituto particolarissimo presente solo in Italia, la crisi rende difficile un suo totale superamento. Tuttavia per evitare che la distorsione rappresentata da posti di lavoro non in grado di autoremunerarsi continui a gravare sulle spalle delle imprese potenzialmente sane, minandone la competitività, bisogna programmare da subito un ritorno alla sola cassa integrazione ordinaria. Contestualmente, occorre ridurre, progressivamente quanto drasticamente, la relativa contribuzione, in modo che non si generino più le eccedenze verificatisi negli anni precedenti la crisi.

L’istituto della mobilità è già in fase di superamento con la progressiva estensione dell’applicazione dell’istituto Aspi, che si completerà nel 2016. L’indennità di disoccupazione è su base assicurativa in tutti i paesi europei: il suo ammontare è relativamente alto e la durata limitata. In Italia la sua regolazione è stata recentemente riformata con l’introduzione dell’Aspi, che andrà progressivamente a sostituire l’indennità di disoccupazione ordinaria (tranne quella agricola) entro il 2016. Il principale cambiamento introdotto non è tanto il limitato allargamento della platea degli aventi diritto, ma quanto il fatto che il lavoratore, che nei due anni precedenti abbia versato almeno 12 mesi di contribuzione, diventi automaticamente titolare del diritto all’indennità al momento del licenziamento, senza alcuna intermediazione (come avveniva invece con la mobilità). Inoltre, per la prima volta l’impresa subisce un costo diretto per il licenziamento di un dipendente, dovendo versare la cosiddetta “tassa per il licenziamento” pari al 41% del massimale mensile di Aspi per ogni dodici mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni.

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