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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Uguaglianza è efficienza

È arrivato il momento di virare e avvicinarci alla maggioranza degli italiani, quella maggioranza che non si riconosce né nel liberismo sfrenato e né nella difesa dei vecchi privilegi. Noi, possiamo e dobbiamo essere il loro punto di riferimento partendo dall’idea di uguaglianza. In quest’ottica, ridurre le disuguaglianze non significa rispolverare senza riflessione critica vecchie ideologie, ma vuol dire piuttosto interrogarsi sulle falle del nostro sistema economico. Falle che ci impediscono di sfruttare un enorme potenziale umano, che giace inutilizzato per le sperequazioni del sistema. Proporre di ridurre le disuguaglianze significa allora portare alla ribalta un’agenda da troppo tempo ignorata nel nostro partito: abbattere la disuguaglianza per avviare una lotta serrata contro l’inefficienza del sistema.

Di fronte alla proposta di rendere universalistico il nostro stato sociale, molti sostengono che i costi sarebbero insostenibili. In realtà l’Italia spende un quarto del Pil per il welfare, esattamente come la Finlandia, uno dei paesi più virtuosi del mondo per quanto concerne la protezione sociale dei suoi cittadini. Dove sta allora la differenza? La differenza sta in pochi numeri: noi spendiamo il 14% del Pil in pensioni, loro il 9%; noi spendiamo l’1,40% per le politiche familiari, loro oltre 2%; noi spendiamo lo 0,90% per le politiche attive sul mercato del lavoro mentre loro spendono più del 2%. In Finlandia si spende molto più nella creazione di servizi e molto meno nei trasferimenti diretti. A questo aggiungete che la Finlandia ha deciso da molti anni di investire nella scuola dell’infanzia e in quella primaria. I soldi per finanziare il welfare universalistico ci sono quindi, ma li spendiamo male, negando servizi e aiuto alle famiglie e ai lavoratori più giovani.

Il marcato dualismo del nostro sistema di welfare si esprime nelle differenze regionali, nella diversa generosità del sistema per persone con occupazioni diverse e nel profondo squilibrio generazionale. E si esprime anche a livello generazionale. L’impatto della cultura familistico-patriarcale ha teso a escludere la donna dal mondo del lavoro conferendole pochissimi diritti. C’è stata una netta inversione di tendenza in questo senso negli anni Ottanta e Novanta ma la posizione della donna, specie nelle regioni meridionali, resta ancora precaria e poco tutelata rispetto a quella dell’uomo.

Non serve accrescere la spesa per avere un welfare che finalmente riduca le disuguaglianze e renda il nostro sistema produttivo più efficiente, ma occorre avere il coraggio di ribilanciarla partendo dalla correzione delle storture che abbiamo indicato.

 

Reddito minimo garantito e ammortizzatori universali

Da cosa deriva la nostra spesa in eccesso rispetto ai migliori paesi europei? Il nostro livello di spesa è dovuto principalmente a due ragioni: un sistema retributivo sballato e la concessione in passato di pensionamenti a persone troppo giovani.

Con il sistema retributivo l’importo della pensione non era proporzionale ai contributi versati durante la vita lavorativa ma calcolato sulla base dell’ultimo stipendio. La trasformazione demografica del nostro paese, con la crescita esponenziale del numero di pensionati rispetto ai lavoratori, ha però fatalmente alterato i conti. A questo vanno aggiunte una serie di scelte politiche scriteriate (come l’elargizione di pensioni di invalidità non giustificate, la divisione organizzativa creata per favorire alcune categorie professionale, o ancora la possibilità per le madri di andare in pensione dopo quattordici anni di servizio) che hanno accresciuto la frammentazione e l’inefficienza del sistema.  Per far fronte a questa situazione tra il 1992 e il 2012 si sono susseguite una serie di riforme che hanno ridotto la generosità dei criteri di rivalutazione delle pensioni; accresciuto il numero di anni di contribuzione per accedere alla pensione di anzianità; innalzato l’età di pensionamento; istituito la possibilità di creare fondi complementari privati; trasformato il sistema da retributivo a contributivo.

Questo significa che chi ha iniziato a contribuire prima del 1978 riceve una pensione che oscilla tra l’80 e il 100% dell’ultimo salario netto, mentre chi ha iniziato dopo il 1996 riceverà circa il 50% di esso. Gli sperperi, i costi e la cattiva gestione del sistema pensionistico sono tutti a carico di chi ha iniziato a lavorare dopo il 1978 ed in particolare dopo il 1996. Sulla base di questo ragionamento, visto che non si può tornare indietro, dobbiamo trovare dei correttivi che consentano di ricalibrare almeno in parte il sistema. I pensionati con regola retributiva non sono tutti uguali. Sulla base dei dati analizzati da Emanuele Ferragina, si evince che in Italia ci sono 18,6 milioni di pensionati: circa 11,6 milioni (il 63% del totale) ricevono una pensione sotto i 1000 (533 euro al mese di media); circa 5 milioni (il 26% del totale) ricevono una pensione compresa tra i 1000 e i 2000 euro; circa 2 milioni (l’11% del totale) ricevono una pensione superiore ai 2000 euro (2909 euro al mese di media).

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